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REGGIO EMILIA | Palazzo Da Mosto | Fino al 3 marzo 2019

di CHIARA SERRI

Non è pittura, non è scultura, non è installazione. O non solo… È tutto quanto insieme. È ricerca personale e collettiva, esaltazione del processo, sintesi di un percorso che si sviluppa nello spazio e nel tempo attraverso l’uso di materiali tradizionalmente associati all’artigianato e oggetti quotidiani, capaci di traghettare lo spettatore in dimensioni “altre” – introspettive, oniriche, esperienziali –, in otto stanze che si risolvono in altrettante finestre aperte sul mondo.
Parallelamente all’antologica dedicata a Jean Dubuffet, la Fondazione Palazzo Magnani di Reggio Emilia presenta a Palazzo da Mosto La vita materiale: un progetto di Marina Dacci con opere di Chiara Camoni, Alice Cattaneo, Elena El Asmar, Serena Fineschi, Ludovica Gioscia, Loredana Longo, Claudia Losi, Sabrina Mezzaqui. Come anticipato dal sottotitolo – Otto stanze, otto storie – l’esposizione si articola in otto ambienti che si susseguono uno dopo l’altro a partire dalle grandi installazioni di Claudia Losi ed Elena El Asmar che indicano l’ingresso.

Ludovica Gioscia, veduta della stanza Psychic residue, foto di Elena Foresto

La prima stanza è quella di Ludovica Gioscia (Roma, 1977), intitolata Psychic residue, che descrive l’infinito presente. Le nuove temporalità che caratterizzano la rivoluzione digitale contagiano anche lo studio dell’artista: un luogo magico in cui i lavori appaiono da altre dimensioni. Lo spettatore può fare esperienza diretta dell’atelier, dal muro con fotografie, scampoli di tessuto e prove di colore ai lavori in corso sino alle opere tessili sospese che includono la serie dei portali (Portals) e i camici da laboratorio folle (Mad Lab Coats), che altro non sono se non uniformi da alchimista, presenze che inducono a perdersi in narrative fantastiche.

Sabrina Mezzaqui, veduta della stanza Disciplina dell’attenzione, foto di Elena Foresto

La seconda stanza è abitata da Sabrina Mezzaqui (Bologna, 1964) con il progetto Disciplina dell’attenzione. L’artista ha fatto realizzare una struttura lignea a forma di albero che, richiamando la decorazione floreale presente nel soffitto a cassettoni, sostiene 500 fiori di carta dipinti a mano dalla madre, quindi ritagliati e intelati da un gruppo di lavoro. Un modo per riconciliarsi col mondo, tra abbandono e controllo. Tema che ricorre anche nelle frasi riportate sopra al camino e di fronte all’ingresso, tratte dai testi della scrittrice francese Simone Weil e del paesaggista Gilles Clément.

Chiara Camoni, veduta della stanza Fiume. Bosco. Giardino. Tempo, foto di Elena Foresto

Fiume. Bosco. Giardino. Tempo è il titolo della stanza di Chiara Camoni (Piacenza, 1974) che comprende una grande installazione site-specific ed una serie di lavori a parete nati in stretta relazione con il luogo in cui abita, ovvero l’Alta Versilia. Camminando lungo i torrenti, l’artista ha notato alcuni frammenti di marmo di forma regolare: scarti di produzione gettati nel fiume, parte di un ciclo che ancora non si è concluso. Una volta raccolte, queste pietre sono state riorganizzate in una nuova struttura, in un labirinto percorribile che allude ad archeologia e architettura. Allo stesso modo, le sete appese alle pareti sono stampe vegetali ottenute con foglie, radici e piante spontanee che, a volte, rivelano alcuni “spiritelli”, dirette emanazioni del luogo da cui provengono.

Alice Cattaneo, veduta della stanza Unico raccogliersi nell’ombra della valle, foto di Elena Foresto

La quarta stanza, Unico raccogliersi nell’ombra della valle di Alice Cattaneo (Milano, 1976), trae il titolo da un verso di Giuseppe Ungaretti che ricorre ossessivamente nei taccuini dell’artista. L’idea dell’ombra che raccoglie il paesaggio intorno costituisce un nuovo modo per pensare la scultura, intesa come energia che riverbera. Il materiale privilegiato è il vetro di murano, pieno e spesso, capace di catturare le luci e i colori, facendosi elemento portante di un equilibrio precario. In una stanza caratterizzata da sequenze orizzontali di putti alle pareti, Alice Cattaneo ha collocato le sue opere minimali negli intervalli, per esserci e non esserci, per essere in un punto di passaggio tra le cose.

Serena Fineschi, About Decadence, Trash Series, 2018, chewing-gum approximate taxonomy, site specific work, After the Party exhibition view at Montoro12 Contemporary art, Brussels – Photo Credit Geert De Taeye (Courtesy the artist and Montoro12 Contemporary art, Brussels)

La stanza di Serena Fineschi (Siena, 1973) s’intitola Del sublime difetto in quanto l’artista lavora sull’errore, sul momento d’inciampo. Tutte le opere passano attraverso il corpo, alludendo alla sua continua trasformazione. Ci sono lavori che citano la pittura (e in particolare il sublime di Turner), pur escludendo l’uso dei pennelli a favore di una palla lanciata ripetutamente contro al muro. Ci sono opere che citano la scultura attraverso l’uso di gomme da masticare (unico alimento che non viene ingerito), trasformate in moderne collezioni di minerali, seducenti proprio per il loro aspetto cromatico.

Claudia Losi, veduta della stanza Quel che dice la mia forma, foto di Elena Foresto

La sesta stanza è quella di Claudia Losi (Piacenza, 1971), che a Reggio Emilia aveva esposto anche nel 2016 nell’ambito di una mostra personale promossa dalla Collezione Maramotti. Il suo progetto – Quel che dice la mia forma – parte da una collaborazione con Marina Rinaldi attraverso la quale era stato chiesto a 1200-1500 persone di rispondere alla domanda What My Shape Says. Un’infinità di risposte, leggere, ironiche, profonde, che l’artista ha trascritto su fettucce di stoffa ed assemblato in un’installazione in progress, aperta come le pagine di un diario collettivo.

Elena El Asmar, veduta della stanza L’esercizio del lontano, foto di Elena Foresto

Elena El Asmar (Firenze, 1978) è l’autrice della settima stanza, L’esercizio del lontano. Come di consueto, attraverso l’uso di materiali di scarto – plastica, plexiglass, frammenti di vetro – l’artista assembla strutture mobili, tenute insieme solo da calze femminili. Architetture immaginarie che tendono alla verticalità, al gotico, alla luce. Sullo sfondo, Arioso Operoso, un’opera pittorica ottenuta per abrasione, attraverso applicazioni di candeggina su un telo di raso scuro, a partire da un pizzo utilizzato come matrice. La realtà esiste, dichiara Elena El Asmar, ma il mondo di guardarla è variabile…

Loredana Longo, veduta della stanza Float like a butterfly, sting like a bee, foto di Elena Foresto

Per finire, la stanza di Loredana Longo (Catania, 1967), Float like a butterfly, sting like a bee, che richiama l’atmosfera di una palestra da arti marziali. L’opera principale è Gold Heel, un sacco da boxe in ceramica dolce, preso a pugni dall’artista quando l’argilla era ancora fresca, tra forza e fragilità. Stesso tema che troviamo in First: dodici calchi di pugno fatti esplodere e installati su una rastrelliera di ferro. L’estrema potenza cade in un attimo e si sgretola. Il gesto violento, sinonimo di trasformazione, viene smascherato da alcuni elementi femminili – lo stiletto, l’unghia laccata, il tirapugni gioiello – prima di ricomporsi in una tensione positiva.

«La nostra vita materiale – conclude Marina Dacci – ci permette di creare esperienze da maneggiare con cura, di generare memorie che diventano le nostre geografie personali, geografie che si rituffano nel nostro reale in un perpetuo moto circolare. E anche gli oggetti e i materiali del nostro quotidiano possono cambiare la loro vocazione, accompagnandoci. Questo ci regala l’arte. Basta scorrere i titoli di queste otto stanze: l’invito a un viaggio».

La vita materiale. Otto stanze, otto storie
Chiara Camoni, Alice Cattaneo, Elena El Asmar, Serena Fineschi, Ludovica Gioscia, Loredana Longo, Claudia Losi, Sabrina Mezzaqui
Un progetto di Marina Dacci

Fino al 3 marzo 2019

Palazzo da Mosto
Via Mari 7, Reggio Emilia

Orari: venerdì, sabato, domenica ore 10.00-19.00
Biglietti: intero Euro 5, ridotto Euro 3
Catalogo Gli Ori

Info: Fondazione Palazzo Magnani
+39 0522 444446
info@palazzomagnani.it
www.palazzomagnani.it

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