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Intervista a CARLOS AMORALES di Matteo Galbiati*

Caloroso e solare, intenso e generoso nelle sue parole misurate e ponderate con riflessiva attenzione, Carlos Amorales ci ha accolto con grande cordialità mentre ci ha guidato alla scoperta del Padiglione del Messico alla Biennale di Venezia che lo vede protagonista unico di un grande intervento installativo. Ci racconta con passione i temi chiave delle sue ricerche che si traducono, attraverso un linguaggio polimorfico e multidisciplinare, in lunghi cicli di opere che lo impegnano, ciascuno, anche per diversi anni. Nonostante la concitazione e gli impegni legati ai giorni inaugurali della kermesse veneziana, stabiliamo un’immediata sintonia che ci ha portato a condividere con lui una lunga conversazione.
Ecco la testimonianza di un artista che fa della condivisione e della partecipazione aperta la cifra stilistica e intellettuale del suo lavoro, dimostrando come tra uomo e opera – nel suo caso – non ci sia distanza, ma l’uno riverbera nell’altra con una reciprocità sottile i cui esiti si manifestano in un’estetica forte e pregnante.

Carlos Amorales, Life in the Folds, 2017, veduta dell’installazione al Padiglione Messico, La Biennale 2017. Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales. Foto: Dario Lasagni

Carlos Amorales, Life in the Folds, 2017,
veduta dell’installazione al Padiglione Messico, La Biennale 2017.
Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales. Foto: Dario Lasagni

Ho avuto modo di esprimerti tutto il mio apprezzamento per il tuo intervento alla Biennale nel Padiglione del Messico, per me una delle opere più riuscite e interessanti. Ci riassumi brevemente i suoi contenuti? Su cosa hai voluto riflettere?
Grazie davvero Matteo, sono molto soddisfatto della mia partecipazione alla Biennale. Si tratta di un’installazione dove combino differenti media artistici (testi scritti, scultura, musica e film) costruiti in ogni grado utilizzando esclusivamente le stesse forme astratte, forme che ho realizzato da ritagli di carta. Con queste ho creato un alfabeto codificato, dopodiché ho trasformato ogni lettera in uno strumento musicale a fiato, in modo che i testi potessero essere di nuovo resi musica e lingua parlata. Infine ho trasformato l’alfabeto illeggibile in figure riconoscibili, come persone, animali, alberi ed edifici, per combinarli in un breve cortometraggio in cui io narro, con burattini bidimensionali, la storia di una famiglia migrante che arriva in un villaggio e viene linciata dagli abitanti del luogo.
Per quanto riguarda il contenuto di questo lavoro ho voluto riflettere su come l’astrazione possa riconvertirsi in figurazione e diventare un chiaro messaggio politico. Per me il linciaggio dei migranti rappresenta la collisione tra il sistema economico globalizzato e i nuovi movimenti nazionalisti emersi negli ultimi tempi, penso rappresenti il tempo in cui viviamo. Questo momento è profondamente legato alla privatizzazione dello Stato verificatosi negli ultimi anni, dove lo Stato, nel suo senso classico, è diventato disfunzionale, dando, così, luogo ad una sorta di anarchia capitalista.

Un tema forte che proponi è la ricodificazione di un linguaggio – visivo, gestuale, sintattico – che ha l’aspirazione di essere universale. Come hai sviluppato questo lavoro?
È stato un processo di “significazione” della forma, in cui questa può cambiare a seconda di come si relaziona al contesto, sia quest’ultimo una pagina vuota, un tavolo, la pagina di uno spartito o lo spazio illusorio di un film. Con questo voglio dire che la stessa figura, ad esempio un rettangolo irregolare, può essere più cose contemporaneamente a seconda di come lo si usa: la lettera A, ma anche lo strumento musicale che dà suono a tale lettera, la nota musicalmente rappresenta il tronco di un corpo umano, ma anche un albero o il tetto di una casa.
Si tratta di un processo di significazione che mi ricorda quello che impiegano i bambini quando giocano con un bastone e lo interpretano in modi diversi, vedendovi un animale, un fucile o qualsiasi altra cosa. Si tratta di un processo in cui cerco ciò che lo spettatore può proiettare con la propria fantasia nelle forme che si manifestano nel lavoro, in modo che il pubblico abbia quella facoltà, vale a dire l’immaginazione, per completare il significato di ciò che sta vedendo e ascoltando.

Carlos Amorales, Life in the Folds, 2017, veduta dell’installazione al Padiglione Messico, La Biennale 2017, film The Cursed Village e Broken Poem. Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales. Foto: Dario Lasagni

Carlos Amorales, Life in the Folds, 2017,
veduta dell’installazione al Padiglione Messico, La Biennale 2017, film The Cursed Village e Broken Poem.
Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales.
Foto: Dario Lasagni

Il testo di Henri Michaux è stato fondamentale per concepire questa opera… Come ti ha ispirato?
Prima di tutto perché ammiro il suo lavoro poetico e artistico. Michaux mi affascina per il modo in cui passa tra testo e immagine visiva senza stabilire differenziazioni, vale a dire senza distinguere tra scritto e illustrazione, per farci avvicinare al pittogramma e alle origini del linguaggio. In questo senso Michaux ha compiuto un’opera davvero molto fertile che ha ispirato poeti e altri artisti, come l’argentina Mirtha Dermisache, che ha lavorato con grafie astratte o illeggibili in relazione al contesto in cui sono applicati, dove i formati convenzionali sono i tabloid, fogli di lettera, cartoline, biglietti, ecc…

Cosa significa per te “l’essere tra le cose”?
“Essere tra le cose” è qualcosa che può accadere letteralmente, ma è anche un’immagine poetica su una questione esistenziale. Nel mio caso significa l’essere nato a Città del Messico, discendente di una famiglia basca che, a sua volta, si è mescolata con sangue filippino, nordamericano e messicano. Significa che fin da quando ero un ragazzino mi sentivo come se “fossi tra le cose”, senza appartenere specificamente ad una precisa cultura o ad un luogo, ma, a sua volta, essendone anche parte. Poi ho vissuto, da straniero, molti anni in Europa e, da che sono tornato in Messico quasi quindici anni fa, non ho mai smesso di sentirmi ancora straniero.

Un tema che ti è caro è quello dell’identità: come lo affronti? Cosa leggi, da artista, nell’identità del mondo e dell’uomo di oggi?
Appartengo a una generazione di artisti che, fin da giovanissimi, hanno iniziato a esporre il proprio lavoro in tutto il mondo. In questo modo portavamo la nostra cultura in questi luoghi ma allo stesso tempo ne subivamo le influenze. È stato un processo di dare e avere che mi pare abbia determinato l’inizio di un nuovo modo di interagire sul mondo post-coloniale.
Inoltre il mio è un caso particolare, sono figlio di artisti, così fin da piccolo ho avuto la necessità di distinguermi dai miei genitori. Ho cambiato il cognome e mi sono auto-esiliato per più di un decennio con l’intenzione di re-inventare me stesso. Più che la questione dell’identità quello che m’interessa è la questione dell’autobiografia, che, nel mio caso, è profondamente legata al mio lavoro artistico; dunque, comprendo l’identità da una prospettiva personale, in cui ciò che è importante è l’essere diverso e anti-autoritario, non come processo di affermazione comune.

Carlos Amorales, The Eye Me Not, 2015, film color with sound (still). Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales.

Carlos Amorales, The Eye Me Not, 2015,
film color with sound (still). Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales.

Scrittura, immagine, figurazione, astrazione, video, performance, disegno, installazione… Tutti gli elementi si coordinano in un unicum intenso… Come deve porsi il pubblico?
Deve porsi dal punto di vista dello straniero, di chi non capisce la lingua del luogo in cui arriva, di chi, per sistemarsi, deve iniziare osservando il contesto, tanto nel suo complesso, quanto nelle sue particolarità, perché è il contesto quello che condividiamo noi tutti: corpo, casa e paesaggio.
Nel caso della mia installazione, il contesto dà allo spettatore una serie di indizi che lo aiutano a capire logicamente cosa succede nel film, tuttavia, visto che questo finisce tragicamente con la morte dei genitori e la solitudine del bambino, ci lascia con un profondo senso di tristezza. Credo che una persona debba entrare in empatia con gli altri malgrado non capisca la loro lingua, e debba avere compassione. Il tema del lavoro è la compassione.

Quali metodologie e approcci utilizzi per dare coerenza alla tua indagine-ricerca assai complessa, dal momento che utilizzi media e linguaggi tanto diversi?
Di solito lavoro in lunghi periodi di sette anni, è qualcosa che mi accade naturalmente e che si mette in relazione a come personalmente sono cresciuto. Lavorare in questo modo mi permette di approfondire gli argomenti che m’interessano a seconda del momento. Generalmente lavoro su un video, un’animazione o un film, come dire è un’opera in cui si catalizzano diversi aspetti formali e tematici. Per fare questo disegno, scrivo testi, sperimento situazioni sociali e discuto con moltissime persone.

Cosa cerca il tuo sguardo? Cosa ti auguri?
Che bella domanda! Magari posso apparire anacronistico, ma tento di commuovermi per la bellezza e per quello che vedo, ma anche per quello che sento e penso mi faccia sentire così. Come artista spero di offrire questa sensazione al mio pubblico e di continuare a farlo per sempre attraverso quello ho lasciato. Come artista ho voluto provare solo ciò che è degno di essere vissuto.

Carlos Amorales, The Man Who Did All Forbidden Things, 2014, film b/w with sound (still). Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales.

Carlos Amorales, The Man Who Did All Forbidden Things, 2014, film b/w with sound (still). Courtesy: kurimanzutto e Estudio Amorales.

Sei un artista preso da importanti impegni internazionali: quali sono i tuoi progetti futuri?
Sto lavorando a due riletture della mia carriera, una più piccola e generale a Medellín e l’altra più ampia a Città del Messico. Si tratta di un importante momento di riflessione, che spero possa portarmi ad un nuovo film con tutto il lavoro che lo accompagna.

Eventi in corso:

Carlos Amorales. Life in the Folds
Padiglione del Messico alla 57. Esposizione Internazionale d’Arte La Biennale di Venezia
a cura di Pablo Leon de la Barra
commissario Gabriela Gil Verenzuela
Sala d’Armi, Tesa B, Arsenale, Venezia
Fino al 26 novembre 2017
www.bienaldevenecia.mx

Herramientas de trabajo. Retrospectivo de Carlo Amorales
a cura di Emiliano Valdez
Museo de Art Moderno de Medellín
Medellín (Colombia)
26 luglio – 21 novembre 2017
www.elmamm.org

Info: www.estudioamorales.com

*da Espoarte #98

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