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Il paesaggio (dipinto): Maddalena Mauri, Nicolàs Pallavicini, Jernej Forbici

di Viviana Siviero


Una mostra sul paesaggio: un tema antico, da sempre al centro della ricerca formale dell’uomo che, guardandosi intorno fin dalla notte dei tempi, cerca di restituirlo per esprimersi. La storia si attualizza attraverso un’esposizione presentata dalla galleria  VM21 di Roma, che esprime le scelte di uno dei curatori più sensibili del momento, Antonio Arèvalo, che ha invitato il genio sensibile di tre artisti, che si cimentano con questo tema per ricerca personale, per dimostrare le infinite possibilità nonostante “l’età” di un tema che si potrebbe definire “classico”…


Viviana Siviero: Hai recentemente presentato una mostra dal titolo Paesaggio (dipinto), per la galleria VM21 di Roma, presentandola come una ricognizione condotta attraverso tre rappresentanti dell’oggi, su di una tematica antica ed attraente come quella che recita il titolo: che cosa rappresenta per te questo tema e quale pensi sia la sua importanza, oggi, in relazione a ciò che fu storicamente in passato?
Antonio Arèvalo: I paesaggi diventano spazi di accoglienza per attimi di vita intima, questo possiamo assaporare. È la dimostrazione che la pittura è in grado di affrontare quasi analiticamente qualunque argomento e che la sua specifica potenzialità è inesauribile.
Paesaggi che si sono rimodellati nei tempi e con i tempi. Paesaggi onirici, paesaggi contaminati, paesaggi fittizi che attraverso l’uso della pittura fanno esplodere le loro contraddizioni e vi si adagiano. Paesaggio che vive attraverso l’uso e attraverso la percezione. Paesaggi che mostrano le loro qualità geometriche, compositive e materiche.

Come hai scelto i tre artisti e quali aspetti rappresentano ed esprimono secondo te? In che modo è importante e significativo il modo in cui lo esprimono?
Questa mostra fa parte di una serie di mostre collettive che ho voluto nominare “a pari passo”, artisti di diversa provenienza geografica che sono sulla scena internazionale con le loro personali proposte: la prima fu realizzata a Torino a novembre 2009 e vide protagonista gli artisti Primoz Bizjak, Marlon De Arambujo e Patrick Hamilton ed ebbe come tematica, “la città”. La città vista trasversalmente. 
La seconda mostra (Formes & desformes), che ho presentato a Siena a novembre 2010, riunisce le opere di tre artisti nati in America Latina intorno agli anni 70: Alexander Apóstol (Venezuela), Ronald Moran (El Salvador) e Ismael Randall Weeks (Perú). Un panorama esplorativo che vuole proporre uno spazio di dibattito, che si occupi della significazione che ha acquistato l’arte latinoamericano, inteso come una manifestazione plausibile di cristallizzare i diversi modi di essere. “Another_Fiction”, la terza mostra di questo ciclo, proposta a Roma che si presenta come una collettiva ma contiene al suo interno tre personali distinte ed autonome che permettono di osservare tre donne, tre tecniche, tre diversi approcci al mezzo artistico in un percorso del fare che ritrova alcune metodologie del cinema. È quindi concepita come un “set” all’interno del quale tutti siamo chiamati a “posare”. Giulia Caira, Jessica Iapino, Daniela Papadia, rivolgono la propria riflessione critica alle micropolitiche del significante, facendosi carico di importanti contraddizioni interne. Di fronte al sistema specializzato dell’arte e rispetto alla scena italiana assumono una posizione indipendente e si muovono da vere outsider.

Entrando nello specifico dei lavori: Jernej Forbici racconta dell’emergenza attraverso una bellezza volutamente idilliaca. Potresti approfondire brevemente per noi il cuore della sua poetica?
Iquadri di Jernej Forbici raccontano d’idilli e di paesaggi perduti, della bellezza del mondo e del fallimento umano. Perciò sono soprattutto le dicotomie delle sue visioni terribilmente belle, che nelle sue opere a prima vista ci opprimono e con le quali grida allarmando il mondo: “we are standing on the edge”. L’orizzonte è posizionato in alto in modo tale che l’artista possa riempire quasi tutta l’altezza del dipinto con un paesaggio di cultura. Il pavimento un po’ ondulato è diviso in sottili strisce, sporadicamente ci sono degli alberi e per la natura serpeggiano dei sentieri  fiancheggiati da alberi messi in una fila dritta. Dolcemente si estende davanti ai nostri occhi una pianura slovena descritta meticolosamente.

Così anche per Maddalena Mauri, unica artista italiana del terzetto, che applica una tecnica del tutto particolare per creare luoghi di esperienza attraverso il loro stesso materiale, in una sorta di paradosso o meglio ancora di metafora…
Maddalena Mauri rappresenta la relazione che ha con la sua visione del passaggio, di cui fa circolare il suo presente e il suo immaginario, quasi come certi poeti dell’ottocento che videro attraverso i loro occhi, popolarsi un intero paesaggio, e un intero paesaggio poi svanire. Riunisce la materia, terre colorate impastate, spennellate; le convoca sulle pareti fino a farle lievitare. Sfida i materiali; è la duttilità del segno che parla, del gesto, che avvolgerà, che stratificherà. “Una storia strettamente personale”, che come un diario è spesso fiduciosa ma anche drammatica e movimentata, come far scorrere per un attimo una tenda e scoprire una luce, un’ombra, un’alba, un crepuscolo. 
Il suo intervento non è ambientazione, “environment”, perché l’obiettivo è cogliere un’esigenza di fondo, misurarsi con lo spazio.

Nicolas Pallavicini, infine, viene da te definito un pittore vero. In che senso affermi questa definizione e quale pensi in generale sia il destino della pittura, il suo futuro e la sua attualità?
Nicolas Pallavicini è un pittore vero, uno dei pochi contemporanei a credere seriamente e con grande responsabilità alla forma quadro. Il colore nelle sue tele è materia che si compone nello spazio dato con sapienza e con una pratica continua e costante. Nel caso di queste opere infatti il tema non è una scusa o un argomento, ma è l’opera stessa. Queste tele non rappresentano nessun paesaggio ma sono della stessa natura del paesaggio, è il colore che come materia si organizza in paesaggio, così com’è lo sguardo ad organizzare la natura in paesaggio, unisce la potenza espressiva dell’astrattismo ad un tema e lavora in controsenso lasciando che in alcuni momenti sia il paesaggio a rivelare la natura intrinseca della pittura e in altri la pittura a rivelare la natura del paesaggio.

Tornando a te: il recente successo del padiglione di cui eri curatore, all’ultima edizione della Biennale di Venezia, ha fatto si che, nella prossima edizione, tu svolga nuovamente un ruolo basilare: ci puoi anticipare qualcosa a partire dal tuo ruolo, alla scelta del curatore e dell’artista che rappresenterà il Cile?
Fernando Prats – artista cileno (1967), residente in Spagna (Barcellona) – è l’artista chiamato a rappresentare il Cile nella 54° edizione della Biennale d’Arte di Venezia 2011.
Il critico spagnolo Fernando Castro Flórez è il curatore che accompagnerà l’artista. Io, invece, vestirò le vesti di Commissario del Padiglione Nazionale. Il lavoro si Prats è rigoroso e riflette – in particolare le sue azioni dal progetto Chaitén, lavoro svolto a partire dal terremoto che ha colpito il Cile – la situazione del paese in un approccio cartografico di estrema intensità. È rappresentato dalla Galleria Joan Prats di Barcellona. Nel 2007 vince il Guggenheim Fellowship, John Simon Guggenheim Memorial Foundation, New York.

La mostra in breve:
Il paesaggio (dipinto): Jernej Forbici, Maddalena Mauri, Nicolàs Pallavicini
A cura di Antonio Arévalo
V.M. 21 Arte Contemporanea
Via Della Vetrina 21, Roma
Info: +39 06 68891365
www.vm21contemporanea.com
Fino al 15 febbraio 2011

In alto, da sinistra:
Jernej Forbici, “BLURY FUTURE”, 2010, acrilico e olio su tela, cm 240×170
Maddalena Mauri, “Soggiorno”, 2010, anilina e grafite su tela, cm 180×150
In basso:
Nicolas Pallavicini, “X-2”, 2009, olio su tela, cm 200×240

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