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MILANO | INTORNO A CORPO A CORPO

Intervista a MARCELLA VANZO e MATTEO BERGAMINI di Irene Biolchini

Si è tenuta lo scorso lunedì 24 settembre Corpo a Corpo, una performance di Marcella Vanzo per un pubblico ristretto: cinquanta persone invitate in un appartamento in centro a Milano per condividere un’esperienza intima. Banditi i cellulari, vietato Instagram. Agli ospiti era chiesto di ‘essere presenti’ (per parafrasare il motto-slogan di Marina Abramovic a proporzioni inverse). Ed è proprio ripartendo da questa dimensione poco ‘social’ e molto privata che ho incontrato l’artista e Matteo Bergamini, che la performance ha curato, per alcune domande.

Corpo a corpo unisce una riflessione sulla nostra dimensione ‘pubblica’ attraverso i social ad altri e elementi molto privati, come la perdita, il lutto e l’eros. Posso chiedervi come è nata e si è sviluppata la riflessione attraverso questi due nuclei?
Marcella Vanzo: Per quanto mi riguarda il lavoro è nato in due tempi, prima la necessità dello scatto: fotografarmi come un grande nudo di Helmut Newton, per vedere esattamente chi ero, chi sono. Mettendomi a nudo. Un nudo importante, imponente, poco ammiccante. Una persona che dice eccomi qui, prendere o lasciare.
Poi una lunga riflessione su come gestire l’immagine. Sapevo che non l’avrei stampata. L’ho mostrata a chi è passato in studio, come un segreto. Lavorando con le diapositive su di un’altra performance, ho intuito che il nudo poteva essere proiettato, diventare grandissimo poi sparire, che l’immagine era protetta dentro la macchina. L’avrei esposto così.

Matteo Bergamini: Penso che solo Marcella possa rispondere a questa domanda: io sono subentrato in un secondo momento, adescato dalle poesie.

La performance si costruisce attorno alla scrittura, quella dell’artista e quella del curatore. Come avete deciso di lavorare su questi due corpus di testi?
MV: I testi, le mie poesie, li scrivo di continuo. Matteo li ha incrociati su Instagram e apprezzati. Non saprei esattamente quando abbiamo capito che sarebbe diventata una performance come quella che hai visto. Forse te lo sa spiegare lui.

MB: Come ho scritto nel testo che accompagnava l’azione, ero preda di una sera noiosetta. Di quelle che speri capitano per riposare un po’ e poi invece le passi ad ammazzare il tempo. Quando ho incrociato i versi di “Tripudio” tra foto di mostre, di capezzoli e di cocktail, mi è sembrato un miracolo. Ci ho pensato un po’, e l’abbaglio non è passato. E poi mi sembra che sia nato tutto con un messaggio di apprezzamento e un appuntamento…

La presentazione è avvenuta in maniera assolutamente privata: in un appartamento, con pochi invitati. Pensate che la performance cambierà forma se presentata ad un pubblico più ‘allargato’?
MV: Sapevo che questo lavoro doveva esordire in una cornice domestica, privata, perché è un lavoro privato, estremamente vivo, la mia prima volta. Prima ho sempre lavorato con attori e performers. Trasmesso sui social, il suo significato verrebbe radicalmente travisato. Se dovessimo ripeterlo, valuteremo di volta in volta il luogo a disposizione.

MB: Il pubblico, forse, si potrà anche allargare. Il nodo fondamentale resta, credo, renderlo disposto a vivere un’esperienza che può essere urticante. Non tutti sono disposti ad ascoltare parole di sesso, morte, violenza “spogliati” dei propri dispositivi di “fuga”: un cellulare per scorrere a vuoto la cronologia di whatsapp, la possibilità di scattare una foto, di uscire a fumare una sigaretta.

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