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TELLARO di LERICI (SP) | Fourteen ArTellaro

Intervista a GINO D’UGO di Francesca De Filippi

Abbiamo incontrato Gino D’Ugo di Fourteen ArTellaro, uno spazio nuovo e fresco che in poco meno di due anni ha implementato il “fare arte” sul territorio del Golfo dei Poeti in Liguria. Tante le esposizioni già all’attivo e gli artisti coinvolti su tutto il territorio nazionale…

G. D’Ugo, G. Pontrelli e G Ferrari, 2016. Foto: Rocco Malfanti

Ciao Gino, allora raccontaci un po’ come nasce il progetto di Fourteen ArTellaro. Lo spazio espositivo tra l’altro è molto particolare, trattandosi di una specie di edicola. Come ci sei arrivato?
A dire il vero, inizialmente non era nei miei programmi aprire uno spazio espositivo e le cose sono accadute un po’ per caso, un po’ per intrecci artistici ed umani. Infatti fu Guido Ferrari che, nel febbraio del 2016, si accorse per primo di questa piccola vetrina buia, in un piccolo vano situato in una posizione di passaggio obbligato per chi viene a Tellaro, sui limiti della piazza dove il carrugio porta alla marina del borgo. Affascinato da quel luogo e intuendone le potenzialità, Guido invitò l’artista Carlo Bacci che estese l’invito anche a me. E così mi si svelò davanti lo spazio che sarebbe diventato Fourteen ArTellaro e che fino a quel momento, pur passandoci davanti molte volte, non avevo notato.

Dunque così si è avviato il progetto…
Sì. La prima esposizione fu proprio lo Schiacciapensieri di Carlo Bacci, una scultura realizzata  qualche anno prima che aveva già una sua storia legata a Tellaro. In quel caso non si trattò di un site specific, ma ancora penso che Carlo sia stato l’artista più appropriato per iniziare il progetto di Fourteen, perché è subito emerso quel senso di ospitalità verso gli artisti a cui tengo molto. L’esperienza mi stimolò talmente tanto che, dopo averne parlato con Ferrari e Bacci, in un mese avevamo già realizzato un calendario per l’intero anno con interventi di artisti locali e non. Certo in quel momento non immaginavo che il mio ruolo sarebbe diventato quello del curatore, mi vedevo di più ad esporre un’opera come gli altri, ma quando ci accorgemmo che la mole di lavoro era tanta iniziammo a definire i ruoli, che si delinearono in maniera molto naturale a seconda delle competenze e delle attitudini.

Sandro Mele 2017, Veduta dell’opening.

E com’è andata la prima edizione?
L’organizzazione è stata  tutto un divenire. Personalmente ho fatto un passo dopo l’altro con molta cautela. Senza dubbio avere avuto la fiducia di artisti come Gioacchino Pontrelli, che è un caro amico da anni, o Jacopo Benassi, che è stato uno dei primi artisti che ho conosciuto quando sono venuto a vivere in Liguria, ha fatto sì che già dal primo anno Fourteen ottenesse una buona credibilità. Dopo la programmazione del primo anno, all’avvio della seconda rassegna Eppur si muove, avevo già acquisito una buona capacità gestionale dello spazio e ho potuto iniziare a contrarmi su temi specifici su cui far lavorare gli artisti.

Jacopo Benassi, Lorenzo D’Anteo, 2016

Quindi hai iniziato a programmare in maniera più strutturata…
Ogni singola esposizione è parte di una rassegna annuale, con un titolo e un concetto specifico. La passata rassegna Eppur si muove  si sviluppa su concetti dicotomici che evidenziano sia il dialogo interiore dell’artista tra il Sé e l’Io e tra Sé e il mondo esterno, che la visione ideale dell’attività umana al di fuori dello spettacolo per le masse, ma proiettata all’azione socio-politica  e all’osservazione dei fenomeni nella loro forma, anche la meno consueta. Il programma di quest’anno ha titolo La superficie accidentata che aspira a ripristinare all’evidenza di tutti, quei valori politici e sociali che negli ultimi anni sono andati affievolendosi, a partire da una riflessione storica sugli anni Settanta, periodo da cui è iniziata la discesa della società verso il processo di omologazione a favore del liberismo economico. Cito testualmente dal progetto: “Una società che si costruisce  su una infinità di regole ma dove non si tiene conto dell’etica dell’individuo è come una mappa che non permette di scoprire un luogo, con i suoi anfratti, i suoi odori e i suoi chiaroscuri. L’uniformità piatta e regolamentata che rende tutti uguali, odora tanto di totalitarismo”.

Gioacchino Pontrelli, Paesaggio caduto con mare, 2016.

E che ruolo credi che stia acquisendo lo spazio di Fourteen in relazione ai progetti o agli artisti che inviti?
Il ruolo è quello di un osservatorio per l’arte contemporanea, come tengo spesso a precisare. Una terza dimensione rispetto a quella dei musei e delle gallerie d’arte. “Spazio indipendente” per me significa sia autonomia da vincoli di mercato sia da legami di tipo politico. Quando qualcuno, riferendosi a Fourteen, ha utilizzato il termine “White box”, come quella informatica che rielabora gli errori di sistema, mi è sembrato congeniale. Oggi gli spazi indipendenti sono in aumento esponenziale, perchè è evidente la necessità di svincolarsi dal “sistema arte” per proiettarsi in una dimensione più completa e complessa che si apra ad una visione d’insieme, non solo del fare arte. Negli anni settanta, come ancor prima con le avanguardie, l’arte era un continuo mettersi in gioco rispetto alla propria contemporaneità, gli artisti disponevano di ampia libertà d’azione:  L’Attico a Roma portava in galleria i cavalli di Kounellis, Boetti metteva al mondo il mondo, c’era quel principio di autodeterminazione di cui Beuys esortava il valore come principio essenziale. Sostengo che quello degli spazi indipendenti sia ruolo “altro” rispetto a quello della galleria d’arte o delle fiere, un terzo canale che deve rimanere tale per conservare tutta la sua valenza. Dunque nel nostro spazio espositivo mi piace invitare artisti con formazioni e visioni diverse tra loro, dalla pittura al video, dall’istallazione alla scultura, dall’immagine alla relazione, e farli lavorare e confrontare su un concetto specifico che si sviluppa di anno in anno e che sia una diretta emanazione anche della piccola edicola che ne ospiterà le opere. Credo che in questo momento specifico, uno dei ruoli dell’arte sia quello di tramandare e salvaguardare alcuni valori essenziali, cosa che può fare attraverso tutti i suoi linguaggi che sono alla fine fruibili attraverso la visibilità, il loro “apparire”. Esattamente come appaiono nella vetrina di Fourteen, dove però il principio estetico è subordinato ad un principio etico, ovvero l’interesse si sviluppa su quello che c’è dietro l’immagine, i concetti che esprime.

Leonardo Petrucci, 2017. Veduta allestimento

Ma questo piccolo spazio che effetto fa, se lo fa,  alla comunità, non solo artistica, del territorio?
Lo spazio, per locazione, è di suo un’interfaccia con le persone, anche quelle che non hanno frequentazioni di alcun tipo con l’arte e meno che mai con l’arte contemporanea. Non suscita l’imbarazzo di chiedere il permesso per entrare, un po’ com’erano le edicole sacre o le madonnine agli angoli dei palazzi. Ed è questo che sto registrando da quando siamo aperti, che la gente si avvicina senza filtri, timori o pregiudizi.  Spesso, quando sono per le strade di Tellaro, mi capita di scorgere la curiosità dei bimbi che attaccano il naso e le mani al vetro, o altre volte incontro persone che mi fermano per parlare dell’idea che si son fatto di un lavoro esposto piuttosto che un altro. Dunque un effetto molto positivo, direi.

Quali sono le prossime esposizioni in programmazione?
La rassegna di quest’anno è iniziata il 12 maggio con il progetto Dell’azione negatrice di Mauro Folci, una targa in ottone incisa in nero con l’epigrafe “non è vero che non”, un inizio che mi piace molto, visto che parte da una doppia negazione. Il secondo appuntamento è stato quello con Ostensione di Christian Ciampoli, una grande immagine sindone della dea Demetra, realizzata attraverso un processo molto lento di lavorazione e cottura del lievito madre. Abbiamo inaugurato  da poco la terza installazione Tutto L’inizio, La Fine  di  Giovanni Gaggia, un intervento dialogico con il territorio e nello specifico con il mare e la pesca intese come attività di sussistenza. Una forma di “restituzione” sdoganabile al valore primario di certe attività.
Poi ci saranno in sequenza Marina Paris, Alessandro Brighetti, Davide Dormino, Paolo Assenza, Iginio De Luca, Caterina Silva, Igor Grubic, Corinne Mazzoli, e a chiudere una performance sperimentale tra musica e arte visiva con il gruppo punk rock dei Radio Zero.

Giovanni Gaggia, Tutto L’inizio la fine, con il pescatore Gianni Grillo. Foto: Gino D’Ugo

E per concludere chi è Gino D’Ugo?
Il prodotto residuale di un’eredità genetica unito a tante diverse esperienze frammentarie che cercano un loro ordine nel tempo, piene di errori  che mi hanno formato, disposto all’ascolto, ma prossimo a sviluppare una mia idea toccando con mano. La storia la si plasma ogni giorno, l’arte la si può trovare negli avvenimenti e nelle piccole percezioni del quotidiano, lo svolgimento può essere semplice o complesso e il mezzo può essere svariato e serve ad esprimere un concetto.  Qui sto curando lo spazio d’arte Fourteen Artellaro, dove la dimensione fisica mi mette in relazione con l’essenziale. Questa misura mi porta a lavorare su quello che c’è senza perdere di vista l’anima delle cose. Devo dire che mi affascina questa cosa, che uno spazio può essere dilatato da ciò che contiene.

 

Fourteen ArTellaro,
Piazza Figoli, 14
Tellaro di Lerici (SP)

Progetto in corso:

Giovanni Gaggia | TUTTO L’INIZIO E LA FINE
Rassegna La superficie accidentata a cura di Gino D’Ugo

22 giugno – 6 luglio 2018

Info: fourteenartellaro@gmail.com

 

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