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Raffaele Quattrone da Bologna

La tua nuova ritualità quotidiana…
Il 2018 e il 2019 sono stati per me due anni molto frenetici in quanto alla mia normale attività si è aggiunta la scrittura e promozione di un nuovo libro e parallelamente la scrittura, interpretazione e promozione di un documentario che mi ha portato in giro per il mondo. Per cui avevo la necessità, sentivo la necessità di fermarmi, di riposarmi ma poi capitava sempre qualcosa di nuovo che mi portava a rimandare il periodo di riposo, a spostarlo più avanti. Da questo punto di vista l’epidemia ha dato uno stop a tutto e mi ha imposto di fermarmi a riposare ma anche a maturare una maggiore consapevolezza rispetto a quello che stavo facendo e quello che avrei voluto fare. Improvvisamente non ero più in viaggio o circondato da persone ma ero a casa, a Bologna, da solo, impossibilitato come tutti a muovermi anche solo per visitare la mia famiglia che abita in un’altra nazione. Fin dall’inizio però mi sono sforzato di vedere il bicchiere mezzo pieno innanzitutto perché ero sano, perché conservavo un lavoro ed uno stipendio e poi perché avevo finalmente il “tempo” che qualche volta mi ero lamentato di non avere. È questa una grande ricchezza della quale spesso ci dimentichiamo. L’epidemia è stata devastante per le persone ammalate, morte, rimaste senza lavoro o senza soldi… ma ha avuto anche una forza rigenerativa rispetto a tutto quello che abbiamo sempre rimandato, che ci siamo “tirati dietro” con l’idea che un giorno ci avremmo “messo le mani”. Ecco, quel giorno è arrivato.

Come è cambiato il tuo modo di lavorare?
È dalla seconda metà di febbraio che non viaggio più e lavoro come la maggior parte di noi con pc, telefono, email, videochiamate, ecc. Dovevo essere in Sudafrica e poi a New York per partecipare a dei festival dove era stato selezionato NewFaustianWorld e mi sono trovato comodamente a casa in videoconferenza. Il contatto umano però mi è mancato moltissimo. È sicuramente più comoda la videoconferenza ma è anche meno emozionante della presenza fisica. Ho scoperto la bellezza di scrivere sui fogli, di fare la “brutta e bella copia”, sempre riciclando la carta e stando attento a non sprecarla. Ho riscoperto un modo di lavorare più lento ma molto più riflessivo e consapevole. Ho potenziato molto la fase della progettualità in modo tale da essere subito operativo quando magari torneranno le condizioni per riprendere le nostre attività a 360°. Il mio nuovo modo di lavorare è imperniato sullo slow living, sul rallentamento dei ritmi lasciandomi ispirare da ciò che mi dà serenità e benessere.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’assenza e della mancanza.
Mi manca la mia famiglia ed i miei affetti. Cerco sempre di essere il più possibile fisicamente presente ma in questo periodo mi è stato impossibile. Per quanto possano essere frequenti le videochiamate che aiutano tantissimo per carità, il contatto fisico è un’altra cosa e trovarsi improvvisamente lontani non è facile.

Come immagini il mondo quando tutto ripartirà?
Il mio timore più grande è di ritrovare il mondo esattamente come l’ho lasciato dimostrando di non aver capito nulla dalla lezione che ci ha dato l’epidemia. Abbiamo agito fino ad oggi con la “smania di Faust” che non si accontenta mai. Il progresso, l’andare sempre e comunque avanti è diventato alla fine, scusa il gioco di parole, fine a se stesso. Abbiamo perso di vista la meta, dove stavamo andando. È arrivato il momento di fermarsi e fissare tutti insieme una nuova meta, senza lasciare indietro nessuno. L’epidemia ha dato luogo a tantissime forme di collaborazione, di aiuto reciproco, un’umanità che ci eravamo dimenticati potesse esistere. Ecco ripartiamo da qui, mi sembra un buon punto di partenza.

Quando tutto finirà: una cosa da fare e una da non fare più.
Ne ho più di una da fare e da non fare!! Da fare: trovare sempre il tempo per la famiglia, gli amici, le persone alle quali si vuole bene e trovare sempre il tempo e il modo per dire che si vuole loro bene. Sfruttare sempre quindi le opportunità che ci capitano senza darle per scontate o senza rimandarle a domani. Se abbiamo il tempo di farle oggi, facciamole oggi. Non fare mai più: di non pensare agli altri. L’epidemia ci ha insegnato quanto siamo legati, quanto le scelte di uno possano influenzare la vita degli altri. In altri termini proviamo a vivere più responsabilmente per noi, per gli altri, per l’ambiente che ci ospita.

Raffaele Quattrone è un sociologo e curatore di arte contemporanea che vive tra Bologna e Roma. Collabora con il Wall Street International magazine e la Real Academia de Espana en Roma. Tra i suoi libri IN ITINERE. Arte contemporanea in trasformazione (2014, Equipèco Edizioni) con un’introduzione di M. Pistoletto e una conversazione con l’artista cinese Wang Qingsong e NewFaustianWorld (2018, 24 ORE Cultura). Nell’ultimo periodo ha collaborato al libro di Xose Prieto Souso, El ùltimo Espaliù, pubblicato a marzo 2020 da AECID Publicationes, Madrid. Il documentario NewFaustianWorld (diretto da Piero Passaro e tratto dal suo ultimo libro) nel mese di maggio è stato premiato come miglior documentario straniero al RAGFF New York City. www.raffaelequattrone.com

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