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TORINO | Galleria Unique | 21 marzo – 18 aprile 2015

Intervista a GIANLUCA QUAGLIA di Matteo Galbiati 

Dopo il recente progetto Snails, grande installazione site-specific presentata nelle sale di Villa Gianetti a Saronno, l’artista Gianluca Quaglia (1978) è protagonista di una mostra personale Places alla Galleria Unique di Torino. In occasione di questo raffinata e importante esposizione abbiamo incontrato il giovane artista per questa breve intervista:

Gianluca Quaglia, Coleotteri#4, 2015, intagli su quindici tavole entomologiche di fine '800, 66x76 cm Foto Marcella SavinoPer la mostra Places hai predisposto un’installazione ambientale che occupa tutto lo spazio della galleria, in cosa consiste?
L’installazione dal titolo Paesaggio è un lavoro del 2014. L’opera è composta da un grande foglio di carta decorativa da cui sono stati intagliati ed estratti con un bisturi tutti i decori. In origine il foglio era decorato con circa 350 libellule, questi esseri, una volta rimossi sono stati collocati ciascuno in un differente barattolo di vetro chiuso. I 350 barattoli invadono ora lo spazio della galleria, accumulandosi su piedistalli, sul pavimento e negli angoli delle sale, creando così un ambiente tridimensionale in cui il pubblico può muoversi. Le libellule, si confrontano con ciò che resta del foglio inciso, appeso alla parete, e con lo spazio individuale che ora occupano. Il pubblico si muove tra i barattoli e osserva il foglio allestito alla parete, trovandosi all’interno di ciò che sta osservando. In questo modo, inevitabilmente cambia il rapporto tra osservato e osservatore, tra soggetto e sfondo. Ho ragionato sulla forza del gruppo in rapporto al singolo, all’apertura di possibilità, piuttosto che al desiderio di creare un luogo chiuso.

I progetti site-specific appartengono al DNA del tuo modo di lavorare (come nel recente Snails). Cosa intercetti nei luoghi in cui operi, come intervengono nel tuo lavoro e come lo guidano? Invece lo spettatore in che posizione si trova come deve recepirlo?
Utilizzo varie caratteristiche di un luogo per sviluppare un progetto site-specific. Per abitudine mi soffermo sempre a guardare qualsiasi dettaglio e per me tutto diventa importante, dal colore del pavimento, all’altezza del soffitto ma, spesso, ciò che conta davvero non è dentro il luogo in cui realizzerò l’opera. In particolar modo m’interessa la relazione che si può creare con l’esterno dello spazio che ospita il lavoro e se questo ambiente esterno è percepibile in qualche modo dall’interno, e viceversa. Con ambiente esterno, intendo anche il contesto con cui mi trovo a dialogare e la necessità che mi porta a progettare un’opera. Ho bisogno di sviluppare operazioni di senso, per poi riproporle al pubblico. Nelle mie installazioni presento un luogo in cui è possibile stare, dando la possibilità al pubblico di confrontarsi con i significati che l’ambiente da me modificato genera. Spesso il pubblico che entra dentro alle mie installazioni, trova solo ciò che lui stesso ha portato. Dal canto mio non porto nulla di nuovo, ma innesco un processo di riassestamento su ciò che già c’è. Senza pubblico i miei lavori sono vuoti.

Nella tua ricerca attui un intervento di “dissezione” di un oggetto per trasferirlo, ex sede, in un altro ambito. Cosa comporta questo tuo agire tra isolamento e svuotamento delle diverse componenti?
La dissezione di cui parli è da me utilizzata per mostrare i vari strati di cui è composto un elemento o un’immagine. La separazione di una figura dal suo ambiente naturale mostra il ragionamento per cui è stata pensata e poi realizzata. Ad esempio, nel Luogo delle farfalle nostrali, rimuovendo tutte le farfalle dalla tavola entomologica, ho poi reso visibile la scelta operata, ricreando una nuova composizione della tavola stessa. Diverso è il risultato se la carta su cui sono intervenuto era all’origine di uso decorativo e non scientifico. Con i miei lavori voglio mostrare la relazione che esiste tra un elemento/soggetto e l’ambiente in cui si trova e come questi si modificano tra di loro trasformandosi di continuo e come, di fatto, l’uno non può esistere senza l’altro.

Gianluca Quaglia, Coleotteri, 2015, intagli su tavola entomologica di fine '800, barattolo di vetro, misure intaglio 25.5x33.5cm, barattolo 8.5x6x6 cm (dettaglio) Foto Marcella Savino

Che connessioni vuoi che si creino tra soggetto e oggetto?
Solo quelle che per le loro caratteristiche immanenti, tra soggetto e oggetto naturalmente si creano.

La tua ricerca mette in risalto la relazione tra figure e forme, tra il visibile e l’invisibile, tra la fisicità e la concettualità. Una visione di opposti?
Separo e metto in contrasto due o più fattori per creare uno spazio in cui è possibile sviluppare degli incontri. Non sono interessato agli opposti, ma alle connessioni che si creano quando ci si allontana e si guarda da una certa distanza un elemento, per poi riavvicinarsi. Mi interessa il cambiamento e la trasformazione dei materiali con i quali lavoro, che a volte possono tramutarsi inconsapevolmente nel loro opposto agli occhi di chi guarda. 

Importante è anche il ricorso a materiali differenti, non ne hai di prediletti, ma li ri-adatti a quello che stai creando… Come raccordi le diverse armonie che sono specifiche di ognuno?
Non mi sento vincolato a uno o più materiali, ma, in quest’ultimo periodo, ho utilizzato particolarmente la carta: mi affascina l’universo che gli ruota intorno, perché è un supporto duttile che mi apre diverse possibilità di intervento e quindi di modifica. Sono molto attento alla forma e alla composizione dei materiali che utilizzo, siano essi poster di carta, chili di coriandoli, barattoli di vetro o oggetti di uso quotidiano, come quelli che ho utilizzato a Saronno nell’opera Snails. Mi servo di tutti questi elementi con modalità quali l’accumulo o l’isolamento, la verticalità e l’orizzontalità, facendo in modo che lo spettatore entrando nello spazio installativo entri in relazione con gli oggetti e si senta avvolto e facente parte dell’opera.

Gianluca Quaglia, Il luogo dei fiori e dei frutti, 2015, intagli su carta, busta di plastica, intaglio 70x50 cm, busta 40x30 cm (dettaglio) Foto Marcella SavinoIn questa mostra osserviamo differenti insetti, in che maniera dobbiamo leggerne la presenza? Cosa rappresentano? A quale allegoria ricorri?
In mostra sono presenti svariati riferimenti alla natura, tra i quali insetti, piante e fiori. Infatti, ho realizzato lavori con tavole entomologiche di fine Ottocento e con fogli di carta industriale decorati. Ho utilizzato questi due materiali cartacei con scopi molto diversi, anche se le loro caratteristiche estetiche sono molto simili.
Non sono importanti per me i vari decori che scelgo ed estraggo, come la farfalla, il coleottero o il fiore di ranuncolo. È rilevante, invece, il fatto che ciascun elemento decorativo da sfondo diventa soggetto, per guadagnarsi una sua esistenza nuova. Dalla primordiale realtà decorativa, estrapolato e condotto verso la tridimensionalità, ogni elemento crea uno spazio fisico in cui è possibile per il visitatore, inserirsi e interagire. La mia osservazione della natura è materiale, in quanto ricreo un ambiente reale, per offrire svariate possibilità di relazione con il soggetto e lo sfondo, stimolando cortocircuiti tra queste due definizioni. Le libellule, i fiori e gli altri insetti si trasformano, assumono una nuova vita.

Una parte importante della tua esperienza artistica si rivolge al sociale, lavori con la disabilità, sperimenti con efficacia l’arte relazionale. Come agisce – o dovrebbe agire – l’arte contemporanea in questi ambiti? Che ruolo ha? Cosa si riesce ad ottenere in contesti tanto difficili e problematici?
Da circa tre anni conduco un progetto di arte e relazione all’interno di un centro diurno di Milano nel campo della disabilità dell’adulto. In questi casi l’arte apre a grandi possibilità d’interazione, sostituendosi con successo alla comunicazione verbale. I linguaggi dell’arte contemporanea danno la possibilità di affrontare argomenti importanti, ponendo come primo obiettivo quello della scelta e dell’interpretazione soggettiva. Mi sorprendo di continuo nel vedere con quale profondità, persone con disabilità grave, affrontano certi problemi estetici. Nei momenti di lavoro, con una realtà come quella del centro con cui collaboro, si sviluppa una ricchezza che deriva dalla diversità con cui interagisco. Diversità di esperienze, di modi di fare, di capacità e di modi di affrontare il mondo: tu diverso da me, io diverso da te. Molti dei temi che affronto nel mio lavoro provengono da queste esperienze, l’osservazione e l’interazione con l’ambiente è argomento centrale per chi lavora con la disabilità. Molto si può ottenere e la parte più importante è quella di lavorare sul come stare insieme, creando un ambiente in cui la persona ha la possibilità di agire a seconda della proprie peculiarità fisiche ed emotive.

Cosa hai in cantiere? Prossimi progetti?
Il mio prossimo impegno è a maggio, quando prenderò parte al Mildura Palimpsest Biennale #10, 2015 invitato da Jonathan Kimberley, uno dei curatori del progetto, che prevede una residenza in Valle Camonica con altri artisti internazionali, alla scoperta dei siti rupestri della Valle.

Gianluca Quaglia. Places
a cura di Antonio D’Amico

21 marzo – 18 aprile 2015
Inaugurazione sabato 21 marzo ore 17.00

Galleria Unique
Corso Vittorio Emanuele II 36, Torino 

Orari: da martedì a domenica 10.00-12.30 | 15.30-19.30

Info: +39 011 5617049
info@galerieunique.com
www.galerieunique.com
www.gianlucaquaglia.com

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