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Serena Fineschi da Siena

Musei e gallerie hanno reagito al momento con la digitalizzazione e la virtualità. Quali sono le tue “strategie” per instaurare nuove relazioni?
In realtà non dovremmo più parlare di strategie ma parlare di artisti, della loro ricerca e delle loro opere. Queste sono le relazioni che dovremmo coltivare con perseveranza e maggiore attenzione.
Nel 2018 con Laura Viale e Alessandro Scarabello ho fondato MODO asbl, un’associazione culturale indipendente con sede a Bruxelles. È un luogo di pratica quotidiana, sede dei nostri studi, così come uno spazio utile a rinnovare e arricchire il dialogo sulla centralità dell’opera d’arte. L’idea di MODO è quella di riportare al centro della discussione contemporanea l’importanza dell’opera d’arte come perno ed elemento di produzione di valore culturale, proponendo momenti di dialogo in cui gli ospiti invitati conversano intimamente e si confrontano aprendo una riflessione sul significato e l’importanza dell’opera d’arte nel panorama contemporaneo.
Credo fermamente che si debba ripartire da questo concetto e dagli spazi di produzione degli artisti dove tutto ha origine (l’intimità e l’opera sono venute insieme al mondo) e che questi possano diventare liberi territori di dialogo, incontro, confronto, crescita e educazione. Da anni manca una critica indipendente che dissenta con coraggio, lo stesso coraggio da recuperare negli artisti a essere disturbanti e autentici con l’urgenza che li definisce. Solo creando occasioni di confronto, dove gli artisti possano sostenersi, aiutarsi, confrontarsi, battersi con onestà e fronteggiarsi con stima si potranno ridefinire gli esercizi di un diverso approccio al contemporaneo e creare nuovi disordini di pensiero.

Come immagini il mondo, quando tutto ripartirà?
Non riesco a immaginare cosa accadrà ma so che la saturazione di informazioni visive ha inquinato il nostro modo di vedere, usurato la forza dell’apparizione, logorato la meraviglia dello stupore, consumando lentamente la nostra capacità di immaginare. Questo sta accadendo ormai da alcuni anni ed è indispensabile recuperare la lentezza della contemplazione dell’opera, la quale non ne esaurisce senz’altro la lettura, ma ne determina un valore fondamentale e una pratica sostanziale da riscattare: educare il nostro sguardo.
In questa fase storica sono indispensabili delle trasformazioni radicali che possano creare delle bolle di resistenza fluide tra artista, critico, gallerista, collezionista e istituzione dove tra le urgenze si presenta anche quella di formare, conversare e dialogare con il nuovo spettro del pubblico digitale, affinché si stabiliscano rinnovate pratiche di convivenza che non ci rendano così subordinati all’approssimazione e all’indifferenza.

Stiamo capendo che si può vivere con meno mobilità?
Ho sempre pensato che debbano essere le opere a viaggiare e muoversi, molto più degli artisti.
Sono le opere che hanno il potere della visione e del viaggio; attraversano confini, esplorano nuovi spazi e vagabondano senza sosta, abitando ogni intervallo possibile. Sono loro a doversi muovere.

Quando tutto questo finirà: una cosa da fare e una da non fare mai più.
Con Laura e Alessandro stiamo lavorando alla possibilità di creare una sede di MODO anche in Italia, proprio perché riteniamo che debbano esistere nuovi approdi dove gli artisti (e non solo) possano incontrarsi, dialogare e creare nuove opportunità di pensiero.
Riconsiderare le programmazioni museali dal rituale mortale degli eventi di massa a nuove visioni più ridotte, inaugurazioni a misura più intima che possano avvicinare il pubblico al contemporaneo con maggiore lentezza, conforto e attenzione. Un modo per educare un pubblico nuovo, più consapevole e preparato che possa diventare anche massa critica, come accade in molti altri paesi dove l’educazione all’arte, in particolare quella contemporanea, parte dalle basi della crescita e prosegue per tutto il periodo della scolarizzazione, creando sguardi pensanti. Rischiamo pericolosamente di andare alla deriva e lasciare la produzione del contemporaneo ad altri paesi.
L’Italia è tra i paesi culturalmente più arretrati d’Europa, dobbiamo aprire gli occhi, ora.

Serena Fineschi è nata a Siena. Vive e lavora a Siena e a Bruxelles.
Nel suo lavoro il corpo è la dimensione e la misura che lo determina. Il lavoro di Serena Fineschi è estensione carnale, nel quale il corpo dona e riceve. Le trame formali del suo lavoro si distendono e comprimono di continuo, producendo fessure euforicamente tragiche, luoghi di transito che confidano nuove riflessioni e esperienze tangibili, intime e sociali.
Il suo lavoro è stato presentato in numerose sedi pubbliche e private in Italia e all’estero tra cui il Musées Royaux de Beaux-Arts de Belgique, Old Masters Museum, a Bruxelles, l’Istituto Italiano di Cultura di Bruxelles, il Bozar, Centre for Fine Arts di Bruxelles, la collezione Frédéric de Goldschmidt, la Fondation Thalie a Bruxelles, Officina asbl a Bruxelles, Belgio; il Museo di Arte Moderna e Contemporanea Raffaele de Grada di San Gimignano, il Complesso Museale SMS Santa Maria della Scala di Siena, il Centro d’Arte Contemporanea Palazzo delle Papesse a Siena, le Corderie dell’Arsenale, la Biennale Manifesta12 a Palermo, Casa Masaccio Arte Contemporanea a San Giovanni Valdarno, la Fondazione Palazzo Magnani/Palazzo da Mosto a Reggio Emilia, l’Ospedaletto Contemporaneo, Complesso dell’Ospedaletto a Venezia, Palazzo Monti a Brescia, in Italia. Nel 2018 con Alessandro Scarabello e Laura Viale ha fondato MODO asbl, associazione culturale indipendente per la promozione del contemporaneo con sede a Bruxelles.
La sua ultima mostra è “Vogliamo parlare d’amore?”, a cura di Marina Dacci, solo show a Palazzo Monti, di Brescia, inaugurata il 15 febbraio 2020 e sospesa per l’emergenza Covid-19 (riapertura in fase di pianificazione).

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