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BERGAMO | Traffic Gallery | 16 marzo – 18 maggio 2019

Intervista a VIRGINIA ZANETTI di Tommaso Evangelista

I Pilastri della Terra è una performance ideata dall’artista toscana Virginia Zanetti. Il progetto, articolato attraverso laboratori e workshop al fine di compiere azioni performative collettive, è stato realizzato per la prima volta in India nel 2016 in diverse località di Goa e in diversi villaggi rurali nell’area tra gli stati del Maharashtra ed il Madhya Pradesh, grazie alla vincita di Movin’Up 2015, premio del MIBACT. Successivamente è stato portato in vari luoghi, tra cui il CAC Pecci di Prato, lo Sponz Fest di Calitri, Milano per Opera Viva Barriera Milano, mentre è stato riproposto in chiave performativa per la città di Bologna nell’ambito di ART CITY Segnala 2019 in occasione di Arte Fiera, in collaborazione con Adiacenze e Traffic Gallery e con il Patrocinio di ANPI. Uno degli scatti realizzati in India, presentato in Fiera da Traffic Gallery, si è aggiudicato il Primo Premio per la fotografia, Photograpghy award Annamaria e Antonio Maccaferri 2019, con la motivazione di “aver affrontato con spirito leggero e originale tematiche attuali e urgenti come l’attenzione all’ambiente”. Traffic Gallery ha anche inaugurato lo scorso 16 marzo Concettuale Romantico, mostra personale di Virginia la quale presenta sei fotografie, un video e una installazione – Tessuto ricamato – opere che testimoniano due performances realizzate dall’artista tra il 2016 e il 2018: Abissi e I Pilastri della Terra.

Virginia Zanetti – I Pilastri della Terra (stand Traffic Gallery ad Arte Fiera 2019)

In Abissi l’artista, insieme ai migranti del Centro Astalli di Palermo, attraverso un processo creativo corale, ha ricamato delle stelle su un unico tessuto. Riprendendo la forma delle stelle di Giotto nella Cappella degli Scrovegni i partecipanti, dialogando e raccontandosi, hanno ricamato le stelle a cui affidare memorie e proiettare desideri. Le persone hanno poi alzato il tessuto dal basso verso l’alto e lo hanno ribaltato con una azione di trasformazione simbolica: il blu degli abissi del mare è diventato quello di una volta stellata, sostenuta dalle persone che avevano attraversato la paura del non ritorno.

Virginia Zanetti, Abissi, workshop e performance, in collaborazione con il Centro Astalli, Palermo, a cura di Spazio Y, Bordercrossing, Eventi Collaterali, Manifesta 12, Palermo, 2018

I Pilastri della Terra invece è sicuramente tra i progetti più potenti, dal punto di vista visivo e concettuale, degli ultimi anni soprattutto per la carica surreale e visionaria dell’immagine generata dalla performance, al tempo stesso poetica e utopica, capace di veicolare energia e struttura. La forza ctonia della massa terrestre si scontra con la liricità delle sfumature del cielo generando una composizione cromatica ponderata ed elegante. Nel mezzo le figure dei performer, come segni di sutura, legano i due mondi, trasmettono le forze sfruttando l’asse dei propri corpi e formano un ritmo silente, quasi musicale. L’aspetto concettuale del progetto è ancora più significativo e, per sviscerare tutte le sue complessità e poeticità, abbiamo rivolto a Virginia Zanetti alcune domande. Ne è nata un’analisi complessa e una lettura trasversale.

Virginia Zanetti, I Pilastri della Terra, performance, stampa lambda su dibond con plexiglass, 100 x 150 cm, Calvana, 2017, ph Matteo Innocenti

Ciao Virginia, una parte della collezione Annamaria e Antonio Maccaferri, presso la quale andrà lo scatto vincitore, è dedicata al tema della vertigine che ben si lega alle tue fotografie. Il termine vertigo, da vertere, significa proprio “volgere, girare” e le tue opere rispecchiano appieno questa idea di inversione del campo visivo. La vertigine che determinata dal cambio del proprio punto di vista è di per se un momento terapeutico. Come leggi quest’idea dal punto di vista estetico?
Caro Tommaso ti ringrazio per l’analisi sensibile e calzante. Lo spaesamento viene provocato ogni volta che ci si relaziona con l’ignoto ed il mio processo creativo è un atto di trasformazione che inizia con l’andare verso l’Altro da Sé, inteso come lo sconosciuto, sperimenta smarrimento, separazione e disarmonia, tentando di arrivare ad una sintesi in cui l’Altro viene accettato come parte essenziale del Sé, anche ne I Pilastri della Terra c’è un riconoscimento della collettività e della nostra co-dipendenza con l’ambiente sociale e naturale.
Questa accettazione nel mio lavoro non si formalizza mai in maniera stabile ma solo come tensione verso l’utopia della creazione di un sistema più armonico. In questa tensione si collocano le mie opere. I Pilastri della Terra vuole porre la domanda se sia la terra a sostenere l’umanità o se questa resti semplicemente “appesa”, questo interrogativo dona naturalmente un senso di spaesamento.
Inoltre la vertigine viene data un fattore molto semplice: il ribaltamento del punto di vista che ci fa percepire l’azione di appoggiare le mani ed alzarsi con le gambe per assumere la posizione della verticale come un’azione straordinaria. La rotazione della visione crea un immaginario “impossibile” che inverte il senso della fisica da una parte e contemporaneamente riequilibra la reciprocità della co-dipendenza tra il pianeta e l’umano, divenendo la produzione collettiva di una comunità.
Quindi si ha un sentimento di sublime sia sul piano visivo che su quello etico perché dà la possibilità di immaginare le infinite possibilità del genere umano di emanciparsi. La vertigine è un sentimento che muove gran parte della mia vita e della mia indagine: rispetto all’infinità dell’universo e alla possibilità costante di relazione con esso. L’interesse per l’origine, e la conseguente ricerca di un’armonia ideale, e forse utopica, mi ha portato a generare un immaginario particolare su questo tentativo di oltrepassare il limite.
Quello che tu chiami “momento terapeutico” risiede nel tendere verso tale armonia originaria, citata molto nei testi sacri antichi e ripresa nella psicanalisi contemporanea. Sicuramente la vertigine che provoca il superamento del limite è un motore di sviluppo. Uno sviluppo non soltanto materiale, in termini di progresso, ma anche spirituale, quale superamento di paure insite nell’interiorità dell’essere umano. Questo processo vale anche sul piano estetico, in quanto credo che l’aspetto formale non possa essere pensato separato dai processi che sottendono la genesi di un’opera.

Virginia Zanetti, I Pilastri della Terra, performance, Monte Cocuzzo, Cosenza, 2017, ph Diego Mazzei

L’idea dell’inversione dello sguardo del fruitore nasce con Pietro Manzoni che in “Socle du monde” (1961) faceva salire il mondo stesso sul piedistallo rendendo ogni cosa in esso contenuta un’opera d’arte. Oltre all’estetizzazione dello spazio tu inserisci anche una forte componente sociale e politica, ce ne vuoi parlare?
Lo sguardo di Pietro Manzoni può essere uno dei vari punti di partenza inconsci o consci, ma prima ancora c’è il punto di vista del Viandante sul mare di nebbia, il sentimento del sublime nel sentirsi una piccola parte del tutto. Cerco anche di coniugare le esperienze dei mistici cristiani con la filosofia orientale che riumanizza il divino.
Una delle domande che mi son posta ed ho condiviso con le persone nel creare questo lavoro è “Come si può diventare ‘umani’ stando nel mondo non disgiunti ma in consonanza con il non-umano?”. La risposta sta nel tentativo di superare ogni dualismo per sperimentare questo principio fondamentale di interconnessione e co-dipendenza: da qui la componente sociale e politica scaturisce in modo naturale.
Il titolo I Pilastri della Terra riprende l’immagine dei bodhisatva che emergono danzando dalla terra, citati nel Sutra del Loto ed in altri testi buddisti, e la unisce con una metafora ricorrente nelle lettere scritte da un monaco buddista giapponese del XIII secolo per esortare i suoi discepoli al coraggio e la fiducia. In una di queste Nichiren Daishon dichiara che un uomo fragile, in pericolo, può decidere comunque di diventare un pilastro e trasformare il destino del proprio paese ed è questo, percepito a livello esistenziale, che ho voluto trasmettere.
A ciò si aggiunge la visione umanistica data dalla mia città natale: Firenze. L’immagine del pilastro dell’architettura classica serve sia come ritmo compositivo armonico, sia come spunto concettuale a richiamare la possibilità dell’essere umano di essere artefice del proprio destino. I perfomers sono persone che vivono dove viene eseguita l’azione e con loro scelgo i luoghi maggiormente significativi, legati in particolare allo sfruttamento delle risorse ambientali ed umane. Durante il tragitto verso il punto individuato, solitamente in una zona elevata, si parla, ci si scambiano idee alla ricerca di un nuovo modello di comunità errante fondato su un’etica e una spiritualità rinnovate. Lo scatto che ha vinto il Premio è stato realizzato in India e non è un caso che io abbia iniziato il progetto da questa nazione fortemente spirituale ma al contempo connotata da un veloce sviluppo capitalistico. Ogni azione allora si riempie di un significato diverso determinato dai performers e dai luoghi (un fiume secco, un lago in costruzione, i campi di cotone, una miniera, una cava di sabbia etc.). La mia intenzione finale infatti è quella di creare un’azione poetica che vada oltre il senso della rinuncia e dell’accettazione dei meccanismi che caratterizzano il depauperamento delle risorse di una determinata zona. L’azione crea una vertigine sia visiva che concettuale perché oltre a porre la domanda invita ad immaginare come la rivoluzione di un singolo individuo, insieme agli altri, potrebbe concorrere alla trasformazione dell’intero pianeta.

Virginia Zanetti, I Pilastri della Terra, performance, Paradsinga, MP, India, 2016, ph Parvindar Singh

Nei tuoi scatti l’individuo, come moderno Atlante, tramite un atto di volontà sorregge il mondo, insieme ad altri, assumendo un ruolo attivo all’interno della società in cui è immerso. Aggiungo però ora anche una componente simbolica. Il “capovolto” è un simbolo che si ritrova in molte rappresentazioni parietali, soprattutto neolitiche, ed è opinione generale che voglia raffigurare il momento del trapasso, quando l’anima del defunto, lasciato il mondo dei vivi, si ricongiunge alla madre terra. Quando è profonda la dimensione simbolica di questo gesto?
Se si vuole provare a comprendere la vita occorre avere sempre presente la sua impermanenza data dalla morte. Tra le motivazioni che sottendono i processi di genesi dei miei lavori c’è il desiderio di comprendere il funzionamento della vita e delle relazioni che la supportano, a partire da un’idea di non-dualità tra i fenomeni e la forza che li sostiene. Spesso attraverso i miei lavori tento di unire le varie dualità dell’esistente come la vita e la morte e di entrare nel regno dell’inconscio. Tra i miei riferimenti ci sono le azioni di Gina Pane come Situation ideal Terre-Artist-Ciel.
La terra, intesa sia come entità sia come luogo di genesi nel quale fare ritorno, è molto presente in generale nel mio lavoro, soprattutto nel ciclo Studio per l’estasi nel paesaggio nel quale è utilizzata sia come ambiente, sia come medium tra me, le persone e lo spazio e sia come opera scultorea esito di un’azione corale. Mi interessa superare le tipologie della rappresentazione in virtù delle “esperienze” che creo.
Cerco di annullare qualsiasi vincolo legato alle categorie: forme materiali e immateriali si fondono nel momento in cui l’atto performativo si trasforma in oggetto e lo spettatore diventa artista attraverso una modalità collettiva di sviluppo. Gli opposti e l’imprevisto vengono trasformati in impulsi creativi per scoprire il margine e per spingerlo al di là di se stessi. La mia pratica artistica va di pari passo con quella lotta spirituale per sconfiggere gli impulsi distruttivi che risiedono nella profondità̀ della vita. Ogni azione cerca di fare emergere un senso rinnovato della capacità di azione e di conoscenza affettiva.
Anche l’azione I Pilastri della Terra vuole in qualche modo vuole attivare un’energia primordiale invisibile per recuperare l’essenza della comunità e l’essenzialità dell’umano. Come altre mie performance, anche questa è costruita come un rituale, una sorta di atto psicomagico curativo, per ritrovare una nuova coscienza sociale: le persone che fanno la verticale col proprio corpo fanno una sorta di agopuntura alla terra che in questo caso si umanizza e diventa viva. Dall’altra parte le persone che si mettono nella posizione della verticale insieme, portando il peso del corpo sulle mani e alzando le gambe verso il cielo, sovvertono la forza di gravità e superano le leggi di causalità naturali: ribaltano la postura naturale con un atto di volontà. In questo gesto io ci vedo un grande potere simbolico, un atto di sfida della morte intesa anche in senso metaforico.
Quest’azione, potenzialmente contiene molteplici significati anche opposti ed assume un senso diverso rispetto al luogo ed alla comunità coinvolta, talvolta prevale il senso di rivoluzione, altre volte di rinascita oppure di resistenza. Nel caso di Bologna, la performance, rimandata a fine primavera, verrà fatta sui calanchi di Sabbiuno, dove furono trucidati i partigiani, assumerà un’accezione di resistenza all’atteggiamento dominante di chiusura: resistenza degli ideali partigiani di rispetto della dignità della vita e dei diritti umani fondamentali.

Virginia Zanetti, I Pilastri della Terra, performance, Bibbona, Livorno, 2016, ph Nicolò Burgassi

Il tuo infine è in fondo anche un esercizio di grammatica visiva perché insegni alle persone a guardare l’ambiente in modo nuovo per scorgervi motivi prima celati. Il cambiamento del punto di vista è anche un mutamento delle forme e della costruzione dell’immagine?
Sì, mi interessa molto cercare di vedere le cose da diversi punti di vista e secondo me le opere dovrebbero aprire sempre nuove visioni. Quando costruisco un lavoro deve sorprendere me in prima persona, incuriosire, stimolare, mettere in discussione, altrimenti mi annoio o nei peggiori dei casi mi irrito. Questo punto è fondamentale perché prima che un’artista sono una grande appassionata di arte e ritengo fondamentale che l’opera sia viva e che gli artisti non propongano lezioni accademiche o seguano semplicemente codici e mode ben assimilate. La mia intenzione comunque non è quella di andare alla ricerca della novità, piuttosto è quella di andare in profondità. Questo è possibile solo allenandosi a restare aperti ed aggiungerei al servizio dell’arte e delle persone.
Tutto il mio lavoro parte da immagini che cerco di captare in quello che Jung chiama l’Inconscio collettivo o che mi arrivano da quello che Rudolf Steiner definisce lo Spirito del Tempo. Ma che cos’è il tempo? Il tempo stesso, inteso come tempo senza inizio e senza misura, ci pone nello stato di vertigine di cui parlavamo all’inizio. Qui si aprirebbe un altro tema su cui discutere, comunque nel tempo credo che cambino alcuni mezzi ma che i contenuti fondamentali dell’essere umano restino sempre gli stessi, immutati. Si oscilla dalla vertigine dell’ignoto a quel senso di unione e contatto con esso che talvolta ci genera delle epifanie, sotto forma di immagini, idee etc. La mia pratica artistica deve la sua genesi a piccole visioni illuminanti che tento poi di concretizzare attraverso esperienze di condivisione. Più che insegnare a vedere il mondo in modo nuovo, credo che il mio sia un indirizzare le persone verso un immaginario che anche io devo ancora comprendere. Come del resto anche le opere fotografiche, video o scultoree, che realizzo in modo corale dalle azioni, sono esito di un innesco e di un controllo parziale da parte mia.
In sintesi coinvolgo le persone in qualcosa in cui io faccio da tramite, come se fossi uno strumento di consapevolezze che noi pensiamo siano nuove, solo perché le vediamo e le percepiamo in modo diverso. Per esempio l’immagine di un uomo che sostiene la terra con le mani è un’immagine molto famosa tra gli induisti: è quella di Kishna che solleva la collina di Govardhan per proteggere gli abitanti dall’ira del dio della pioggia Indra, abitanti che avevano smesso di fare offerte al dio per seguire la regola del dharma, del fare il proprio dovere invece che offerte al dio. Credo che tali immagini metaforiche di cui sono ricche le religioni abbiano una grandissima potenza visiva ed contengono delle antiche verità, sempre attuali. Le immagini che si creano quindi hanno comuni radici remote a cui ciclicamente gli artisti attingono con un senso rinnovato.

Krishna Holding Mount Govardhan Mola Ramca 1790 India, Freer Gallery of Art, Garhwal, Uttarakhand

 

VIRGINIA ZANETTI. Concettuale Romantico
a cura di Roberto Ratti

16 marzo – 18 maggio 2019

TRAFFIC GALLERY
Via San Tomaso 92, Bergamo

Info: info@trafficgallery.org
www.trafficgallery.org

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