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Giovanni Gaggia da Pergola (PU)

Abbiamo a che fare con un tempo e uno spazio nuovi. Cosa stai scoprendo o riscoprendo di te?
Dare tempo al tempo è necessario per tentare di raggiungere il centro degli elementi che contano. Il tempo è il medesimo di sempre, la rotazione sempre la solita, la staticità è ciò che ci costringe al pensiero. Abbiamo dovuto trovare di fronte a noi una superficie da abbattere apparentemente indistruttibile, la più dura e nel contempo la meno tangibile. I due aggettivi descrivono perfettamente ciò che mi interessa realmente e che mi piacerebbe fosse una necessità allargata: tentare di comprendere il senso della vita. Essa ha un suo inizio ed una sua fine, entrambi fatti chiari, ovvi, che, come il tempo, sono sempre identici. Ci sono frasi che tutti sentiamo e che ci appaiono retoriche e banali: mia nonna pregava e canticchiava, spesso canticchiava pregando e mi ripeteva sempre «siamo nati», senza la necessità di aggiungere nulla; passavamo il tempo disegnando, la natura, le galline, i pulcini e cucinando. Da mia nonna potevo friggere e se l’olio schizzava non importava. Mia mamma, il valore della famiglia, quando si discuteva (ora accade meno) mi ricordava che loro ci sarebbero stati sempre. Ecco, oggi in questo tempo così dilatato ciò che risento, ciò che risuona dentro, sono spesso queste parole. Gli spazi non sono nuovi, non ho mai cercato qualcosa di giovane, di appena nato di diverso da prima, mi sono sempre rivolto a ciò che c’è sempre stato: la casa di famiglia, la terra; sì, forse vissuta diversamente, ma non di certo nuovo.
In questo preciso istante sono in giardino: abbiamo modificato lo spazio e oggi l’ufficio è qui. Abbiamo montato una grossa amaca che è in realtà un dissuasore di rapaci, per evitare che si prendano i nostri pollastri, ma ora è la mia poltrona. Le casse dell’acqua colorate, di plastica gialla, sono le mie basi d’appoggio con su un taccuino e una grossa tazza di latta con il mio nome che contiene un lunghissimo caffè non più bollente. Anche gli oggetti, come il tempo e i punti cardine della vita, sono sempre gli stessi. Il tempo ci ha permesso di guardarli da una prospettiva diversa e, duchampianamente, sono mutati in altro. Come lo spazio stesso, il mio studio ora è più grande, non ha limiti, come il tempo si è dilatato: ciò mi aiuta a vivere più consapevolmente. Mi appare come una nuova ricerca d’equilibrio tra natura e nuove tecnologie. Domenica, oggi è mercoledì quindi quattro giorni fa, una poiana ha tentato di cibarsi di un nostro pollo: Mattia che vive con me ha sventato l’attacco. Ora su Ozark, nell’episodio tre della stagione uno, dal titolo “Insonnia”, un avvoltoio alle prime luci del mattino sta divorando una carcassa. Le vite si incastrano e si mescolano con il romanzo; una nuova narrazione mi appare.

Musei e gallerie hanno reagito al momento con la digitalizzazione e la virtualità. Quali sono le tue “strategie” per instaurare nuove relazioni?
Zoom: prendiamo un aperitivo su Zoom, facciamo lezione su Zoom, facciamo sesso su Zoom. Nessuna strategia, non credo si possano instaurare nuove relazioni partendo ora dal digitale. Non siamo pronti, non lo siamo tecnologicamente, il nostro Paese naviga ancora troppo lentamente, e soprattutto non lo siamo culturalmente. Questo è per me il tempo di pensare, ripensarsi, prender coscienza dell’oggi, fare tesoro del passato ma pensando al futuro. Penso alla formazione, al caos delle lezioni online. Personalmente ho consolidato le vecchie abitudini, analizzandole, così facendo ho ritrovato persone che hanno fatto parte della mia vita e che sapevo ci sarebbero sempre state, lo stesso nel lavoro. Non mi interessa più restare nel vortice della novità, questo è un tempo che ci permette di scendere dalla giostra della velocità. Tornando all’incipit della risposta: le uniche nuove relazioni possibili potrebbero essere legate ad una virtualità sessuale. La trovo interessante, decisamente al passo con i tempi e forse necessaria fisicamente e psicologicamente; quelle sono relazioni che non devono restare, devono bruciarsi con il loro stesso atto.

Ad oggi quali sono state per te le conseguenze immediate della diffusione del Covid-19 sul tuo lavoro e quali pensi possano essere le conseguenze a lungo termine?
Il 2020 è cominciato da poco. Una programmazione appena partita che ipotizzo intensa, almeno per quel che c’è appuntato finora sulla mia agenda. È ancora di carta. Scrivo sempre a matita, tranne pochi giorni prima di ciò che sta per accadere; tutto cambia. A febbraio ho iniziato un nuovo ciclo di ceramiche legate a questo luogo: Casa Sponge. La casa di famiglia dove vivo e che da 12 anni ho aperto agli altri. Racconto di una storia d’amore che si concreta con una meravigliosa pianta di limoni. Nella realizzazione tengo il pensiero fisso a Joseph Beuys e alla sua terra dei limoni. Il ciclo sta nascendo e lo percepisco come una piccola creatura sul palmo della mano: la osservo con un poco di distanza e mi prendo cura di essa con grande delicatezza. Poi il virus si diffonde, le opinioni sono contrastanti. Per i più: almeno quelli appartenenti al mondo dell’intellighenzia è allarmismo ed iniziano i proclami. Dubbioso, ascolto. Poi tutto si congela. La crescita della creatura apparentemente si ferma e con essa tutto ciò che avrei dovuto realizzare di lì a sei mesi almeno. La sensazione inizialmente è straniante, ritorno alla giostra di prima. Il calcio in culo gira, ruota: il tuo compagno, dietro te, sta per darti la spinta per tentare di farti prendere il pennacchio e tutto si ferma, senza preavviso; attendi immobile sul seggiolino che qualcosa accada, ma non puoi fare altro che scendere. Così è stato, la mia sensazione però non è stata quella di voler risalire. Tutto lentamente si è ridisegnato anche con una forza maggiore.
Ho dialogato per quindici giorni, insieme a Mattia (geologo con cui vivo), con l’artista Chris Rocchegiani: una sorta di botta e risposta per immagini, poesie e disegni. Ne è nata una narrazione che racconta questo tempo. La prima immagine è un germoglio di rosa, l’ultima il suo fiore sbocciato; giallo come un limone. Tutto ciò in previsione che Chris possa venire qui. Ci siamo denudati di giorno in giorno per metafore, cercando la nostra essenza. Il componimento non è didascalico: si racconta la natura, ci sono letture, “Erri De Luca – Il peso della farfalla”, passeggiate geologiche, si prega e si ascolta il richiamo del cervo in amore. È forse il momento di fare un passo indietro e di ripartire da ciò che è sempre stato lì. È necessario cercare una connessione forte con la natura, motivo per cui ritorniamo sempre a Joseph Beuys. Se da una parte proseguo la mia analisi sul tempo e la terra dall’altro, il mio pensiero va spesso ad un abitare che è mutato. Questo cambiamento sociale collettivo ha modificato ed ampliato un progetto di impronta didattico-sociale che avrebbe dovuto prendere il via in questo periodo, con un percorso di conoscenza all’interno del progetto di Alternanza Scuola-Lavoro con la classe 3 B LAM del Liceo artistico Rosa Luxemburg. Il progetto, con la curatela di Tommaso Evangelista, è stato rimodulato in funzione dei recenti accadimenti e delle restrizioni in corso mantenendo il suo obiettivo: una performance con successiva mostra finale al MUSMA, il museo della scultura contemporanea di Matera. A tutt’oggi stiamo costruendo un diario collettivo, partendo proprio dall’utilizzo delle nuove tecnologie group chat che abbiamo immaginato essere come dei condomini e che stiamo analizzando come una nuova forma di sopravvivenza e ampliamento dello spazio del quotidiano. Immediatamente, come in altri progetti, è cambiato il processo di costruzione del lavoro. Si andrà a modificare l’output in funzione di questo tempo. La formalizzazione in questo momento è per sua natura incerta.
Ciò che accade nel mio tempo quotidiano, oggi, in relazione all’opera, è questo: una passeggiata mattutina, dove al massimo sono le 7, pulisco il pollaio, tutti i giorni. Compio dunque una azione fisica concreta e penso: il lavoro, l’opera, il futuro. Prendo almeno un uovo, complimento le moroseta per essersi guadagnate l’ospitalità e proseguo il mio viaggio. Nelle prime giornate ho raccolto fiori di carciofo. Li trovo meravigliosi, dentro di loro c’è un mondo si segni, di linee e di sfumature. Ne ho raccolti 9. Nella mia vita accade sempre tutto attorno a questo numero: non ho scelto di prenderne 9, li ho raccolti tutti, non ce n’erano più. Dopo la passeggiata, quando non scrivo, li guardo attentamente e li disegno lentamente, segno su segno, e prendo tempo. È il mio disegno, dal vero dell’oggi.

Giovanni Gaggia nasce nel 1977 a Pergola (PU) dove ad oggi vive e lavora. Nel 2008 fonda Casa Sponge di cui è tuttora direttore artistico. Nel 2016 viene pubblicato da Maretti Editore il suo libro catalogo Inventarium, a cura di Serena Ribaudo / poesie Davide Quadrio, una meditazione sul senso di memoria. Il volume è stato presentato in numerosi e prestigiosi spazi tra i quali: Il MAMBO – museo d’arte moderna di Bologna, Museo Civico Palazzo della Penna di Perugia, Casa Cavazzini | Museo D’Arte Moderna de Contemporanea di Udine, La mole Vanvitelliana di Ancona e in Istituti di Alta formazione artistica ed Università italiane. Ha partecipato a numerosi progetti di residenza e conferenze su tematiche sociali e politiche. Le sue performance sono state presentate in teatri, gallerie, festival e spazi museali. Nel 2019 il video racconto che narra due residenze artistiche realizzate nel fortore Beneventano tra cui quella di Gaggia è stato presentato al Museo Madre di Napoli. Nello stesso anno apre con una sua performance il Padiglione dedicato a Beverly Pepper, evento collaterale della cinquantottesima Biennale d’arte di Venezia, a cura di Massimo Mattioli. www.giovannigaggia.it 

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