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VAL DI NON | Castel Belasi, Castel Valer, Castel Nanno e Castel Coredo

Intervista a DANIELE GIRARDI di Valentina Varoli

Quattro castelli della Val di Non ospitano A Line Made by Walking, curata da Jessica Bianchera, Pietro Caccia Dominioni e Gabriele Lorenzoni. Una mostra diffusa che invita il visitatore a percorrere la valle, a visitare le diverse sedi castellari e a scoprire quattro autori che hanno messo al centro delle loro ricerche artistiche il rapporto con la natura, sovvertendo i canoni dell’arte e attribuendo al processo di attraversamento del paesaggio un valore artistico rivoluzionario.

A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali, installation view, Castel Belasi – Richard Long, Arizona Circle, 1987 – PH credit ©Francesco Mattuzzi

Richard Long, che trasforma l’atto stesso del camminare in soggetto artistico, registra le trasformazioni che provoca nel paesaggio creando forme geometriche elementari. Hamish Fulton, invece, ripensa il cammino come strumento per trovare un rapporto autentico con l’ambiente e interpretandolo come vera e propria pratica di meditazione e autoconsapevolezza. Ron Griffin approfondisce il tema del viaggio e si dedica a lunghe esplorazioni dei deserti americani durante le quali raccoglie tracce materiali del passaggio dell’uomo. Infine, Daniele Girardi concepisce il viaggio nella sua accezione archetipica, un processo immersivo in cui affrontare la natura selvaggia senza via precostituite.

A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali, installation view, Castel Belasi – sala Ron Griffin – PH credit ©Francesco Mattuzzi

La mostra unisce opere inedite appartenenti alla Panza Collection con lavori site specific e intende tracciare una linea tra i maestri già storicizzati e gli autori contemporanei, per farci riflettere sulla necessità umana di stare nella natura e “attraversarla lasciandosi attraversare”.
In questa intervista Daniele Girardi racconta gli aspetti fondamentali della sua poetica e alcune opere esposte in mostra.

A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali, installation view, Castel Belasi – Hamish Fulton, Eight Photographic Works, 1970 – PH credit ©Francesco Mattuzzi

Il tuo lavoro consiste prima di tutto in wild residency, periodi di esplorazione della natura selvaggia. In Val di Non come si è svolto il tuo periodo di residenza?
L’esplorazione del territorio è un aspetto fondamentale delle mie pratiche artistiche. Solitamente, le mie residenze si svolgono in luoghi remoti, dove manca completamente il rapporto con le persone. In Val di Non era impensabile cercare questi requisiti. Anche se in alcuni posti – come il canyon di Santa Giustina che ho percorso in canoa – ho avuto la percezione di trovarmi in un ambiente primordiale e inaccessibile, la valle è altamente antropizzata e ho preferito concentrarmi su altri valori come il legame con il tessuto abitativo e sociale. Uno dei lavori site specific che ne sono risultati, Refuge, riflette proprio sull’aspetto antropologico che caratterizza la Val di Non. L’opera è allestita in una delle sale di Castel Nanno, il colore rosso scuro delle pareti mi suggeriva una serie di associazioni mentali tra l’abete rosso e le valli trentine. Ho elaborato quindi un intervento site-specific con materiali lignei in dialogo con la pratica dell’abbandono dei taccuini Moleskine sul territorio.
Inoltre, la mia residenza è stata molto diversa dalle precedenti perché, anziché essere completamente solo, sono stato seguito dal regista Emanuele Gerosa che ha creato un lavoro di documentazione molto attento.

Daniele Girardi, Refuge, 2021, Installazione site-specific, Abete rosso, taccuini Moleskine, cm 270x150x190, PH credit ©Francesco Mattuzzi

Mi sembra di capire che la solitudine sia un aspetto imprescindibile del tuo lavoro.
Per quanto mi riguarda la solitudine è un valore fondamentale ed è parte integrante del mio stare nella natura. Nell’ottica del mio lavoro, attraversare ambienti selvaggi insieme ad altre persone ne cambia completamente la percezione e sarebbe come chiedere a un artista di realizzare un’opera in uno studio gremito di persone.
Il vero problema non è la solitudine del viaggio ma il ritorno alle normali dinamiche sociali e la difficoltà di entrare nuovamente nella dimensione urbana fatta di suoni, rumori, persone. Però ho imparato a considerare il viaggio come un moto circolare. A differenza di molte attività sportive e di consumo della natura che lo intendono come tragitto lineare o verticale che porta da un punto A fino a un punto B, per me il viaggio trova valore quando la partenza e la meta si dissolvono temporalmente.

Daniele Girardi art residency – 2020 – PH credit ©Francesca Padovan

Immagino che il ritorno alla civiltà sia complesso anche per la difficoltà di rielaborare le esperienze che hai vissuto.
Quando torno dai miei viaggi cerco di liberarmi da tutte le aspettative di formalizzazione estetica o artistica. Non voglio andare in spazi selvaggi per estrarne necessariamente un’opera: queste immersioni nella natura sono il lavoro stesso.
I miei lavori hanno un tempo di sedimentazione lunghissimo. Per esempio, Abaton – allestito a Castel Belasi – è un progetto che ho immaginato cinque anni fa. Un ponte di cavi e assi di legno consumate che occupa diagonalmente una delle sale del castello ed è parzialmente imploso al suolo. È un immagine che ho vissuto e solo dopo anni ho potuto realizzare con maggiore consapevolezza.
La ristretta realizzazione di opere è anche una scelta gestionale e politica del lavoro in antitesi alle logiche di produzione proprie della società contemporanea.

Daniele Girardi, Abaton, 2021
PH credit ©Francesco Mattuzzi

È come se durante i tuoi viaggi tu catturassi delle immagini, delle suggestioni visive, che poi riemergono successivamente anche dopo molto tempo.
Sì, il mio lavoro si costruisce sui simboli, sugli archetipi. Per esempio l’installazione Abaton è una metafora visiva molto potente in termini di trasmissione che rimanda alla dimensione inaccessibile delle zone remote. Non mi interessa riportare una documentazione dell’esperienza ma entrare nello spirito del luogo in un processo di progressiva immersione negli spazi.
Anche per questa ragione non mi preparo mai percorsi prima: applico un atteggiamento contrario a quello turistico tradizionale, voglio lasciarmi suggestionare dal mio stare nei luoghi.

Hai parlato di lavoro come scelta politica. Mi sembra che con la tua ricerca e le tue scelte di vita scardini molte dinamiche sia dell’arte che della società: il valore del tempo, il lentezza della produzione, la vita appartata, la necessità del riuso.
Si può vivere in maniera diversa rispetto ai modelli proposti dalla nostra società. Cerco sempre di applicare un’etica della vita, delle comunicazioni, delle relazioni. Mi sembra che sempre più si senta la necessità di tornare a questi valori perché la velocità del mondo non corrisponde al ritmo umano.
Applico lo stesso approccio anche all’arte non sottraendo nulla all’ambiente ma riutilizzando gli oggetti che mi servono per stare in natura e che prendono un valore estetico solo in un secondo momento. Per esempio, se uso un nastro adesivo per legare qualcosa, lo stesso nastro decontestualizzato può acquisire un valore estetico diverso, nuovo.

Daniele Girardi art residency – 2020 – Emanuele Gerosa, Behind the Line, 2020-2021, still da video

Questi due anni di limitazioni agli spostamenti ti hanno impedito di frequentare la natura selvaggia. Che ripercussioni hanno avuto sul tuo lavoro?
Le chiusure imposte dalla pandemia mi hanno dato la possibilità di lavorare sul tempo e sul viaggio interiore. Ogni giorno ho praticato una forma di meditazione del camminare, un giro ad anello – un approccio simile a quello di Fulton in Repetitive Walk – che passando sempre per lo stesso posto ti fa scorgere ogni volta aspetti diversi. È una pratica di attenzione, proprio come la meditazione, e ti permette di entrare in un microcosmo in cui, per citare Thoreau, “si può trovare la potenza dell’oceano anche in una pozzanghera”.
Questo periodo e queste riflessioni sono state fondamentali per creare l’opera del Mandala TT, esposta a Castel Belasi. È un’opera apparentemente semplice ma rispecchia pienamente la mia poetica: contemplazione, segni minimi e concetti che formano un cerchio destinato a dissolversi. Il mio stare nella natura non lascia traccia.

A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali, installation view, Castel Belasi – sala Daniele Girardi – PH credit ©Francesco Mattuzzi

A Line Made by Walking. Pratiche immersive e residui esperienziali in Fulton, Girardi, Griffin, Long
A cura di Jessica Bianchera, Pietro Caccia Dominioni, Gabriele Lorenzoni

5 giugno – 30 ottobre 2021

I giorni e gli orari di visita delle diverse sedi sono consultabili sul sito: www.visitvaldinon.it/it/eventi-top/a-line-made-by-walking-2021/

Per chiedere informazioni e prenotare le visite si deve chiamare da lunedì a sabato il numero 0463-830133 oppure scrivere una mail a info@visitvaldinon.it.

Le prenotazioni si effettuano entro il giorno precedente in cui si desidera riservare la visita. Ogni visita partirà con un minimo di 4 visitatori.

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