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Intervista ad ELENA MAZZI di Milena Becci

Vincitrice del Premio Ermanno Casoli 2018, Elena Mazzi ci racconta i suoi progetti in corso e la sua visione dell’arte come mezzo per esplorare il mondo che ci circonda, come essa stessa dichiara. Un lavoro che si collega fortemente alla realtà sociale e politica, ai meccanismi che in questa vengono messi in atto dall’uomo. Le ho chiesto, con grande curiosità, di entrare nello specifico dei suoi lavori parlando di ciò che ha presentato nel contesto del Premio Casoli e delle sue ultime esposizioni presso l’Istituto Italiano di Cultura di New York, ArtVerona (dove tra l’altro, allo stand della galleria Exelettrofonica di Roma, è stata selezionata dal MAGA – Museo Arte Gallarate, tra i musei che hanno aderito a “LEVEL 0” durante la fiera, ndr) e della sua futura partecipazione ad Artissima

Elena Mazzi, ExElettrofonica, ArtVerona, 2018, Veronafiere. Foto Ennevi

Inizio con una domanda generale che ci proietti all’interno del tuo lavoro, in qualche modo dentro l’inizio del tutto: nelle tue mostre lo spazio diviene spesso luogo di laboratorio, attivo e partecipativo. Quali sono le radici di questo modus operandi? Cosa rappresenta per te lo spazio?
Lavorare con il reale è ciò che muove il mio interesse verso l’arte contemporanea. Vedo l’arte come mezzo per esplorare il mondo che mi circonda, costituito da dinamiche sociali complesse. Credo che l’arte sia un ottimo strumento di lavoro collettivo, proprio perché libero da concetti predefiniti. Lo spazio è il luogo in cui ci muoviamo, ci incontriamo, interagiamo. Noi siamo spazio. Le nostre emozioni, paure, fragilità, tensioni, interazioni derivano soprattutto dalle conformazioni geofisiche dei luoghi in cui ci troviamo, degli ambienti che viviamo. Noi e tutti gli esseri viventi. Se l’arte è uno strumento utile ad esplorare questo spazio, è inevitabile che questo debba per forza rientrare anche nel contesto espositivo, trasformandolo.

Elena Mazzi, Mass age, message, mess age (Elica, 2018) ph Daniele Alef Grillo

Hai vinto il Premio Ermanno Casoli 2018 presentando un progetto iniziato nel 2015 dal titolo Mass age, message, mess age che abbraccia tematiche complesse quali la comunicazione in tempo di rivoluzione e la possibilità di errore sottesa alla trasmissione di un messaggio. Con che modalità hai lavorato in Elica con i dipendenti dell’azienda e qual è l’output di questo progetto?
Come nel primo appuntamento torinese del 2015, era essenziale costruire insieme ai partecipanti un vocabolario di partenza per il gioco. Insieme al curatore Marcello Smarrelli e alla direttrice Viviana Cattelan, si è deciso di partire da una selezione di libri (principalmente aventi come soggetto l’economia aziendale) donati dai dipendenti dell’azienda a Francesco Casoli e Viviana Cattelan nel Natale del 2016. Ho dapprima letto i libri e ho selezionato delle parole ricorrenti nei testi da sottoporre e dibattere insieme ai partecipanti al workshop e al formatore aziendale Diego Agostini, della società Committment. Si è creato così un vocabolario che è stato “giocato” nella fase successiva del workshop: una sorta di gioco del telefono senza fili che prevedeva l’utilizzo di strumenti per la trasmissione delle parole, costruiti dagli impiegati dell’azienda riciclando componenti delle cappe di Elica. Al momento sto realizzando un’installazione in alluminio in due componenti, sintesi di queste auto-costruzioni, mentre le tracce del vocabolario realizzato insieme rimarranno impresse con degli stencil colorati sulla grande parete della Piazzetta interna di Elica, dove il workshop ha avuto luogo. La struttura di lavoro può così essere divisa idealmente in tre parti (analisi-azione-realizzazione) che si succedono e si definiscono l’una con l’altra.

Elena Mazzi, Mass age, message, mess age (Elica, 2018) ph Michela Curti

Lo scorso 25 settembre ha inaugurato all’Istituto Italiano di Cultura di New York Young Italians, collettiva di dodici artisti italiani per la quale sei stata selezionata anche tu. Con che opera hai partecipato e che pensiero hai rispetto alla considerazione che emerge dall’assetto curatoriale della mostra secondo cui si vive in un presente in cui non c’è soluzione di continuità col passato?
Ho deciso di esporre Colors at the end of the world un poster realizzato nel 2011 per un progetto nel territorio trevigiano (Neoespheria, interventi urbani all’interno di una vetrina per locandine cinematografiche). Il lavoro faceva riferimento ad una legge presentata dal partito della Lega Nord che aveva come obiettivo quello di vietare ai gestori di attività commerciali l’uso di caratteri che non fossero latini nelle scritte delle insegne pubblicitarie, evidente sintomo di una xenofobia crescente nell’area in questione. Le traduzioni, in Arabo, Cinese, Macedone, Serbo, Ucraino, Bangladese, Hindi, Tamil, Greco e Russo rispecchiano le diverse nazionalità degli esercenti commerciali stranieri che in quegli anni operavano attivamente nella città di Treviso. Il titolo fa riferimento ad un film/documentario del regista Ale Corte che narra gli abusi e i soprusi compiuti dall’internazionale casa di moda di origini trevigiane Benetton nei confronti del popolo Mapuche, in Argentina (tuttora in corso). Il poster intende offrire una prospettiva differente sulla dubbia apertura culturale e sociale che l’azienda tenta di far trasparire attraverso le sue operazioni mediatiche. Per quanto riguarda il mio pensiero, sono personalmente d’accordo con l’intento della mostra di rafforzare la promozione dell’arte italiana all’estero, in continuità con le intenzioni di 50 anni fa; è un’operazione necessaria per aprire il dialogo contemporaneo all’estero e far sì che da fuori si abbia più coscienza di cosa è l’Italia, stereotipi a parte. Trovo però ridondante questo continuo richiamo al peso della storia e del passato che secondo la critica affligge gli artisti italiani. Credo che tutti gli artisti dovrebbero essere consapevoli del contesto storico-artistico socio-politico del proprio paese (a mia volta io stessa ho iniziato i miei studi con una laurea triennale in storia dell’arte), ma tanti sono gli artisti di oggi in grado di trattare tematiche attuali e reali in maniera puntuale e concisa.

Elena Mazzi, Colors at the end of the world, poster, 2011

Ci parli del lavoro che hai presentato per la mostra, Chi Utopia mangia le mele, (nella programmazione di  Art&TheCity di ArtVerona), pensata per gli spazi dell’ex Dogana di terra e curata da Adriana Polveroni e Gabriele Tosi? Hai presentato un nuovo progetto che sarà poi anche ad Artissima Torino. Di che si tratta?
Sto lavorando a una nuova serie di opere che, come spesso accade, racchiudo sotto un unico progetto. Qui racconto di un incidente alla colonna vertebrale che ho subìto lo scorso anno dopo un forte impatto con l’acqua del mare, a cui è seguito un periodo di sedentarietà prima e una residenza in Islanda dopo. La residenza mi è stata utile per ritrovare una nuova sintonia tra corpo e paesaggio, isolata in un luogo remoto e dalle forze naturali e animali strabilianti. Ho passato settimane a nuotare in piscine dalle forme antropomorfe, e a raccogliere vertebre di cetacei tra spiagge, riserve naturali, incontri casuali e scienziati confinati in luoghi estremi. Traendo spunto dagli scritti di Donna Haraway, ho voluto ragionare sul possibile incontro tra specie, rivedendo nella mia vicenda personale una proiezione di quanto detto dalla filosofa: “Dobbiamo chiederci cosa accade quando le specie si incontrano, perché una volta che ci siamo incontrati, non possiamo più essere gli stessi.” A Verona ho presentato una stampa fotografica, primo passo di questa ricerca, che è proseguita in nuove produzioni, alcune delle quali in fase di realizzazione, mentre altre saranno visibili ad Artissima.

 

Elena Mazzi vincitrice della XVII edizione del Premio Ermanno Casoli
a cura di Marcello Smarrelli

Fondazione Ermanno Casoli
Via Ermanno Casoli 2, Fabriano (AN)

Info: +39 0732 6104257
info@fondazionecasoli.org
www.fondazionecasoli.org

 

Young Italians. Collettiva di dodici artisti italiani
a cura di Ilaria Bernardi
prodotta da Magazzino Italian Art e Istituto Italiano di Cultura di New York.
Artisti: Davide Balliano, Danilo Correale, Irene Dionisio, Antonio Fiorentino, Silvia Giambrone, Domenico Antonio Mancini, Elena Mazzi, Luca Monterastelli, Ornaghi & Prestinari, Gian Maria Tosatti, Eugenia Vanni e Serena Vestrucci.

25 settembre – 1 novembre 2018

Istituto Italiano di Cultura di New York
686 Park Avenue
New York, NY 10065 – USA

Info: iicnewyork@esteri.it
www.iicnewyork.esteri.it
www.magazzino.art

 

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