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di DANIELA LOTTA*

Materiale arcaico di antichissima tradizione, radicato nel patrimonio culturale e nella memoria collettiva dei popoli oltre che profondamente connesso con la vita di tutti i giorni, la ceramica è sempre più presente sulla scena creativa attuale, dall’arte al design, dimostrando – se ancora ce ne fosse bisogno – una sua autonoma direzione all’interno dei territori del contemporaneo.

Il Premio Faenza, storico concorso internazionale dedicato alla ceramica d’arte contemporanea istituito dal MIC – Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, celebra quest’anno gli 80 anni con un’edizione speciale ad invito che vede coinvolti 17 curatori internazionali ai quali è affidato il compito di mappare lo stato dell’arte attraverso i lavori di oltre 50 artisti provenienti da tutto il mondo.
La 60ma edizione del Premio sospende la competizione a favore di una grande mostra curatoriale il cui titolo è una decisa dichiarazione d’intenti: Ceramics Now. Una vera e propria biennale d’arte ceramica che intende favorire la conoscenza delle ricerche più interessanti di questo linguaggio e, al contempo, tracciare linee orientative e possibili assi direzionali al fine di comprenderne gli sviluppi futuri.

Alessandro Gallo, Mike, 2018, gres e materiali misti, cm 41x23x33

«In questi ultimi quindici anni – spiega la direttrice del Museo, Claudia Casali – la ceramica sta vivendo importanti risultati e sta raggiungendo significativi traguardi. Soprattutto le nuove generazioni stanno avviando percorsi di ricerca misti e contaminati tra linguaggi contemporanei differenti».

Nonostante la sua lunghissima storia la ceramica dimostra di essere tuttora vitale, materia altamente versatile che più di altre attraversa la sperimentazione artistica perché capace di stabilire un legame dinamico tra virtuosismi artigianali e dimensione concettuale.
Le qualità intrinseche del mezzo ceramico, la sua indole duttile, capace di declinarsi sia in conformazioni “aperte” di matrice primordiale sia entro i più rigorosi schemi postminimalisti, la sua straordinaria capacità mimetica, che difficilmente è concessa ad altri materiali storicamente contemplati nell’ambito della scultura “maggiore”, quali la pietra, il marmo o il bronzo, continuano a sedurre generazioni di artisti.
Se questa complessità metamorfica della ceramica ha veicolato nel tempo le identità espressive dei grandi autori del Novecento, da Lucio Fontana a Picasso, da Carlo Zauli ad Asger Jorn, sono gli artisti nati in epoche più vicine a noi che fanno deflagrare il suo potenziale concettuale inserendola entro un sistema polifonico e multidisciplinare.
Al gesto del maestro che plasma la struttura disponibile della materia subentra oggi la volontà di dare forma ad un pensiero, di consentire alla ceramica di funzionare come testo, dimensione tangibile di una processualità più ampia che attiva nuovi paradigmi che ridefiniscono il campo d’intervento, le strategie di produzione e di fruizione dell’opera.

Alessandro Pessoli, Ritratto Zucca, 2013, terraglia smaltata su mensola di acciaio,
cm 36,4×33. Courtesy dell’artista e
ZERO…, Milano

A fronte di nomi consolidati della scena artistica contemporanea come Luigi Ontani o l’inglese Grayson Perry, abili nel prelevare citazioni dalla statuaria classica e dal vasto repertorio delle arti applicate per costruire un caleidoscopio di rimandi tra passato e presente, tra alto e basso, implicazioni sociali e indagine del sé, troviamo adesso autori più giovani che, con la loro ricerca, stanno spostando sempre più la percezione della ceramica verso l’arte contemporanea.
Il rapporto con la tecnica e la materia è continuamente reinventato attraverso una manipolazione che non segue regole codificate ma impone un sistema esplorativo, imprevedibile e versatile, che incrocia saperi diversi. Una libertà di movimento che struttura intorno alla ceramica la sperimentazione di altri media stabilendo nuove relazioni, ad esempio con la performance, l’installazione, la fotografia, il video, in una costante interazione con lo spazio e il fruitore.
Artisti come Alessandro Pessoli, Salvatore Arancio e Anders Ruhwald dimostrano una totale assenza di preconcetti unita alla consapevolezza del mezzo ceramico e alla volontà di elaborarne gli aspetti concettuali della scultura espandendone la presenza in scenari attivi.

Anders Herwald Ruhwald, Smolder Fired Bowl, Cracked and Mended, 2014, terracotta con foglie d’oro, cm 21x62x28. Courtesy Officine Saffi, Milano e Volume Gallery, Chicago (USA)

La pittura di Alessandro Pessoli – artista italiano che da molti anni ha scelto di vivere e lavorare a Los Angeles – è accesa da colori artificiali ed enfatizzata dalla gestualità del segno, la cui narrazione guarda al nostro Paese prelevando dalla storia, dalla cultura popolare, dall’arte e dalla sua vita privata. Una pittura ricca di rimandi visivi espansi in linguaggi altri, dall’installazione al video alla scultura in ceramica, in una costante tensione tra dramma e giocosità.
Salvatore Arancio, italiano di stanza a Londra, è interessato a esplorare il territorio dell’insolito mediante il potenziale evocativo delle immagini prelevate dalla realtà e manipolate con il supporto di tecniche diverse come l’incisione e la ceramica. I suoi lavori integrano continuamente passato e presente, tradizione e tecnologia, sapere umanistico e indagine scientifica per ottenere un immaginifica sospensione del tempo e dello spazio.
Nell’installazione It Was Only a Matter of Time Before We Found the Pyramid and Forced It Open, presentata all’ultima edizione della Biennale di Venezia, Arancio sottopone lo spettatore a ipnotiche sessioni video allo scopo di riformularne la percezione predisponendola alla visione di una matericità tellurica da cui evolve una organicità preziosa e psichedelica.
Anders Ruhwald, danese ma americano di adozione, nell’istallazione permanente Unit 1: 3583 Dubois, del 2016, trasforma la banalità di un appartamento di periferia in un memoriale dedicato ai luoghi dimenticati di Detroit. Un environment bituminoso capace di stabilire una relazione sensibile con le sue grandi ceramiche, oscillanti tra il figurativo e l’astratto, che occupano gli spazi dell’edificio dismesso.

Brendan Lee Satish Tang, Manga Ormolu version 2.1-d, 2018, tecnica mista, cm 58x26x11

Esplorano la dimensione oggettuale volutamente ambigua e vagamente domestica le sculture della svedese Mia E Göransson, la cui presenza fisica è resa quasi evanescente dai sottili smalti colorati che ne sottolineano la natura metafisica.
Un’estetica malinconica attraversa invece le opere di Irina Razumovskaya, caratterizzate da ricordi sbiaditi di architetture post-sovietiche che si sgretolano rompendo lo smalto di superficie.
L’enigmatica ricerca del siberiano Evgeny Antufiev attraversa i rituali e le mitologie di civiltà perdute – o ancora da venire. Un approccio antropologico che privilegia materiali simbolici e primitivi dove la ceramica si combina con il legno e i metalli e con l’organicità di ossa e pelli di animali dimostrando un’attitudine da sciamano.

All’incrocio tra l’animale e l’umano si collocano le iperrealistiche sculture di Alessandro Gallo e quelle cariche di emotività materica di Anna Dorothea Klug, mentre il finlandese Kim Simonsson declina la figura in strane creature verdastre: adolescenti silenziosi a metà tra i manga giapponesi e gli elfi nordici, presenze inquietanti ricoperte da una patina di muschio che le rende spettrali e vagamente radioattive.
Una tensione tra oriente e occidente definisce le opere del canadese di origine tailandese Brendan Lee Satish Tang, caratterizzate dalla sintesi tra culture opposte ottenuta campionando l’immaginario pop nipponico con la tradizione artistica della ceramica di epoca Ming.

*Tratto da Espoarte #102.

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