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VENEZIA | Arsenale | Fino al 24 novembre 2019

A cura di Livia Savorelli e Matteo Galbiati

Venezia è un labirinto che nei secoli ha affascinato e ispirato moltissimi creativi, tra cui Jorge Luis Borges e Italo Calvino, ritenuti dal matematico Pierre Rosenstiehl due tra i più grandi labirintologi contemporanei. Ed è proprio al saggio del 1962 di Italo Calvino, “La sfida al labirinto” che si ispira Né altra né questa: la sfida al Labirinto, progetto di Milovan Farronato per il Padiglione Italia.
Tre gli artisti le cui opere – tra inediti ed opere storiche – si succedono in un percorso le cui traiettorie non sono definite, univoche e la cui non linearità invita lo spettatore a diventare soggetto attivo nella visione, compiendo scelte e, perché no, tornando sui propri passi: Enrico David (Ancona, 1966), Chiara Fumai (scomparsa nel 2017 a soli 39 anni) e Liliana Moro (Milano, 1961).
Abbiamo chiesto ad alcuni addetti ai lavori – Mariateresa Cerretelli, Laura Garbarino, Elisabetta Longari, Angel Moya Garcia, Giacomo Nicolella Maschietti e Mustafa Sabbagh – di ripercorre a parole quanto provato nel loro addentrarsi in questo mondo…

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto Padiglione Italia alla Biennale Arte 2019 Courtesy: DGAAP-MiBAC Ph. Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti


Quali sono le vostre impressioni su Né altra né questa: la sfida al Labirinto? Pro e/o contro?
Come valutate il progetto curatoriale di Milovan Farronato e le scelte di allestimento?
Dei tre artisti coinvolti chi avete apprezzato in particolar modo e perché?


Mariateresa Cerretelli

Né altra né questa. La sfida al Labirinto. La metafora del labirinto come chiave di lettura della complessità della realtà contemporanea è centrata e in linea con la Biennale di Ralph Rugoff. Più difficile, in questo dedalo strutturato su diversi piani, corridoi bianchi tra specchi e tendoni spessi, comprendere in pieno “lo stretto dialogo tra i tre artisti” cioè Liliana Moro, Chiara Fumai ed Enrico David di cui parla il curatore del Padiglione Italia, Milovan Farronato. I corpi irreali di David, la presenza-assenza di Chiara Fumai e l’essenzialità dei lavori di Liliana Moro sono opere profonde, ma non comunicano un senso di unione tra di loro ed è un compito arduo quello che Farronato nelle intenzioni affida “all’attivazione del ruolo dello spettatore come partecipante chiave della creazione di un senso per la mostra”.

Mariateresa Cerretelli scrive di arte, cultura e life style per Class, Wall Street International Mag, Artslife e Popdam Magazine. Esperta di Photo editing collabora con diverse testate. Cura progetti e mostre d’arte.

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto
Padiglione Italia alla Biennale Arte 2019
Courtesy: DGAAP-MiBAC
Ph. Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Laura Garbarino

Ero molto curiosa, contenta che artisti come Liliana Moro potessero avere la loro occasione e che ci fosse un tributo a Chiara Fumai anche se il suo lavoro performativo, non essendo lei purtroppo più tra noi, non è facilmente replicabile. Su Enrico David avevo ed ho le mie riserve, non tanto sulla bontà dell’artista ma sul fatto che dovesse rappresentare l’Italia, un artista che di italiano ha solo il paese di nascita.
Trovo interessante ed elegante sia il titolo che il tema scelti da Milovan. Un classico che lascia aperte tante strade all’interpretazione. Bello il riferimento alla sfida al labirinto di Calvino. Di contro ho trovato a volte macchinoso l’allestimento seppur coerente col tema. Troppo ingombrante. Sono un po’ stufa di questi allestimenti che sembrano essere opera, pur capendo che lo spazio del padiglione così ampio in qualche modo andava gestito.
Ho sempre apprezzato il lavoro di Liliana Moro ed è l’artista su cui nutrivo più aspettative. Incarna un’intera generazione italiana ed è un’artista che ha grande personalità e mentalità aperta.
Mi aspettavo o speravo di vedere lavori più d’impatto e installativi, lavori creati appositamente per quest’occasione ma forse Liliana Moro oggi è più proiettata ad un ambito raccolto, non d’effetto. Le opere presentate ad una ad una, sono tutte di grande qualità ma restano soffocate dalla struttura in cui si scoprono pian piano.
La sua forza e la sua fragilità convivono nelle sue opere e incarnano una peculiarità italiana tipica dei nostri migliori artisti. Il problema di questa mostra è notare Liliana, riuscire a leggere le sue opere; cosa che non accade nel caso di Enrico David, che oltre ad essere molto presente ha un impatto più forte sul visitatore.

Laura Garbarino è architetto, specializzata a Londra in Arte Contemporanea. Lavora come unica rappresentante ed esperta per la casa d’aste Phillips dal 2004 al 2015. Dal 2015 entra a far parte del team di Christie’s International come Senior Specialist di Post War & Contemporary Art.

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto
Padiglione Italia alla Biennale Arte 2019
Courtesy: DGAAP-MiBAC
Ph. Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Elisabetta Longari

Più passa il tempo più mi ritrovo ad amare le esposizioni variegate ma coese, con un filo che le tiene insieme (non mi stancherò mai di dire quanto ho apprezzato Il Palazzo Enciclopedico di Massimiliano Gioni). Alla luce di questa premessa si può capire come, nel progetto curatoriale di Farronato, io faccia una grande fatica a rintracciare un disegno, a meno che non sia di natura esoterica o, come lui stesso sembra abbia affermato, dettato dalle sue relazioni interpersonali. Anche la scelta di avvalersi del labirinto di tendaggi… Beh, in tutta franchezza l’ho trovata pessima, anche se mi pare di capire che forse è frutto di una intenzione condivisa anche dagli artisti, fuorché ovviamente Fumai. Figurarsi, la figura del labirinto è irresistibile, nelle “vicinanze” basta pensare a Pistoletto e a Richard Serra, ma in questo caso me ne pare una declinazione molto cheap.
Mi chiedi di indicare un nome e qui senza esitazioni dico: Liliana Moro. Motivazioni: per la varietà e la complessità del suo lavoro ben evidenti nella scelta di opere di diversi periodi qui esposte, tutte animate da una forte curiosità per i materiali e basate su diverse e sempre interessanti modalità di occupazione dello spazio. In questa occasione, per esempio abbiamo l’azione del suono, presenza immateriale ma di forte impatto (O bella ciao cantata in 15 lingue è una scelta quasi necessaria con i tempi che corrono), nell’opera ……senza fine, ndr; giriamo un angolo e troviamo una maquette con le miniature di alcune sue opere collocate all’interno, tra cui un autoritratto; facendosi largo tra le soffocanti cortine quindi ci si imbatte in una scultura in vetro uscita dalle officine muranesi e da una fiaba: La Spada nella Roccia. Ciò detto per essere brevi come chiedi e non menzionare che tre lavori che presentano implicazioni e modalità di coinvolgimento dello spettatore assai diverse tra loro, tutte abbastanza irresistibili, almeno per me.

Elisabetta Longari è critica e storica dell’arte, docente presso l’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano. Ha curato diverse mostre collettive e personali in Italia e all’estero. Ha pubblicato numerosi contributi per diverse riviste e case editrici.

Padiglione Italia, Né altra Né questa: La sfida al Labirinto, 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia.
Ph. Italo Rondinella

Angel Moya Garcia

Rispetto ad alcune delle edizioni precedenti, le mie aspettative per quanto riguarda il Padiglione Italia erano più alte, sia per il percorso intellettuale e curatoriale precedente di Milovan Farronato, sia per la presentazione che aveva realizzato durante la conferenza stampa. Mi aspettavo lo stupore o l’inquietudine, l’incognita o l’anomalia, la rottura o l’apertura verso indirizzi non collaudati. Invece, e purtroppo, appena ho valicato l’ingresso ho trovato un padiglione in cui l’allestimento era conformista, prevedibile, inefficace, forzato e nettamente prepotente rispetto ai lavori. Non sono contrario a un lavoro curatoriale forte, sempre e quando nell’insieme si evinca una coerenza strutturale, ideologica e di contenuti, necessaria e inattaccabile. Tuttavia, in questo caso credo che mancasse tutto questo, che ogni singolo artista potesse essere sostituito da qualsiasi altro del panorama italiano senza modificare minimamente l’insieme e che non abbia saputo essere incisivo come avrei sperato. Sicuramente l’unica a riuscire ad emergere, in qualche modo, è stata Liliana Moro sia per la maturità dei singoli lavori sia per la sua intelligenza nel modo in cui li ha allestiti, ma purtroppo anche lei è stata fagocitata da una sfida in cui abbiamo perso tutti.

Angel Moya Garcia è giornalista freelance, curatore indipendente e Co-Direttore per le Arti Visive Dello Scompiglio.

Padiglione Italia, Né altra Né questa: La sfida al Labirinto, 58. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times. Courtesy: La Biennale di Venezia.
Ph. Italo Rondinella

Giacomo Nicolella Maschietti

In grande franchezza avrei preferito un’altra domanda. Perché questa Biennale ha offerto una mostra principale (quella di Rugoff) con decine di artisti giovani, 35 anni la media, provenienti da tutto il mondo che hanno saputo offrire una fotografia della migliore arte prodotta oggi. Per quanto riguarda il nostro Padiglione purtroppo non posso scrivere analogamente. Farronato ha portato in mostra 3 artisti della sua scuderia (come fanno normalmente tutti i curatori, sia chiaro) che hanno confezionato una mostra molto poco fruibile. L’allestimento del labirinto è la cosa più bella, è piacevole perdercisi dentro e incontrare di volta in volta una fragranza differente. Peccato che nessun lavoro faccia davvero centro (eccezion fatta forse solo di Capovolto di Liliana Moro, il lampione ribaltato che ci fa sentire un po’ in un romanzo di Carroll). Inutile la presenza della Fumai, affettivamente celebrata ma con un murales con cui è davvero difficile empatizzare. Per chiudere: non è semplice convincere quando si ha una responsabilità grande come quella del Padiglione Italia, ma se questo è il meglio che potevamo esporre dopo attenta selezione, forse dobbiamo pensare a fare qualcosa di più, per la prossima volta.

Giacomo Nicolella Maschietti è giornalista esperto di mercato dell’arte, collabora con MilanoFinanza, GQ, MarieClaire Maison, Arte e Antiquariato.

Né altra Né questa: La sfida al Labirinto
Padiglione Italia alla Biennale Arte 2019
Courtesy: DGAAP-MiBAC
Ph. Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti

Mustafa Sabbagh

Il Labirinto è un luogo universale. Non si crea, ci si trova dentro. Il progetto di Milovan è un gesto da non-curatore, da analista. Un atto di psicanalisi dell’arte contemporanea in Italia. Il Padiglione si presenta come un’utopia del futuro; emerge soprattutto dalla capacità di rendere un luogo particolare come qualcosa di universale.
Non parlerei di pro/contro; mi è sembrato piuttosto di calarmi in un gioco di ruoli autogestito, una specie di Facebook ante-litteram. Vince chi entra nel labirinto, ma stravince chi esce prima. Cito Hannah Arendt: «Il senso di essere perduti spinge verso la malvagità».
È un progetto che non presenta confini chiari tra artista e curatore. È come nella musica: non sai mai bene chi è il vero talento, se il direttore d’orchestra o il pianista.
Pensando alle mie risposte precedenti, direi che sono uscito per ritrovarmi nel labirinto del dubbio.

Mustafa Sabbagh è riconosciuto come uno dei 100 fotografi contemporanei più influenti al mondo [P. Weiermair, 2015]. La sua ricerca – indagata in numerose interviste e in documentari dedicati anche da SkyArte [Fotografi, 2013] e da Rai5 [The sense of beauty, 2017] – è condotta in primis attraverso fotografia, videoarte e installazione site-specific.

Padiglione Italia
Né altra né questa: la sfida al Labirinto
Artisti: Enrico David, Chiara Fumai, Liliana Moro
Curatore: Milovan Farronato
Commissario: Federica Galloni, Direttore Generale Arte e Architettura Contemporanee e Periferie Urbane, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali
11 maggio – 24 novembre 2019
Arsenale, Venezia
Info: www.neithernor.it

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