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Santo Ficara Arte Moderna e Contemporanea
Milano


Claude Viallat / Gianfranco Zappettini
(di Matteo Galbiati)

Nello spazio milanese di Santo Ficara viene presentata un’interessante mostra che pone l’accento sul valore e il significato del fare pittura attraverso un avvincente e stimolante dialogo a due voci mosso dalle ricerche di due protagonisti della scena artistica quali Claude Viallat e Gianfranco Zappettini. Di entrambi i maestri – che negli anni già si sono trovati a prendere parte ad esposizioni comuni – in questa occasione viene presentata una selezione di lavori recenti che documentano quanto la loro visione ed indagine sia rimasta nel tempo, quand’anche varia, estremamente coerente e orientata ad evidenziare l’importanza di un’espressione legata ad una pittura, e al conseguente linguaggio pittorico, radicale e rigoroso. Nella diversità delle loro posizioni, le  opere aprono, in questa sede, un dialogo di contenuto che, dalle personali ricerche, si fa più ampio ed allargato.



Matteo Galbiati: Cosa rappresenta questo dialogo tra Viallat e Zappettini?
Marco Meneguzzo:
Penso che artisti come questi per molti anni abbiano viaggiato in una sorta di stato di conserva rispetto alla concentrazione della loro visione ma, come è giusto che sia, capita che ogni tanto si debbano fermare per attuare una verifica di ciò che, fino a quel momento, è stato fatto. Questa mostra rappresenta un po’ una pausa per compiere proprio quel tipo di verifica e analisi. Questo duetto lo si deve intendere quindi come un dialogo aperto con cui individuare le modalità e le profondità con le quali si è affrontata una problematica importante come quella della pittura nelle loro rispettive scelte. Entrambi hanno posto da sempre al centro della loro ricerca la pittura e in quest’occasione si cercano quelle diverse risposte all’interno di una scelta linguistica comune, nel rispetto dell’enorme diversità che li contraddistingue e che rimane pur sempre evidente tra le loro opere.

La scelta linguistica cui alludi si riferisce al linguaggio pittorico definito come analitico?
L’analiticità, come l’abbiamo storicamente conosciuta, per la verità, è stata generalmente un po’ messa da parte da quegli stessi artisti che vi si riconoscono – anche Viallat e Zappettini – e che ora hanno il desiderio di non voler più essere “analitici” nel senso pieno del termine. Cercano, pur nel rigore che costantemente li contraddistingue, altre risposte e altre soluzioni che rimangono comunque addentro alla pittura scostandosi, però, da quella stagione che abbiamo imparato a conoscere. Una certa sensibilità resta ugualmente, è innegabile, legata dentro al loro animo. È una presenza che rimane.

Agli occhi diffidenti del pubblico quale messaggio emerge dal loro lavoro?
Il messaggio esiste e lo dimostrano proprio nell’uso del loro linguaggio: entrambi ricorrono ad una perseveranza e una costanza ferme, indice di un impegno ottimistico della vita. La dedizione al mezzo, ripetuto e ribadito, è una dichiarazione di fiducia verso il futuro del proprio fare. Nelle loro opere il linguaggio della pittura cerca sempre le profondità ancora insondate. Avere uno sguardo allargato è una metafora di un modo particolare con cui si affronta la vita: non cercano una sola identità, ma le sue infinite differenze.

Come comunicano i loro contenuti?
Bisogna dire che non è una pittura narrativa, ma è una pittura che racconta. Sono opere che pretendono uno sguardo attento e mai distratto, che non sia veloce ma si faccia impegnato, perché la loro pittura esprime una cosa sola, una soltanto. Potrebbe apparire come ripetitiva e banale, ma in realtà, quest’unicità di sguardo, richiede una responsabilità maggiore nella visione. Parlano di una cosa sola ma in modo più dilatato e rallentato e, proprio per questo, diventa più difficoltosa da comprendere e capire nella profondità che va a sondare. Diventa lunga e lenta da sviscerare. Chi osserva deve mutare atteggiamento nei confronti della visione e dell’interpretazione, necessitando di tutto un altro tempo. Un tempo da trovare e che spesso costringe al cambiamento da sé e dalle proprie abitudini.

In cosa si differenziano i percorsi di Viallat e Zappettini rispetto al loro comune sguardo sulla pittura?
Viallat ha una specie di costanza assoluta. Zappettini appare, invece, di spirito più inquieto e volubile, pronto a nuovi cambiamenti e ad altrettante nuove riprese delle sue posizioni precedenti, sono due aspetti diversi che però rientrano sempre nella pittura. Questi due artisti per la pittura sono un po’ come i due figli nella parabola del figliol prodigo: uno va e ritorna, mentre l’altro è sempre rimasto fedele al padre!

Come si rapportano all’arte giovane? Quale posizione hanno nei confronti della pittura?
Non credo che questi artisti lavorino con un’intenzione volta alla posteriorità e nemmeno penso abbiano il desiderio manifesto di lasciare un’eredità. Richiamano l’attenzione dello sguardo presente. Per quanto riguarda il lavoro dei giovani e, più in generale, l’arte giovane sono del parere che oggi ci sia spazio un po’ per tutto, ci sono moltissimi linguaggi che si orientano su fronti assai diversi.


La mostra in breve:
Claude Viallat / Gianfranco Zappettini
Catalogo con testo di Marco Meneguzzo
Santo Ficara Arte Moderna e Contemporanea
Via Nerino 3, Milano
Info: +39 02 89281179
www.santoficara.it
Fino al 20 novembre 2010

In alto, da sinistra:
Gianfranco Zappettini, “La trama e l’ordito n. 16”, 2009, resine e acrilici su tela, cm 130×110
Gianfranco Zappettini, “La trama e l’ordito n. 18”, 2010, resine e acrilici su tela, cm 100×100
In basso, da sinistra:
Claude Viallat, “n. 209”, 2008, acrilico su tela, cm 179×125
Claude Viallat, “n. 220”, 2008, acrilico su tela, cm 140×88

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