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MILANO | Basilica di San Celso  | 30 giugno – 9 agosto 2023

di MATTEO GALBIATI

Il titolo che accompagna la personale milanese di Mario Velocci (1949), nella sua schietta semplicità, ha in sé tutti i requisiti per identificare l’anima stessa del suo essere artista, sottolineando la sua attitudine di scultore. Questa scelta di campo potrebbe apparire ovvia agendo lui plasticamente con la materia, eppure oggi, quando l’appellativo di “scultore” spesso si allontana dalla matrice iniziale per trovare nuove interpretazioni, nel caso di Velocci risponde perfettamente alla sensibilità di un uomo che, cresciuto in un contesto agreste, ha avuto a che fare con la dimensione del paesaggio e la fatica dura dell’uomo nel domarlo per averne frutti che si sono trascritti nella ricerca artistica. Questa commistione di esperienze matura, allora, nella convinta solidità “tradizionale” della sua scultura. Velocci ci raccontava proprio – durante l’inaugurazione della mostra – della sua infanzia e dei ricordi legati al lavoro nei campi coi nonni: credo che queste visioni ne abbiano influenzato e determinato il suo percorso successivo tenendo la sua ricerca artistica saldamente ancorata a valori di altri tempi. La terra, gli strumenti per lavorarla, materie diverse che si combinano e risuonano inseguendosi nelle pieghe delle colline aprono le porte al suo gesto scultoreo.

Mario Velocci, Colonna Sonora, 2021, acciaio Inox, Corten, cm 100×600 Courtesy Fondazione Mastrantoni | Antica Tenuta Palombo Foto credit: Lidia Bagnara

Le sue forme sono, pertanto, semplici, portatrici di un minimalismo che non è mai freddo e staccato dal sentimento perché capaci di mantenere vive sensazioni, memorie, visioni che oltrepassano sempre l’esperienza singola dell’artista per diventare mezzo di convalida di valori più universali e connessi all’uomo in generale. Chiave di accesso a questa fenomenologia del ricordo è proprio la semplicità pura del metallo che si fa segno, che diventa ombra, filtro; è luogo esso stesso in cui incanalare le energie invisibili che non lo staccano mai dall’ambiente, anzi, pongono la scultura nella posizione di essere il tramite convergente di questo flusso energetico-emotivo.
Questi lavori generano una dinamica peculiare capace di legarsi con poetica franchezza al luogo con una correlazione di forme, di esperienze, di immagini (e immaginari) e di suggestioni che fanno rivivere lo spazio-ambiente in modo differente. Che siano gli interventi per il parco La Collina Sonora nelle colline frusinati della Valle di Comino  o – come nel nostro caso – per gli spazi carichi di storia della Basilica di San Celso, Velocci interviene sempre con una monumentalità sobria e studiata, connettendo all’intorno le solide forme e le aggraziate proporzioni dei suoi archetipi concreti.

Mario Velocci. Scultore, veduta della mostra, Basilica di San Celso, Milano Foto credit: Lidia Bagnara

Nella chiesa milanese – ma già preannunciandosi da alcuni innesti sul sagrato – l’artista sviluppa una progettualità che si rafforza, in questo luogo, di un grande sentimento di spiritualità. Tra disegni e carte, opere a parete e installazioni ambientali, lavori di repertorio e altri pensati per il luogo, il racconto della mostra diventa un percorso quasi iniziatico, nella disponibilità dell’opera di incontrarsi e aprirsi allo sguardo, se non addirittura ad una vera interazione richiesta, come nel caso di Libro sonoro (1986) le cui forme, composte da tondini metallici, rimandano alle pagine di antichi volumi o incunaboli sacri le quali, invece che essere sfogliate, se calpestate producono una sonorità che si amplifica tra le volte e le colonne diventando curiosa armonia musicale da suonare.

Mario Velocci. Scultore, veduta della mostra, Basilica di San Celso, Milano Foto credit: Lidia Bagnara

Di Velocci la mostra, oltre a raccontare un itinerario antologico iniziato negli anni Settanta e attivo ancora oggi con un’ampia varietà di creazioni, concede la lettura della sua intensa verità lirica capace di coniugare l’eleganza armonica della poesia, alla semplicità delle “cose umane naturali”. I segni materici, puri e solenni, dell’artista connettono dettagli dell’architettura con quelli del paesaggio a lui tanto caro, eliminando distanze e avvicinando dimensioni spazio-temporali è possibile osservare in ciò un profondo senso di equilibrio e pace.
Del resto la tensione plastica dei volumi non corrode con la propria forza impositiva, ma pare musicalmente placarsi dove avviene, dove è colta dallo sguardo di chi la vive e la esperisce. In questo processo di simbiosi visiva avviene uno scambio mai scontato per quanto diretto e subitaneo: noi osservatori cogliamo il senso del dire dell’artista, chiaro nei suoi postulati, ma pure alimentiamo il suo lavoro delle nostre aspettative, delle nostre intenzioni, delle nostre esperienze. Comprendendo l’importanza connettiva di queste opere che paiono capitare con la schiettezza di quell’imprevisto che, però, doveva assolutamente accadere.

Mario Velocci. Scultore, veduta della mostra, Basilica di San Celso, Milano Foto credit: Lidia Bagnara

Se in San Celso ci sono tutti gli estremi perché la mostra viva di una speciale coerenza richiamata dal luogo e dal suo essere “tempio di fede”, l’iconografia dataci da Velocci non è mai chiusa e netta, rimanendo sempre trasversale. A prova di questo la sua genuinità antica si estende oltre la concretezza del manufatto e (già) alberga dentro il sentimento condiviso, collettivo o individuale, rendendo ciascuna opera sempre un atto contemporaneo di una storia che è eterno presente.

Mario Velocci. Scultore
a cura di Giorgio Verzotti
allestimento di Giuseppe Chigiotti
organizzata da Fondazione Mastrantoni
con il supporto di Antica Tenuta Palombo
realizzata in collaborazione con l’Associazione Culturale no profit Isorropia Homegallery

30 giugno – 9 agosto 2023

Basilica di San Celso
Corso Italia 37, Milano

Orari: martedì e giovedì 16.00-19.00; sabato e domenica 11.00-19.00
Ingresso libero

Info: https://www.anticatenutapalombo.it/it/la-collina-sonora/page

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