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Intervista ad ANTONIO ROVALDI di FRANCESCO FABRIS

La pratica fotografica in relazione a quella del camminare sta alla base della ricerca di Antonio Rovaldi (Parma, 1975). L’utilizzo di medium molteplici, la fotografia in relazione al video e al suono, la scultura e l’installazione, vengono spesso intrecciati dall’artista in un continuo rimbalzo di luoghi, tempi e camminamenti dentro e fuori la geografia.
Abbiamo incontrato l’artista in occasione della sua ultima personale alla Galleria Michela Rizzo, a Venezia, dal titolo So many things in the air! La mostra, ed il piacevolissimo incontro, sono avvenuti quando la prospettiva della “distanza sociale” era inconcepibile e dove, viceversa, l’occasione di assorbire la filosofia dell’artista da “meno di un metro” da lui, era una occasione assolutamente stimolante e imperdibile.

Antonio Rovaldi, So many things in the air!, veduta della mostra alla Galleria Michela Rizzo, Venezia

L’esposizione è una delle tappe riassuntive dell’ultimo progetto di Rovaldi – realizzato anche grazie al contributo della Quinta Edizione del Premio dell’Italian Council (Mibact/Periferie Urbane 2019) promosso dalla GAMeC di Bergamo in partnership con il GSD di Harvard, il Magazzino Italian Art (Cold Spring, NYC) e il Museo St.Gallen in Svizzera – in cui la pratica del camminare ha messo a nudo una New York meno iconica, marginale e meno accessibile, ritratta con lo sguardo rivolto prevalentemente al waterfront dei suoi cinque boroughs: Manhattan, Queens, Brooklyn, The Bronx e Saten Island.

Antonio Rovaldi – Il suono del becco del picchio, Veduta dell’installazione Ala Vitali / Accademia Carrara, Bergamo, 2020. Mostra promossa dalla GAMeC di Bergamo, realizzata grazie al sostegno di Italian Council (2019) Foto: Antonio Maniscalco

L’intero progetto fotografico e performativo di Rovaldi – camminare i contorni di una città ripetutamente nell’arco di due anni, dal 2016 al 2018 – è stato raccolto dall’artista nella pubblicazione The Sound of The Woodpecker Bill: New York City, edita dalla casa editrice milanese Humboldt Books (2019). Un libro di 600 pagine che raccoglie fotografie, contributi di altri autori come Lorenzo Giusti, Mario Maffi, Cecilia Canziani, Steven N.Handel, Francesca Berardi, Claudia Durastanti, Anna de Manincor, mappe illustrate dalla paesaggista Francesca Benedetto e un’introduzione dello stesso artista. Il libro è suddiviso in cinque capitoli, quante le circoscrizioni della città e restituisce il volto di una metropoli sicuramente meno conosciuta, in cui la natura riconquista, di diritto, i suoi spazi all’interno di una città in cui di spazi vuoti ne sono rimasti assai pochi.

Antonio Rovaldi, Orizzonte in Italia – Humboldt Books 2015

Quest’ultimo progetto è forse il naturale prolungamento di un’altra opera di Rovaldi dal titolo Orizzonte in Italia (2011/2015), nel corso del quale l’artista rivolgeva sempre l’obiettivo della sua macchina fotografica verso la linea dell’orizzonte dell’intera penisola italiana. In quell’occasione Rovaldi aveva pedalato il periplo italiano consecutivamente per oltre due mesi, alternando sforzo fisico a riflessione fotografica. Le pellicole utilizzate per documentare una distanza geografica ed emotiva ricostruivano, scatto dopo scatto nel susseguirsi dei giorni, la geografia della nostra penisola in un’immagine astratta e concettuale: la linea che separa il cielo dal mare che si avvicina e si allontana dallo sguardo dell’artista e dalla sua macchina fotografica.

Antonio Rovaldi – Il suono del becco del picchio, Veduta dell’installazione Ala Vitali / Accademia Carrara, Bergamo, 2020. Mostra promossa dalla GAMeC di Bergamo, realizzata grazie al sostegno di Italian Council (2019) Foto: Antonio Maniscalco

L’Italia intera è riassunta in una griglia di fotografie molto simili tra loro, mare e cielo, tutte leggermente diverse perché scattate lungo una linea lunga 3500 km.
Durante la serata inaugurale della sua mostra alla Galleria Michela Rizzo, abbiamo rivolto all’artista alcune domande:

Quali sono i ruoli della letteratura, della scultura, del suono e del movimento fisico che utilizzi di solito per integrare il tuo “racconto per immagini”?
Quelli che hai elencato sono ambiti e percorsi che cerco di intrecciare per generare una narrazione che, passando da un medium all’altro, si alterna ripetutamente nella consapevolezza che la geografia è sempre una riflessione elastica. Non sono né uno scrittore né un fotografo nel senso stretto del termine, ma ho elaborato una grammatica personale in cui la fotografia e la scrittura cercano di stabilire relazioni sia fisiche che mentali con il soggetto analizzato – ogni luogo infatti è sempre unico e in costante mutamento, così come il soggetto che lo attraversa. La fatica fisica genera riflessioni complesse sui luoghi, soprattutto intorno all’idea di distanza che ci separa da un punto a un altro, lungo una linea. Raggiungere un luogo compiendo una sforzo fisico con un gesto reiterato, permette di viaggiare nel tempo, con la consapevolezza che la geografia è, soprattutto, questione biografica e diaristica, quindi molto personale prima ancora che collettiva. Solo attraverso un dialogo serrato con noi stessi, credo sia possibile raccontare e fare nostri anche luoghi che non ci appartengono direttamente e, da dialogo introspettivo, diventare racconto collettivo, romanzo per immagini.

Antonio Rovaldi, So many things in the air!, veduta della mostra alla Galleria Michela Rizzo, Venezia

Dove origina l’attenzione che presti ai confini, ai margini dei luoghi?
I due termini, margini e confini, spesso si prestano a retorica e categorizzazioni, da cui cerco di prendere le distanze per evitare banalizzazioni e retoriche, soprattutto in questi ultimi anni in cui queste parole si usano tantissimo, non sempre nel modo più appropriato. Mi sento comunque più a mio agio con un’idea di margine piuttosto che confine. Quando penso ai margini penso soprattutto a quelli intorno alle pagine di un libro, dove si appuntano brevi annotazioni durante una lettura che poi ritornano, nel tempo, nella ri-lettura di un testo. Non a caso il titolo del progetto con cui ho vinto la Quinta Edizione dell’Italian Council è End. Words from the margins. New York City, dove i margini sono sia quelli geografici di un territorio specifico, sia quelli che contengono le parole dentro un libro.
Il margine è, al tempo stesso, contenitore e contenuto di quello che sta dentro ma anche di quello che sta fuori. Dentro e fuori un libro, dentro e fuori le immagini, dentro e fuori una geografia. Come diceva meravigliosamente bene il mio compaesano Luigi Ghirri qualche anno fa, più o meno con queste parole: “ciò che sta fuori un’inquadratura è ciò che ci permette di guadare – di vedere – il soggetto della nostra immagine.” Questo per me è il margine o, se preferisci, una spazio di confine o, ancora meglio, un atto di scelta. Un po’ come quello che c’è tra me e te ora mentre stiamo parlando. C’è, ma non sappiamo esattamente dove sta, a quale distanza! Nello specifico di questa nuova mostra da Michela Rizzo, a cui tengo particolarmente, ancora una volta, cerco di provare a ri-conoscermi in luoghi più marginali, nella convinzione che questi contengano il potenziale per generare un nuovo pensiero, l’immagine complessa di un luogo, in questo caso il volto di una città. Lo stimolo me lo ha fornito New York stessa, città che ho imparato a conoscere esplorandola negli anni attraverso la pratica lenta del camminare. New York City è una geografia a rischio in questi ultimi anni a causa dell’innalzamento delle sue acque e dello sprofondamento del suo waterfront. Non è più una visione apocalittica da Gotham City, ma un presente a rischio con un futuro davvero molto poco rassicurante – come il resto del mondo, del resto. Se non si comincia a ripensare al suo Waterfront come a un luogo di rinascita naturale, come spazio fondamentale per ascoltare il suono del cuore di una città, si rischia di allontanarci dall’idea stessa di città: ovvero un spazio di scambio tra culture diversissime tra loro che però, ancora oggi, difficilmente sono in contatto. Anche in una città così multirazziale come New York City. Ma questo è un discorso molto complesso che tocca discipline differenti tra loro, non per forza distanti e sicuramente mettere in dialogo l’arte e le sue pratiche con la scienza, l’ecologia e l’architettura del paesaggio – quelle che interessano a me ora – può aiutare a dare se non delle risposte, sicuramente generare domande intorno alla riflessione e preservazione di un territorio. Non solo New York City, ma questa città è un contenitore perfetto per espandere molte riflessioni. Del resto le pratiche artistiche servono a questo, e le città anche: generare domande, errori, ripensamenti continui e spazi di pensiero, sempre in dialogo con altre discipline – non necessariamente solo nell’ambito delle arti. Sicuramente la città di Venezia e la sua laguna hanno molto cose in comune con New York City e sarebbe molto interessante analizzarle in parallelo. L’acqua prima fra tutte. Mi piacerebbe dedicare un progetto a Venezia in futuro, magari sostare su tutte quelle isole della laguna in cui non è permesso stare. Dormire una notte su ogni isola, magari per la prossima mostra qui in Giudecca. Un amico architetto mi ha invitato a riflettere sui cippi veneziani che un tempo delimitavano i confini della laguna…

Antonio Rovaldi, FP Osservatorio, Give Me Yesterday 21

Quanto è importante per la tua ricerca la dimensione del libro?
Il supporto del libro, una geografia specifica ripensata al suo interno, è assolutamente importante nei mei progetti e nella mia pratica. Soprattutto nei lavori di questi ultimi anni, in cui mi sono misurato su scale geografiche ampie che hanno richiesto tempi lunghi di analisi. Il libro diventa il contenitore ideale per riordinare una geografia estesa e stratificata ed è un terreno fertile per creare un dialogo con altri autori e le loro discipline. Nel caso di questo ultimo libro dedicato ai margini della città di New York, il dialogo più articolato è stato quello con un botanico americano, Steven N.Handel, e una paesaggista italiana di base a Boston, Francesca Benedetto. Lo sguardo di altri autori, le loro pratiche specifiche e il loro punto di osservazione particolare, sono per me fondamentali per mettere a fuoco il mio sguardo e ampliarne il suo raggio e, soprattutto, il punto di vista del libro stesso e le sue molteplici direzioni. Il libro per me è diventato uno spazio necessario per fare chiarezza: dove provengo, dove sto andando e con quale velocità?
The Sound of The Woodpecker Bill è un libro impossibile, perché il soggetto in questione, New York City, è di per sé stesso un soggetto infinito con una letteratura davvero ampissima. Un po’ come lo è l’orizzonte. Non sai esattamente dove sta esattamente e tutti lo devono giustamente guardare e poi fotografare, così come tutti hanno qualcosa da dire su New York, anche se magari non ci sono mai stati. Perché tutti, un po’, New York, già la conoscono. È quello spazio tra il già conosciuto e il meno conosciuto, o il credere di conoscere, che mi interessa riflettere attraverso la mia pratica. Mi piace riflettere su una letteratura già ampiamente esplorata e decantata, perché è solo attraverso un continuo ritorno sui luoghi già esplorati che possiamo, forse, dire qualcosa di nuovo. E gli autori che hanno visto e raccontato prima di noi, il loro sguardo, è imprescindibile dal nostro. E così, sempre, si aggiunge un piccolo pezzo in più e si procede, per tentativi, errori, passi indietro… Come le immagini, del resto, che hanno bisogno di riposare prima di essere riviste. Quelle degli altri, prima, le mie, dopo.

Antonio Rovaldi, So many things in the air!, veduta della mostra alla Galleria Michela Rizzo, Venezia

Hai in programma ulteriori sviluppi di questo progetto o mediti altro?
Mi piacerebbe portare l’intera produzione di questo lavoro al Museum of The City of New York, e poi magari anche a Milano che è la mia città, ci stiamo lavorando in questo periodo con Steven N.Handel e Francesca Benedetto. Poi vorrei cominciare a riordinare le idee per un nuovo lavoro che ho in mente da tempo. Riguarda ancora una volta il paesaggio italiano, le sue montagne e un forte rimando alla mia famiglia e, soprattutto, alla figura di mio padre e al suo amore e studio per il paesaggio e, non per ultimo, alla sua capacità di raccontare i luoghi che ama attraverso la pratica dell’acquarello. Tecnica pittorica che mio padre ha sempre praticato nel tempo, soprattutto intorno alle montagne dell’Alto Adige, dove i miei genitori mi portavano quando ero bambino. Anche questa volta sarà un progetto complesso che richiederà tempi lunghi di gestazione e una buona dose di preparazione fisica, cosa che in questo periodo non ho assolutamente. Comunque mi piacerebbe camminare tutte le Alpi, prima o poi, e stare in alto il più possibile! Ma prima devo rimettermi in buona forma fisica e magari trasferirmi per un po’ in alta montagna, in un bel maso di legno in Alto Adige, lontano dallo smog della pianura padana. Ti faccio sapere!

Antonio Rovaldi, So many things in the air!, veduta della mostra alla Galleria Michela Rizzo, Venezia

So many things in the air! 
ANTONIO ROVALDI 
la seconda mostra personale di Antonio Rovaldi presso la Galleria Michela Rizzo.
marzo 2020

Galleria Michela Rizzo
Isola della Giudecca 800 Q, 30133 Venezia
+39 0418391711
info@galleriamichelarizzo.net
www.galleriamichelarizzo.net


Il suono del becco del picchio

13 febbraio – 17 maggio 2020
Accademia Carrara / Ala Vitali, Bergamo 
Il suono del becco del picchio, a cura di Lorenzo Giusti, Steven Handel e Francesca Benedetto, è il secondo capitolo del progetto End. Words from the Margins, New York City con cui Antonio Rovaldi ha vinto la quinta edizione dell’Italian Council, il programma di promozione dell’arte contemporanea italiana nel mondo della Direzione Generale Creatività contemporanea e Rigenerazione urbana del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e per il Turismo.

Info: http://www.antoniorovaldi.com/

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