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MILANO | Quartiere Lambrate | Fino al 28 febbraio 2018

Intervista a DANIEL GONZÁLEZ di Chiara Canali

Con Imaginary Country l’artista argentino Daniel González (Buenos Aires, 1963) è ritornato in Italia presso il quartiere Lambrate a Milano e ha dato vita a una serie di installazioni site-specific che mettono in discussione la realtà del linguaggio dei social network, interrogando lo spettatore sui labili confini tra realtà e immaginazione, metafisica e quotidianità. Il progetto è piaciuto così tanto agli abitanti della zona che l’iniziativa è stata prorogata fino al 28 febbraio 2018.

Daniel González, Imaginary Country. Foto Carola Merello e Andrea Martiradonna. Courtesy l'artista e Associazione Made in Lambrate.

Daniel González, Imaginary Country. Foto Carola Merello e Andrea Martiradonna. Courtesy l’artista e Associazione Made in Lambrate.

Caro Daniel, come mai il progetto Imaginary Country è stato appositamente pensato per il quartiere di Lambrate e non per un’altra zona della città di Milano?
Tutto è cominciato nel 2007 quando, su invito di un collezionista privato dell’Associazione Made in Lambrate, avevo realizzato il progetto Homeless Rocket with Chandeliers, in collaborazione con l’artista Anna Galtarossa, su una gru alta 35 metri di altezza: dopo essere stata usata in un cantiere nelle ore diurne, finito l’orario di lavoro, al calare del sole, si attivavano dei dispositivi di allarme che facevano uscire fumo come da un missile e si accendevano dei neon. Questa trasformazione decretava il passaggio dell’oggetto gru da operativa-lavorativa in elemento metafisico, in opera d’arte.
Dopo questa esperienza sono passati dieci anni e, nuovamente, Mariano Pichler di Made in Lambrate mi ha invitato per realizzare Imaginary Country.
Lambrate è un quartiere che mi sta molto a cuore (in quanto vengo da una città come Buenos Aires che ha numerose analogie con quest’area) perché mi ha fatto nascere artisticamente in Italia e si presenta al pubblico con tutto il suo travaglio, la sua fatica ad affermarsi come polo culturale mentre mantiene viva una storia operaria di lunga data.

Daniel González, Imaginary Country. Foto Carola Merello e Andrea Martiradonna. Courtesy l'artista e Associazione Made in Lambrate.

Daniel González, Imaginary Country. Foto Carola Merello e Andrea Martiradonna. Courtesy l’artista e Associazione Made in Lambrate.

Per quale motivo soprannomini questi progetti “architetture effimere” e qual è la loro origine?
Un’architettura effimera trasforma semanticamente, e per poco tempo, la funzione dello spazio. Il senso di questi lavori risale alle architetture effimere barocche, che salutavano una manifestazione, un evento festivo e, al tempo stesso, cambiavano la funzione sociale dello spazio.
Imaginary Country nasce dalla volontà di fare una ricerca sul linguaggio, soprattutto in rapporto con il social network, questa grande rivoluzione nell’ambito della comunicazione che è tutt’ora in divenire. Durante un viaggio a Berlino sono rimasto colpito da alcune riflessioni su una dimensione (quella dei social network) che mi è in parte estranea. Certe percezioni mi sfuggono per un dato generazionale: dialogando e riportando tutto a livello delle mie conoscenze ho pensato che fosse importante questa dimensione di immersione totale nel presente che appartiene alla creazione delle opere e che è una delle caratteristiche condivisibili con i social network.

Daniel González, Imaginary Country. Foto Carola Merello e Andrea Martiradonna. Courtesy l'artista e Associazione Made in Lambrate.

Daniel González, Imaginary Country. Foto Carola Merello e Andrea Martiradonna. Courtesy l’artista e Associazione Made in Lambrate.

Che ruolo svolge l’hashtag nella tua comunicazione semantica?
Gli hashtag sono aggettivi che constatano digitalmente che ciò che dici è una verità, decretando una conoscenza mediale. Un semplice hashtag ha la capacità di trasformare ogni parola in realtà. Ho dunque riflettuto sul fatto che abbiamo una vita mediale e abbiamo contemporaneamente una vita quotidiana, analogica.
Come le facciamo dialogare? Come facciamo sì che la vita digitale si trasformi in esperienza fisica, concreta?
La risposta è nell’utilizzo degli hashtag. In questo modo le mie architetture diventano delle architetture effimere semantiche, ossia trasformano uno spazio attraverso un gioco del linguaggio.
Con l’hashtag regalo sogni: tutto quello che le persone del quartiere non hanno e non si potrebbero permettere, come le #montagne, il #mare, la #piazza, uno #stargate e una #stradaromana.
Gli hashtag che ho scritto sugli striscioni (“pasacalles” in argentino) funzionano come dei sottotitoli del paesaggio, sono dei post ma analogici, reali. Tu vedi l’hashtag, l’hashtag richiama alla tua memoria dei significati, gioca con il tuo sapere, attiva la tua immaginazione e concretizza un immaginario poetico, inconscio o sotteso.
Per esempio nel quartiere c’è viale Delle Rimembranze di Lambrate che da tutti è vissuto come una piazza per un naturale allargamento stradale. Lo striscione con #piazza ha fatto emergere questo immaginario sotteso. Con mia grande meraviglia, la piazza che provocavo come un sogno è diventata anche realtà.

Daniel González, Pop-Up Museo Disco Club, 2011, a cura di Rocío Aranda-Alvarado, Trinidad Fombella e Elvis Fuentes architettura effimera in occasione della Biennale de El Museo, The (S) Files, El Museo del Barrio, New York City. Foto Kramer O’Neill. Courtesy Studio Daniel González.

Daniel González, Pop-Up Museo Disco Club, 2011, a cura di Rocío Aranda-Alvarado, Trinidad Fombella e Elvis Fuentes, architettura effimera in occasione della Biennale de El Museo, The (S) Files, El Museo del Barrio, New York City. Foto Kramer O’Neill. Courtesy Studio Daniel González.

Come mai hai scelto di allestire come striscioni proprio i “pasacalles” e a quale tradizione fanno riferimento?
La scelta dei pasacalles è legata alla mia origine argentina. I pasacalles sono un sistema tradizionale argentino di comunicazione con striscioni dipinti a mano. Vengono utilizzati per comunicare dei messaggi intimi, di natura personale, politica, sociale o amorosa, e vengono appesi davanti alle case delle persone con cui si vuole comunicare. A volte comunicano messaggi d’amore, altre volte di benvenuto per chi rientra dopo un lungo viaggio oppure di sollecito a fare delle azioni: le motivazioni sono sempre diverse. Veicolano in ogni caso messaggi molto potenti e sono come una specie di social network praticato dai cittadini prima dell’avvento di internet.
Gli striscioni sono composti di amido di mais (come le borse delle patate intrecciate a mano) per cui si vanno sfilacciando nel tempo: caratteristica che mi piace molto perché, quando un pensiero comincia a sfilacciarsi, diventa vissuto, si sedimenta.

Questo aspetto partecipativo, interattivo, che è implicito nel progetto Imaginary Country, credo sia un po’ una caratteristica portante del tuo lavoro. Puoi parlarmi di altri progetti in cui metti in primo piano il rapporto con lo spettatore?
Fin dai primi progetti sento il bisogno di coinvolgere lo spettatore in prima persona. Ho bisogno del protagonismo del pubblico, non tanto per creare un’illusione di coinvolgimento, ma piuttosto perché lavoro sull’identità. Così nel caso delle opere da indossare che ho raggruppato nel brand D.G.Clothes Project e che nacquero in prima battuta durante la Biennale del 2005 a Praga.
Nel 2008 il Dipartimento di Educazione di Manifesta 7 mi ha chiesto di fare una performance-workshop dove ho invitato la gente a portare un capo a loro caro: dopo una breve intervista su attitudini, gusto e preferenze per conoscerle meglio, ho trasformato il capo in un ritratto indossabile, con la loro collaborazione.
L’intervista mi serve per capire quanto la persona-performer accetti una alterazione della propria identità da parte di una persona esterna. Trasformo così un capo di proprietà privata in opera d’arte, chiedendo solamente di condividerlo pubblicamente con una foto o una passerella al termine della performance. È l’oggetto che ritorna, con tanto di certificato di autentica d’opera rilasciato dall’artista.

My Clothes, performance workshop del D.G.Clothes Project, 2008, Manifesta 7, Rovereto-Bolzano. Foto Regina Geisler. Courtesy Studio Daniel González.

My Clothes, performance workshop del D.G.Clothes Project, 2008, Manifesta 7, Rovereto-Bolzano. Foto Regina Geisler. Courtesy Studio Daniel González.

Con questa operazione viene evocata l’etica del dono, al di fuori delle logiche del sistema e del mercato dell’arte…
Sì, esattamente, io dono un ritratto… Tu mi dai un pezzo del tuo guardaroba che non utilizzi o che usi pochissimo, e io ti restituisco un’opera d’arte che rivaluta la tua individualità o il tuo essere come individuo e attraverso questo viaggio, questa trasformazione, qualcosa del quotidiano diventa metafisico e viceversa, perché il metafisico che hai al muro lo togli il giorno che lo vuoi indossare e ritorna ad essere quotidiano.
C’è questa ambiguità che fa parte del mio lavoro, dal D.G. Clothes Project alle architetture effimere, ma si riflette perfino nelle opere bidimensionali, dalla rilettura del social network.
Lavoro sul rito della celebrazione e soprattutto sull’abbattere il limite imposto dalle categorie.
Una gru che ti costruisce un palazzo, alla sera, quando cala il sole e gli operai non lavorano più, diventa un oggetto metafisico. Di giorno aveva una funzione reale, di notte assume una funzione estetica o filosofica il cui significato si rovescia anche sulla funzione pratica e viceversa (come nei movimenti del Futurismo, Dada, Fluxus, Gutai, ecc…)

Insomma il tuo intento è quello di cambiare la percezione dell’oggetto, dell’architettura o della situazione in cui lo spettatore è coinvolto.
Sono affascinato dal creare questi processi, l’opera non si ferma solo alla “santificazione” dell’oggetto o del significato di questo oggetto se poi non lo puoi “applicare” nella realtà quotidiana.
Il mio rapporto è sulle percezioni delle persone che fruiscono o sulla rivalutazione della loro condizione di individuo. Tu sei portatore di un’esperienza che appartiene solo a te.
Così nel caso degli striscioni con gli hashtag ho immaginato delle soluzioni possibili prima di attuarle praticamente.

Daniel González & Anna Galtarossa, Homeless Rocket with Chandeliers, 2007-2009, gru operativa con vinili stampati, luci neon, tessuti, paillettes e acrilici, 48 x 30 x 1,2 metri via Massimiano 25, Lambrate – Milan. Foto Andrea Martiradonna. Courtesy Studio Daniel González.

Daniel González & Anna Galtarossa, Homeless Rocket with Chandeliers, 2007-2009, gru operativa con vinili stampati, luci neon, tessuti, paillettes e acrilici, 48 x 30 x 1,2 metri
via Massimiano 25, Lambrate – Milan. Foto Andrea Martiradonna. Courtesy Studio Daniel González

Con le tue architetture effimere crei degli spazi relazionali, delle soglie di attraversamento tra fuori e dentro che stimolano la partecipazione perché si crea un passaparola o un’esperienza. In quali altri casi hai sperimentato questa tipologia di progetti?
Le architetture effimere sono opere esperienziali dove metti in pratica la tua esperienza personale. Per esempio a Harlem ho realizzato un Block Party di sei mesi di durata. Ho identificato gli spazi del Museo del Barrio come adatti per questa operazione perché c’era una facciata già predisposta per i banner pubblicitari e c’era un grande cortile di accesso al Museo.
Ho pensato così di attivare lo spazio mettendo in cortocircuito altri significati, altre funzioni, in omaggio alle feste di quartiere così in voga in quel quartiere. Arrivati al Museo trovavi la musica, una scultura-installazione trasformava la facciata, delle forme gonfiabili si attivavano ogni quindici minuti. C’era l’evocazione di un’esperienza che era nata in quel luogo ma che veniva sollevata a funzione estetica per attivare uno spazio che era solo di attraversamento.

In questo caso, come nei progetti precedenti, la tua volontà è sempre quella di rivolgerti a un pubblico più ampio rispetto a quello degli addetti ai lavori…
Certamente. Un progetto come questo non lo fai solo per il mondo dell’arte ma lo indirizzi a tutti. Con queste opere entri nel tessuto sociale, intellettuale e culturale estensivo.
Secondo il mio punto di vista è importante che le cose che hanno un significato diventino un’esperienza condivisibile da tutti, una commistione con la nostra vita, così le pratichiamo, le condividiamo, così diventano un fatto culturale appartenente a tutti, non per pochi.
Questo è il mio intento: non suggerisco nuove forme di pensiero, tento di stimolare salti di percezione.

Daniel González. Imaginary Country architettura effimera
installazione site-specific per le vie di Lambrate
promosso da Made in Lambrate, patrocinato dal Municipio 3 del Comune di Milano, realizzato con il contributo di Logotel, Marsèlleria Permanent Exhibition ed ExBazzi, con il supporto di Time Shrine Foundation, Milano

19 settembre 2017 – 28 febbraio 2018

Info: madeinlambrate@gmail.com
www.daniel-gonzalez.com

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