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Il problema principale che ha impegnato la filosofia presocratrica greca è stato quello della ricerca dell’arché, l’elemento primordiale da cui traggono origine tutte le cose. Il filosofo Talete identifica l’arché con l’acqua. Anche la pittura di d’Arielli sembra fondata sullo stesso principio. Come in molta pittura contemporanea, l’incipit è scandito dalla fotografia, eseguita immergendo l’apparecchio all’interno di contesti fluidi (come piscine e fontane). Questa mediazione genera un punto di vista eterodosso e toglie consistenza alle cose. La foto diventa quindi traccia visiva per il quadro, in una pratica che incrocia diversi media. L’operazione sulla tela è tutta giocata sui valori della superficie, tramite il ricorso a campiture piatte e colori fluorescenti, che alterano la reale scala cromatica. Il risultato è una pittura situata sul crinale tra astrazione e figurazione, cangiante e mobile, che fa appello al puro piacere visivo. Un’arte che si colloca in un punto di passaggio, quel passaggio di stato che caratterizza la materia, e che comunica la sua instabilità, la sua impermanenza. Un mondo fluttuante.
Il 18 giugno d’Arielli ha inaugurato Stile libero, la sua seconda mostra personale nella galleria Cesare Manzo di Roma. In questa occasione per la prima volta l’artista esce dai confini della pittura per lavorare nello spazio.


Simone Ciglia: Com’è avvenuta la scelta dell’acqua come universo formale della tua opera?

Daniela d’Arielli: L’acqua è fluida, cambia incessantemente forma, consistenza, colore e proprietà. Nelle sue mille forme l’acqua permea letteralmente tutta la natura ed è il bene più prezioso per la vita. Nell’acqua non esiste caduta, il peso diventa inconsistente e ogni movimento non difficoltoso, è uno spazio che non presenta elementi ostili, perché semplicemente è esso stesso ostile – pur nella sua accoglienza – alla vita dell’uomo.

Il tuo discorso artistico mette la natura al centro. Come si articola il rapporto tra arte e natura all’interno del tuo lavoro?

«I cieli, il sole, stelle e i loro moti, l’aria, le acque crescono e calano per insegnarci che dovremmo essere sempre in movimento» (Robert Burton).

In occasione di questa personale hai abbandonato i confini della pittura che fino ad ora avevano rappresentato il territorio della tua ricerca per un intervento di tipo installativo. Come è maturato questo cambiamento? È stata un’evoluzione naturale all’interno del tuo lavoro o condizionata dal contesto espositivo?

La mia pittura si svolge tutta under the water. Come sguardi che da sotto l’acqua sbirciano la realtà naturalmente distorta. Da tempo lavoravo al progetto di dipingere un soffitto per enfatizzare ancora di più la sensazione di trovarsi realmente sott’acqua.
La realizzazione di questo “affresco” è stata quindi un’evoluzione naturale del mio lavoro che mi ha permesso di cambiarne la “prospettiva” restando strettamente legata alla mia ricerca e alla tanto anelata e importante tradizione pittorica.
Questa stanza ha poi chiaramente influenzato tutto il contesto espositivo.
Da qui, la scelta di esporre piccoli disegni fatti con squame, matita e acrilico rosso adagiati su dei tronchi disseminati nelle restanti due stanze della galleria; come pensieri galleggianti tra le nostre radici e la vita fuori di noi.
Tutto l’aspetto installativo che ha acquistato la mostra ha sorpreso anche me.
In realtà è nato tutto in conseguenza a ciò che volevo mostrare e a come lo stavo facendo.
Trovarsi dentro un luogo, dove fuori ci fosse acqua e al cui interno ci fosse un giardino di pensieri. Riuscire comunque a non appendere nulla sulle pareti – mostrando anche lo spazio e non usandolo solo per mostrare – non lo trovo un esercizio di stile ma uno sguardo più attento al proprio lavoro indissolubile dalla realtà circostante.

Recentemente hai partecipato alla mostra Impresa Pittura, a cura di Raffaele Gavarro e Claudio Libero Pisano presso il CIAC – Centro Internazionale d’Arte Contemporanea, Castello Colonna di Genazzano. Com’è maturata la scelta della pittura come medium e come si declina nella tua opera?
«La pittura è rimasta schiacciata dal peso della propria forza originaria, dal timore di non poter rispondere alla magnificenza della propria storia» (Alessandro Pessoli). Per quanto a volte inadeguata, la pittura rimane un linguaggio che, se si vuole, può avere ancora una forte aderenza alla realtà.

La fotografia costituisce un passaggio fondamentale nell’esecuzione dell’opera. La consideri soltanto un mero strumento o pensi che in futuro potrà avere una propria autonomia all’interno del tuo lavoro?

Sì, la fotografia è un passaggio fondamentale della mia opera. Alcune foto, più di altre, hanno una fortissima autonomia: vivono di vita propria e non verranno mai trasposte in pittura.

La mostra in breve:
Daniela d’Arielli. Stile Libero
Galleria Cesare Manzo
Vicolo del Governo Vecchio 8, Roma
Info: +39 06 93933992
www.galleriamanzo.it
Fino al 4 settembre 2010

In alto:
Vedute della mostra “Stile Libero”, Galleria Cesare Manzo, Roma. Courtesy Galleria Cesare Manzo, Roma

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