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Cesare Orler da Venezia

Abbiamo a che fare con un tempo e uno spazio nuovi. Cosa stai scoprendo o riscoprendo di te?
Lo spazio in cui stiamo vivendo non è di certo uno spazio nuovo. È la nostra casa. Un luogo che mai come ora ci sembra così intimo in quanto inviolabile persino dai parenti che vivono distanti e non possono più venire a trovarci per un pranzo in compagnia, lo stesso per gli amici che non si possono invitare per bere un bicchiere di vino. Personalmente, questa reclusione forzata mi porta a cercare nell’ovvio e nel quotidiano nuove forme di dialogo da intraprendere con leggeri sussurri. Mi riscopro a riordinare cartelle di fotografie di mostre al pc, a risistemare i volumi della libreria, a cercare un ordine e un criterio che spero resista anche quando tutto ripartirà.
I momenti di silenzio sono frequenti e interminabili, spezzati da qualche video chiamata con collaboratori e amici, ma quando intorno c’è quell’asfissiante vuoto pneumatico trovo utile ritornare sui miei passi. È un periodo in cui non faccio nulla di nuovo, ma ritorno sul vecchio e lo rendo nuovo nel momento in cui riesco a riattivarlo nel presente. Ad esempio, i reportage all’ultima Biennale, vista di fretta per non perdermi nulla, adesso parlano una lingua diversa. Mi impongono uno sguardo più attento e sorgono considerazioni che prima restavano indistinte e trasparenti nell’inarrestabile flusso del tran tran giornaliero. Credo sia un periodo in cui il tempo ci sta facendo la gentilezza di rallentare le corse folli da un luogo all’altro per inseguire i troppi impegni. Credo sia il momento di tornare sul già fatto, già visto, già sentito e riscoprirlo, perché forse eravamo troppo distratti per capire.

Cosa ti manca? La tua personale esperienza dell’assenza e della mancanza.
Mi mancano le mostre, le fiere e le visite in galleria. Mi manca poter filmare tutto e riproporlo in televisione portandolo nelle case dei telespettatori. Mi mancano ancora di più gli studio visit e andare a cena con gli artisti. Mi mancano i ritrovi con gli amici e con i collaboratori di ARTEiN world. Ma forse ciò che più si fa sentire è la mancanza della mia Venezia. La città in cui studio, in cui monitoro la situazione espositiva da 2 anni, in cui mi sono laureato con l’acqua alta fino alle ginocchia. La città che nell’ultimo anno ha sofferto di più ma che soltanto ora sta riuscendo a purificarsi dalle orde di turisti che vogliono solo portarsi a casa un pezzo di storia senza voler condividere nulla.

Quando tutto questo finirà: una cosa da fare e una da non fare mai più.
La prima cosa che farò sarà andare dai miei nonni che non vedo da oltre due mesi. Poi, uscito dalla loro casa prenderò un treno per Venezia e andrò per locali con l’intento di bermi un Canal Grande di Spritz al Campari.
Una cosa che non rifarò mai più è perdere l’occasione di vivere davvero un’esperienza unica mentre visito i musei a causa della necessità di documentare tutto. Per il programma che conduco sono obbligato a scattare centinaia di foto per ogni mostra e spesso molte di queste opere non ho il tempo di sentirle veramente. Meno foto, meno cellulare e più realtà.

Musei e gallerie hanno reagito al momento con la digitalizzazione e la virtualità. Quali sono le tue “strategie” per instaurare nuove relazioni?
Ho intensificato ulteriormente la mia attività sui social e ho dilatato i tempi di diretta televisiva in modo da poter tenere più compagnia a chi mi segue. Non potendo più visitare mostre e fiere ho dovuto ripensare il mio programma e modificare i temi trattati. Ho avviato un ciclo di approfondimenti monografici su artisti noti al grande pubblico (Pollock, Magritte, Hopper etc.) a cui alterno approfondimenti su artisti contemporanei e offro spunti di riflessione a partire da fatti dell’ultima ora come la copertina di Vanity Fair a cura di Vezzoli, l’ultima opera di Banksy o la scomparsa di Germano Celant, per fare qualche esempio.
Sicuramente questa situazione ha reso necessario intraprendere un dialogo virtuale che è stato sottovalutato da troppi attori del mondo dell’arte contemporanea. La maggior parte dei musei si sono limitati a fare il compitino e hanno semplicemente pubblicato online le foto delle loro collezioni (a volte nemmeno complete). Altri si sono sforzati di più ma con risultati ugualmente imbarazzanti. Ho constatato troppa improvvisazione. È possibile che alle 18 spaccate tutte le istituzioni che si fanno vive sui social debbano avviare una direct? Coordinarsi per creare delle fasce orarie ed evitare sovrapposizioni a quanto pare richiedeva competenze non previste. Per fortuna c’è sempre qualche mosca bianca e oltre al Madre di Napoli, che con tutto ciò che sia virtuale ha una marcia in più rispetto al resto d’Italia, i Musei Vaticani hanno dimostrato una qualità di contributi che credo nessuno si sarebbe aspettato. È sufficiente il tour virtuale nelle stanze di Raffaello per rendersi conto di cosa significhi veramente fornire un’esperienza interattiva.
Mi auguro di cuore che questa situazione faccia comprendere alle istituzioni l’urgenza di aggiornarsi e investire sui contenuti online.

Cesare Orler (Abano Terme, 1997) laureato in storia dell’arte all’università Ca’ Foscari di Venezia con indirizzo arte contemporanea. Scrive sulla rivista d’arte ARTEiN world. Gestisce un programma dedicato all’arte contemporanea tutti i venerdì alle 17:00 sul Canale OrlerTV. È segnalatore critico per il Catalogo dell’Arte Moderna Editoriale Giorgio Mondadori.

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