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Dadamaino. Movimento delle cose

di Francesca Di Giorgio


Eduarda Maino, al secolo Dadamaino (Milano, 1930-2004), protagonista di una stagione importante dell’arte italiana – quella che incontra per strada anche Manzoni e Fontana – porta con sé l’aura di chi scompare «silenziosamente» ma depone un lascito di opere e omissioni colmate da un attento lavoro di perizia critica. La volontà che muove Alberto Zanchetta – curatore della mostra monografica dedicata da Dep Art all’artista dei Volumi e delle “cose” – è quella di andare al cuore della materia a quel «gheriglio delle cose» che interroga al di là di ogni rassicurante risposta. Una mostra rigorosa che, a partire dall’ultimo ciclo di opere, illumina di coerenza e continuità un’intero percorso creativo…



Francesca Di Giorgio:
Il movimento delle cose riconduce ad un preciso momento creativo della Maino (fine anni ’80/inizi ’90), quando espone per la seconda volta alla Biennale di Venezia (1990). Perché la scelta, a partire dal titolo, di incentrare l’attenzione sul quel ciclo e includere in mostra anche alcuni Volumi e “alfabeti della mente”?

Alberto Zanchetta: L’Alfabeto della mente – così come l’Inconscio razionale e i Fatti della vita – anticipa e sviluppa la ricerca estetica del Movimento delle cose, l’ultimo grande ciclo di lavori eseguito prima della morte; definirne la primogenitura serve quindi a comprendere più chiaramente l’evoluzione di queste opere. La volontà di rapportare i Movimenti delle cose ai Volumi corrisponde invece al desiderio di verificare in che modo l’esitus artistico di Dadamaino potesse riconnettersi al suo incipit, rivelando così una lampante, ferrea continuità d’intenti. È esemplificativo notare come in entrambi i cicli le cromie siano limitate al bianco e al nero; passando dagli uni agli altri assistiamo inoltre a una progressiva espansione che, a detta della stessa artista, si spinge dal microcosmo al macrocosmo.
La protasi del Volume e l’apodosi del Movimento delle cose segnano dunque i poli estremi, negativo e positivo, centripeto e centrifugo dell’iperbole artistica di Dadamaino. Diversamente dalle mostre che negli ultimi decenni vengono dedicate all’artista (in cui troviamo opere di periodi diversi, dando l’idea di esposizioni più affastellate che scientifiche), in questa occasione si è preferito fare luce su un determinato ciclo di lavori, nel tentativo di restituire la giusta importanza e il giusto valore alle opere degli ultimi anni. Purtroppo il mercato insegue sempre le opere prime, quelle “storiche”, convinti che i lavori più tardi godano di meno prestigio. Ma non è questo il caso, Dadamaino è l’esempio perfetto di come i “luoghi comuni” debbano essere sfatati.

Le “cose” ritornato anche come nodo centrale del tuo discorso critico…
Esatto. Centrale e cruciale è per me stato chiedermi cosa fossero queste “cose” che l’artista cita nei suoi titoli. Mi spiego: una cosa detta con altre parole, o in altre lingue, rimane sempre la stessa? Oppure cambia a seconda della cultura e della società che la nomina e la giudica? Edgar Allan Poe definiva la “cosa” come l’incarnazione del terrore. Poe cercava di spiegarci che l’apparizione di questa “cosa” sarebbe stata (sia per i lettori che per i protagonisti delle sue storie) una liberazione. Sennonché la “cosa” si lascia sempre desiderare, prolunga la sua attesa e alla fine non si rivela quasi mai. Se potessimo toccare il fondo del perturbante – terminologia che ben si attaglia alle arti visive degli ultimi secoli – sicuramente la nostra ansia svanirebbe. La cosa intesa nella sua piena materialità lenisce quindi la paura, ma non per questo riesce a rassicurarci completamente. Pensiamo alle arti visive, le quali rendono concrete le “cose” dispensandole dall’obbligo di appartenere veramente al mondo fenomenico. Di fronte a certe opere, lo sguardo estraniato ed esterrefatto dello spettatore è un evidente segnale di pervertimento. Vale a dire: benché il mondo sia il contenitore, non vale qui il processo metonimico, il contenuto non è cioè la sua diretta espressione. Ne è semmai un’alterazione, un’altercazione, un’interdizione… L’arte è un mondo a sé, specchio de-formato o ri-formato della realtà. La cosa/oggetto/opera c’è, esiste, ma non deve necessariamente render conto al mondo in cui viviamo, e a cui chiediamo continuamente delle risposte. Nell’arte la “cosa” non è mai ciò che crediamo che sia, la “cosa” è un’entità proteiforme. Ne consegue che anche nel caso di Dadamaino, l’indeterminatezza lessicale e visuale lascia aperta una moltitudine d’interpretazioni…

Nel testo pubblicato in catalogo approfondisci gli aspetti legati ad una corretta presentazione delle opere e degli “errori” fatti in passato… Quale attenzione è stata data alla lettura dei lavori in mostra?
Poiché l’artista non può mai avere il controllo assoluto sull’opera, né sulla sua “messa in opera” o sulla sua riproducibilità tecnica, le cose tendono ad aggravarsi quando è passato a miglior vita. Incidenti di percorso e piccole distrazioni rischiano così di trasformarsi in pigra negligenza o in irresponsabile sciatteria; studiare a fondo l’artista, confrontarne le fonti (sia testuali sia fotografiche) serve a restituire alle opere la loro “natura primigenia”, una “dimensione originale” che non sia contaminata, tantomeno svisata dall’imperizia di alcuni addetti ai lavori. Il ruolo della critica e della curatela d’arte è innanzitutto culturale, deve cioè rispettare gli autori, arginando qualsivoglia errore filologico.
Nell’allestimento della mostra si è prestata grande cura all’effetto fluido e fluttuante dei fogli di poliestere, materiale che conferisce alle opere il loro particolare “movimento”. Tra i lavori esposti troviamo un Movimento di quasi quattro metri, sviluppato in orizzontale e sorretto da ganci e tiranti che sono in tutto e per tutto fedeli a quelli usati dall’artista; ma se quest’opera è “arrotolata” su se stessa, Sein und zeit mit krieg è in caduta verticale e dispiega i suoi due metri e mezzo di lunghezza anche sul pavimento. Nelle serie dei Movimenti delle cose e di Sein und Zeit è di vitale importanza lasciare libere e flessuose le opere, permettendo loro di discostarsi dalla parete. Non per nulla, Dadamaino desiderava disegnare nell’aria, giungendo alla smaterializzazione – alla “perdita di peso della materia” – che sempre l’aveva appassionata.

«A Bologna trionfano gli artisti sottovalutati […]» scrive Alberto Fiz come “strillo” all’articolo firmato su Milano Finanza del 5 febbraio: un report dalla 35. edizione di Arte Fiera. Cita Dadamaino come star indiscussa anche in riferimento al riscontro ottenuto dallo stand monografico di Dep Art. Da giovane curatore, che lavora anche a stretto contatto con gli emergenti, qual è la tua visione in merito alla volontà di promuovere e recuperare ricerche per lungo tempo rimaste ai margini di critica e mercato?
La questione non è mai anagrafica ma deontologica. A dispetto dei critici che ci hanno preceduto negli ultimi vent’anni, credo che la mia generazione sia chiamata a una maggiore responsabilità e tutela del patrimonio culturale, sia per ciò che concerne il contemporaneo, sia per quanto riguarda il moderno. La questione è spinosa ma non impossibile.

La mostra in breve:
Dadamaino. Movimento delle cose
a cura di Alberto Zanchetta
Dep Art
Via Mario Giuriati 9, Milano
www.depart.it
Info: +39 02 36535620
Inaugurazione venerdì 18 febbraio ore 18.00
18 febbraio – 30 aprile 2011

In alto:
“Movimento delle cose”, 1993, mordente su poliestere, cm 120×380, photocredit © Bruno Bani, Milano
In centro, da sinistra:
“Passo dopo passo”, 1989, mordente su poliestere, cm150x116, photocredit © Bruno Bani, Milano
“Volume”, 1958, idropittura  su tela, cm 80×60, photocredit © Bruno Bani, Milano
In basso:
Veduta della mostra “Dadamaino. Movimento delle cose”, Galleria Dep Art, photocredit © Bruno Bani, Milano

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