TORINO | GAM | Fino al 1 marzo 2026
di FRANCESCA DI GIORGIO
Mentre sul finire dell’anno, da poco concluso, si è parlato della GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna di Torino in riferimento alla chiusura del concorso internazionale per la riqualificazione della sua struttura museale, che ha visto vincere il team composto da MVRDV, Balance Architettura ed EP&S Group, nei suoi spazi era già in corso un percorso espositivo, dal titolo Terza Risonanza, incentrato su “incanto, sogno e inquietudine”, di cui, oggi, proponiamo un focus sulle tre esposizioni temporanee che, fino al prossimo 1 marzo, occupano gli spazi principali dell’attuale spazio espositivo, progettato da Carlo Bassi e Goffredo Boschetti e inaugurato nel 1959. Dal contenitore al contenuto. A partire dallo Spazio del Contemporaneo con Anger Pleasure Fear di Linda Fregni Nagler, a cura di Cecilia Canziani fino ad arrivare al primo piano con NOTTI. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni, a cura di Fabio Cafagna ed Elena Volpato e Frangibile di Elisabetta Di Maggio a cura di Chiara Bertola e Fabio Cafagna. Mostre autonome ed indipendenti ma capaci di far dialogare al loro interno passato e presente attraverso connessioni temporali e concettuali, evidenziando continuità e relazioni.
Guardare (di nuovo): ciò che le immagini non dicono
La prima antologica italiana di Linda Fregni Nagler (Stoccolma, 1976) si struttura come un dispositivo narrativo stratificato, una mostra che ne contiene altre, in cui ogni corpus visivo sembra parlare una lingua diversa ma riconducibile a un’unica questione: il potere dello sguardo e la sua storica violenza silenziosa. Le fotografie non sono mai semplici testimoni; sono atti, tracce di una messa in scena, residui materiali di una negoziazione tra chi guarda e chi è guardato.
La pratica di Fregni Nagler, spesso definita archivistica o collezionistica, si rivela in realtà un gesto profondamente critico. L’accumulo e la serialità non producono ordine, ma slittamento. In lavori come The Hidden Mother, o nella nuova serie Vater, ciò che era marginale, funzionale, nascosto, emerge come nucleo perturbante. In Vater, la raccolta di fotografie vernacolari delle confraternite studentesche che praticavano il rito della Mensur mette in scena un’altra forma di violenza ritualizzata: corpi immobili, volti giovani segnati per sempre da una cicatrice accettata come prova di appartenenza. L’ingrandimento delle immagini, necessario per renderle leggibili nello spazio espositivo, non amplifica solo il dettaglio, ma la brutalità normalizzata di un sistema simbolico in cui l’identità maschile si iscrive letteralmente sulla pelle. Le litografie dei primi piani, disposte in griglia, trasformano l’archivio in un coro muto di volti sfregiati.

Ferrotipi, dagherrotipi, lastre, positivi su vetro sono corpi storici, portatori di una memoria tecnica e politica. Emblematica, in questo senso, è la lastra realizzata con l’astrofisico Michael Dozer utilizzando un’emulsione ottocentesca per registrare il passaggio di antiprotoni al CERN: un’immagine completamente bianca, colpita da ciò che non può essere visto. Posta come simbolico inizio e fine della fotografia analogica, questa lastra svuotata interroga l’idea stessa di visibilità e di prova, suggerendo che l’essenza del fotografico non risiede in ciò che mostra, ma in ciò che rende pensabile.
In un’epoca dominata dall’Intelligenza Artificiale e dalla proliferazione di immagini sintetiche, la scelta di soffermarsi sulle fotografie anonime e analogiche non ha nulla di nostalgico. Al contrario, Anger Pleasure Fear ricorda come la manipolazione, la messa in posa, la contraffazione del reale siano sempre state parte integrante della fotografia. L’IA non inaugura una rottura, ma espande un potenziale già inscritto nel mezzo. Guardare queste immagini significa allora confrontarsi con le zone d’ombra della storia, con ciò che è stato visto ma non interrogato. Fregni Nagler non chiede allo spettatore di decifrare, ma di assumersi la responsabilità del proprio sguardo, accettando che ogni immagine, anche la più antica e apparentemente innocua, sia un campo di tensioni irrisolte.

L’enigma della notte come condizione dello sguardo
Se dovessimo attraversare il tema della notte nei film e nei libri dai secoli passati fino ad oggi ci troveremo davanti ad un panorama fitto di interpretazioni e suggestioni diverse, a volte anche opposte ed incongruenti, forse perché la notte nel tempo è stata spesso metafora per alludere ad altro. Nella mostra NOTTI. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni, circa cento opere provenienti da prestigiose istituzioni europee e dalle collezioni della GAM, raccontano i punti di vista dell’arte dagli inizi del Seicento fino alla contemporaneità.
La notte qui non è tempo atmosferico ma si fa soglia, spazio liminale, materia critica, attraversata da arte e scienza come due forme complementari di conoscenza. La mostra non si limita a raccontare il notturno come genere pittorico, ma lo assume come condizione mentale, luogo di sospensione in cui l’immagine si sottrae alla chiarezza del giorno e si apre all’enigma.
L’apertura affidata agli strumenti astronomici e alle osservazioni di Galileo Galilei dichiara subito l’intento del progetto: la notte come campo di scoperta, ma anche come costruzione culturale. Se il cannocchiale e il Sidereus Nuncius hanno ridefinito il rapporto tra uomo e cosmo, le opere che seguono mostrano come gli artisti abbiano abitato quello stesso buio per dare forma a visioni simboliche, spirituali o interiori.

Allegorie celesti, lune inquietanti, paesaggi silenziosi e città immerse nell’ombra tracciano una storia parallela dello sguardo, in cui la tecnica del notturno diventa strumento di concentrazione e ascolto. Procedendo tra i secoli, la notte si trasforma: da ordine cosmico a spazio emotivo, da teatro della natura a rifugio dell’inconscio. Le opere dialogano per risonanze più che per cronologia, facendo emergere una continuità profonda tra osservazione scientifica e immaginazione poetica. Ma sullo sfondo affiora anche una riflessione più attuale: la progressiva scomparsa del cielo stellato, oscurato dall’illuminazione artificiale e da un tempo produttivo che non conosce più tregua. In questo senso, il notturno diventa testimonianza critica di ciò che stiamo perdendo.
Attraverso la selezione di opere che vanno da Chagall a Pollock, da Redon a Kupka, da Canova a De Dominicis, non si propone, quindi, alcun approccio romantico, ma un attraversamento consapevole dell’oscurità. La notte, qui, è un archivio di sogni, paure e desideri, un luogo che resiste alla trasparenza assoluta del presente.

La fragilità come ricerca di equilibrio
Nelle sale del primo piano della GAM di Torino, Frangibile di Elisabetta Di Maggio (1964) ripercorre la carriera dell’artista con una antologica che in mette in dialogo lavori storici e nuove produzioni lasciando emergere una pratica che, fin dagli esordi, ha fatto della manualità e del rapporto fisico con la materia il proprio centro. Una pratica coerente fatta di gesti ripetuti, materiali fragili e tensioni invisibili.
Carta velina, sapone di Marsiglia, porcellana, cera, vetro, elementi vegetali: materiali apparentemente deboli vengono incisi, scavati, spogliati fino a rivelare strutture complesse e sorprendenti. Le superfici si trasformano in mappe urbane, reti neuronali, trame cosmiche, senza mai stabilizzarsi in un’unica lettura. La distinzione tra figurazione e astrazione si fa liquida, continuamente messa in discussione dallo sguardo.
La fragilità, in Di Maggio, non è una qualità passiva. È una condizione di equilibrio instabile che coinvolge tanto l’opera quanto chi la osserva. Ogni costruzione, naturale o umana, non si regge, forse, su equilibri invisibili? L’intaglio, gesto insieme di cura e di violenza irreversibile, diventa metafora di una pratica che non ammette ripensamenti, e porta con sé anche una certa dose di rischio in parte assolto da una richiesta di attenzione, presenza e responsabilità.

Il percorso espositivo, articolato in sei stanze, assume la forma di un viaggio sinestetico, accompagnato da suoni e odori che amplificano la percezione. Dall’Annunciazione del 2025, con le sue ali di libellula ingigantite come presagio di inizio, al video Desiderale del 2006, in cui il lento intaglio di una pellicola genera un cielo stellato, la mostra si muove tra mappature, forme vegetali, geometrie sacre e ripetizioni ipnotiche. È un itinerario che restituisce la meraviglia come motore conoscitivo, quella stessa meraviglia che attraversa lo sguardo dell’artista e si riflette in chi osserva.
In Frangibile, Elisabetta Di Maggio mette in scena una riflessione sulla condizione umana fatta di reti, tempi dilatati e connessioni sottili. Le sue opere non chiedono di essere decifrate, ma abitate con cautela. È in questa attenzione estrema, in questo stare in bilico tra forza e delicatezza, che la materia smette di essere semplice supporto e diventa linguaggio.

Notti. Cinque secoli di stelle, sogni, pleniluni
a cura di Fabio Cafagna ed Elena Volpato
Linda Fregni Nagler. Anger Pleasure Fear
a cura di Cecilia Canziani
Elisabetta Di Maggio. Frangibile
a cura di Chiara Bertola e Fabio Cafagna
GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino
Via Magenta 31, Torino
Fino al 1 marzo 2026
Orari: martedì – domenica 10:00 – 18:00.
Chiuso il lunedì.



