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Daniele Girardi. I ROAD

di Elena Baldelli

Asfalto in galleria. Lì, dove non ci si sarebbe mai aspettati, sorge una strada. L’ha progettata Daniele Girardi riflettendo sui suoi personali On the road e materializzandoli in una mostra-viaggio popolata da intime visioni istantanee: fuochi rigeneratori, San Giorgio e il Drago, scarpe, cuori e molte altre simbologie. L’esperienza della breve strada, costruita sopra la pavimentazione degli spazi de La Giarina di Verona, oltrepassa, però, la fisicità dell’attraversare, racconta quello che Girardi è, e, anche, quello che io-osservatore-viandante sono, che tu-osservatore-viandante sei e così via, perché tutti hanno interiorizzato momenti legati a quel cumulo di catrame. Sulla strada ognuno diventa strada: I ROAD, YOU ROAD, HE/SHE ROAD, WE ROAD, YOU ROAD, THEY ROAD…

Elena Baldelli: Il viaggio “sulla strada” è indice di cambiamento fisico e metaforico. Il celebre On the road, per questa personale, si tramuta in I ROAD, un sentire la strada tanto intimamente da fonderla con la propria persona… Ci spiegheresti la scelta del titolo? In che forma ti senti “strada”?
Daniele Girardi: I ROAD è strada che si fa viaggio. Viaggio come spazio interiore da percorrere alla riconquista del proprio io; viaggio inteso, non solo come spostamento nello spazio e nel tempo, ma anche in senso simbolico, tensione verso la conoscenza.
È nel cammino, nel momento di procedere verso le differenti tappe che scandiscono il percorso creativo che trovo il momento dell’esperienza più significativo per la ricerca.
I miei sono sempre tentativi, non di raggiungimento, ma di percorrenza di un circuito sconosciuto.

I ROAD si presenta come un percorso intimo, condiviso nello spazio-galleria dagli osservatori che partecipano al viaggio da te proposto. Come hai strutturato l’itinerario-mostra?
Il progetto I ROAD si sviluppa in differenti tipologie di lavori, tutti con un denominatore comune. Da qui nasce il percorso della mostra.
Partendo dalle videopitture, dove lo scorrere del tempo e il susseguirsi delle immagini crea la dimensione del divenire in un flusso temporale dove non c’è né inizio, né fine, seguono, con lo stesso principio, i Roll Frames, una sorta di pergamena progettuale con una parte visibile e il resto arrotolato dove si percepisce quello che può essere la fonte e il suo fisiologico proseguimento, ma non è dato certo… Anche il materiale ha in sé una memoria. Ho lavorato sul rotolo di carta per dare continuità alla sequenza immaginativa (metodo usato da Kerouac per la scrittura; molte sue opere sono composte su lunghe bobine cartacee per non bloccare il corso delle parole e della narrazione), tentando di lavorare “in continuum” con lo stesso processo sul piano visivo. In uno spazio di passaggio della galleria ho interagito, invece, con il suono, amplificando nell’ambiente un’acustica simile al rumore che produce la macchina mentre corre sull’asfalto; loop sonoro di un procedere che si fa presenza sensoriale.
Si arriva così alla grande installazione che condensa e sintetizza tutto il progetto. Nasce dalla superficie dello spazio una vera e propria strada (non simulandone la fisicità ma costruendola veramente). Asfaltando la pavimentazione con il catrame e utilizzando la segnaletica orizzontale ho realizzato la strada percorsa per renderla autentica al contatto di chi entra nell’ambiente. In questo luogo si respira la dimensione del viaggio fatta di percorrenze, memorie, cadute e arrivi e s’intrecciano e dialogano gli sketch books su carta con il multimediale, collegati tramite matasse di cavi elettrici (con questo materiale ritorno all’idea di flusso come conduttore di energia) per arrivare al tubo catodico, situato alla fonte di tutto.
Dal monitor CRT scorrono centinaia di immagini, appunti, visioni estemporanee, lisergiche e alterate, così il materiale visivo (esposto parzialmente), che contiene gli sketches installati sulle pareti, viene divulgato dallo scorrere del flusso digitale delle immagini. La memoria della carta si fa presenza virtuale, opposti che si fondono per creare un territorio ibrido e apolide.

Dalla materia (pittorica) all’anti-materia (digitale). L’approccio con la pittura è essenzialmente diverso da quello con il digitale e il video. Ci potresti spiegare cosa intendi per videopittura?
Nelle videopitture la tradizione del quadro dialoga con la ricerca digitale video nel tentativo di far coesistere il linguaggio pittorico con i mezzi e materiali tecnologici del nostro tempo.
Il monitor diventa tela elettronica di conseguenza il pigmento si fa pixel e il supporto digitale, fatto di luce, crea la nuova superficie da “dipingere”.
Nella mia ricerca c’è sempre una tensione verso qualcosa che sta accadendo, ma che ancora non è concluso in termini temporali perciò il passaggio verso il linguaggio video è stato naturale.
Partendo da questo presupposto nascono i lavori che fondono riprese reali ad un insieme di linguaggi (collage, disegno, ecc.) tipici della tradizione pittorica utilizzati però con i medium digitali. Nelle videopitture si fondono fenomeni percettivi differenti e contrastanti come la descrizione di un’azione e la staticità di un’immagine; questo mi fa riflettere sulla pittura in termini di tempo/spazio, il ritmo fra un frame e l’altro diventa un’istantanea sequenza tra la visione e il suo sviluppo sconosciuto.

Noto la presenza della famosa agenda Moleskine, oggetto molto comune nella tasca di un disegnatore, legato sia all’idea del diario di viaggio sia alla fase progettuale dell’animazione video…
Nel tempo e in diversi viaggi ho raccolto molto materiale in queste agende. Da contenitore di immagini, quale è, ogni singola Moleskine ha subito una trasformazione; essendo concepita, non come un diario da sfogliare, bensì come oggetto/scultura. Il senso del viaggio in questi feticci non è referenziale al loro contenuto, ma si fa racconto tramite il processo di realizzazione. Hanno perciò un vissuto performativo; bruciandoli strappandoli e ricomponendoli scrivono la loro storia individuale. Ciascuno possiede un vissuto fatto di lacerazioni, immagini, inserti, contenuti e visioni, usure date dal tempo e dal fuoco e non custodite gelosamente in un cassetto, ma fatte vivere. Ho convertito la loro entità da un rapporto di funzione bidimensionale legato alla scrittura o al disegno, ad un uso e volume scultoreo autonomo.

Sulla strada compaiono diverse simbologie. La più ricorrente è il fuoco, non sempre focolaio circoscritto, legato alla sosta notturna, ma spesso invasivo e distruttivo… Come mai hai scelto di inserirlo nel tuo cammino in maniera così prorompente?
Di origine archetipica, il fuoco è sempre stato presente nei miei lavori sotto diverse forme; è elemento vivo e dinamico che crea, con il movimento, una pittoricità magmatica. Si trova, come roveto biblico, in un perpetuo ardere nel lavoro di videopittura Inner Surface del 2008, acquisito ultimamente nella collezione permanente di Palazzo Forti oppure nella serie di tecnopittura Wildness come tema ricorrente in paesaggi apocalittici, fino ad arrivare al vero e proprio atto fisico della combustione sugli Sketch books.
Nelle videopitture di I ROAD, in queste strade senza fine, non appare mai con valenza distruttrice, ma purificatrice e come simbolo di trasformazione nelle sue varie declinazioni fino ad incarnare allegoricamente la figura della fenice, ideale di rinascita.

Sbaglio o c’è stata un’evoluzione sostanziale rispetto ai lavori passati?
Si, formalmente il lavoro degli ultimi 3 anni è cambiato molto, ma c’è sempre un filo conduttore, un legante, un percorso dove passaggi concentrici scrivono e scandiscono i capitoli di un lungo racconto. È stato un tempo di ricerca e di assorbimento dedicato alle letture e ai vari soggiorni/viaggi negli Stati Uniti. Un’esperienza significativa è stata la residenza ISCP di New York City dove mi sono confrontato con molti giovani artisti proveniente da diversi paesi. Ho avuto la possibilità di allontanarmi per poi ritornare sul mio lavoro riflettendo sull’idea di spazio/movimento… uno spazio che si fa tragitto. È tra un arrivo e una partenza che nasce e si rigenera il mio lavoro.

La mostra in breve:
Daniele Girardi. I ROAD
a cura di Elena Forin
La Giarina Arte Contemporanea
Interrato dell’Acqua Morta 82, Verona
Info: +39 045 8032316
Fino al 30 aprile 2011

In alto:
“I ROAD”, 2011, installazione site-specific, asfalto, cavi elettrici, sketch books, monitor CRT, dimensione ambiente
Al centro:
“I ROAD”, 2011, installazione site-specific, asfalto, cavi elettrici, sketch books, monitor CRT, dimensione ambiente (particolari)
In basso:
“I ROAD” Chapter I-II-III, 2011, videopittura su media player, durata 1’30’’

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