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VENEZIA | Arterminal – Terminal S. Basilio | 9 maggio – 22 novembre 2015

Intervista a GIORGIO DE MITRI di Chiara Canali

L’arte di strada è oggi forse una moda, un trend, ma al tempo stesso sta raccogliendo sempre più consensi pubblici e interessi privati, per il suo essere un’“arte democratica”, dalla piena libertà espressiva. A livello internazionale l’Urban Art sta conquistando i musei e gallerie e sta diventando un fenomeno sempre più importante per il mercato dell’arte, tanto che alcune case d’asta come Artcurial e Bonhams hanno dedicato intere sessioni alla Street Art. In linea con questa tendenza, ma con un intento sicuramente più storico e storiografico, una mostra collaterale alla Biennale di Venezia, indaga la cultura dei graffiti e riunisce dieci artisti  (Boris Tellegen, Doze Green, Eron, Futura, Mode2, SKKI ©, Jayone, Todd James, Teach, Zero-T) all’interno dell’Arteterminal, area espositiva di 3500 mq recentemente riqualificata. Assieme alla mostra, ampio spazio è dedicato all’area BookShelves con una esposizione di libri e fanzine sulla storia dei graffiti.

The Bridges of Graffiti, Arterminal - Terminal, Venezia (Eron) Photo credits Andrea Bastoni

Quando hai presentato il progetto di mostra di The Bridges of Graffiti in Laguna hai citato il concetto di storia dell’artista Braco Dimitrijevic, che deriva dalla coesistenza di valori differenti, dal confronto delle verità possibili e dal dialogo con la vita di tutti i giorni. Tra l’altro sempre Dimitrijevic afferma “Louvre is my studio, Street my museum”. Il tentativo è insomma quello di una storicizzazione e contestualizzazione della cultura del graffiti writing, ma sulla base di quali criteri storici e critici?
I criteri identificati per la ricognizione che ha preceduto la mostra sono da ricercarsi nello stato confusionale nel quale versa la critica contemporanea. Negli ultimi dieci anni ci si è accaniti nel cercare di definire gli artisti in base alla superficie con la quale si confrontavano. Da qui la confusione tra graffitismo, street art e muralismo. Se si va a ricercare nella storia del graffitismo, i primi cenni che si rintracciano sono quelli immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale. Due decenni dopo, in mezzo a un proliferare di scritte sui muri, cominciano ad affiorare firme d’arte che vanno ben al di là della semplice scritta. È Norman Mailer in un articolo apparso su Esquire nel 1974 a paragonare gli artisti che dipingevano sui muri e sulle carrozze della metropolitana di New York ad artisti quali Giotto, Masaccio, Piero della Francesca, Botticelli, Michelangelo, Leonardo e Raffaello. Contemporaneamente in Italia esce un libro, Graffiti a New York, di un giovane ricercatore, Andrea Nelli, che racconta delle stesse impressioni che Mailer, auto-definendosi Aesthetic Investigator, aveva descritto grazie alle immagini di Jon Naar. Durante il decennio successivo, dal ’74 all’84, questa forma d’arte nata oltreoceano varca i confini europei per iniziare a contaminare il lavoro di tanti artisti in vari paesi: Olanda, Inghilterra, Francia e Italia. È dell’84 una delle mostre più significative, Arte di Frontiera, qui a Bologna. Da allora sono passati trent’anni e in questi trent’anni abbiamo assistito a una crescita esponenziale di artisti che hanno fatto della strada il proprio laboratorio e che grazie al loro immenso talento hanno saputo suscitare l’interesse di collezionisti, gallerie e musei. Semplicemente, credo occorresse ancora una volta fare chiarezza sulle radici del lavoro di questi artisti.

The Bridges of Graffiti, Arterminal - Terminal, Venezia (Zero-T) Photo credits Andrea Bastoni

Su quali parametri si è basata la selezione degli artisti e con quali modalità operative sono intervenuti nello spazio dell’Arterminal a Venezia?
Per The Bridges of Graffiti abbiamo scelto di lavorare con artisti che avessero un comune denominatore: l’esperienza maturata sul campo, che fossero muri o treni. In più abbiamo effettuato una selezione ulteriore: non ci siamo accontentati di selezionare artisti che sapessero “scrivere” – da qui il termine writing, che molti vorrebbero sostituire alla definizione di graffiti – ma che nel loro percorso avessero maturato uno stile figurativo. L’idea era quella di cercare di far capire che all’approccio illustrativo che adesso va per la maggiore nei festival di urban art e street art si voleva contrapporre una forma d’arte nata sì dalla strada, sì artigianale, ma che poco ha a che vedere con i canoni illustrativi della street art e del muralismo. Esiste un meccanismo simile a quello della bottega artigianale che vede tutti questi artisti apprendere tecniche estremamente particolari, dove la bomboletta spray la fa da regina, ma anche mezzi quali il pennello e il rullo vengono utilizzati in maniera efficace.

Parlando di etichette, avete citato termini quali il writing e il “graffitismo”, che in Italia è incorso in un processo di fraintendimento in quanto, a differenza di quanto accade oltre Oceano, allude a fenomeni incontrollati di deturpazione. Non avete invece parlato del movimento della Street Art, che è oggi la naturale e più attuale evoluzione del fenomeno. Non ritieni che alcuni dei lavori e delle produzioni più recenti di questi artisti possono essere a rigore circoscritte e individuate come “Street Art” e non più come “Graffiti” in quanto non si realizzano più con l’intento di imporre un nome o un linguaggio sui muri, bensì vogliono contestualizzarsi site-specific nello spazio e comunicare attraverso mezzi e strumenti più eterogenei?
Ripeto, se parliamo di graffitismo parliamo in generale di un fenomeno che è illegale. Il writer opera in una situazione di pericolo, dove ciò che sta tentando di esprimere non cambia rispetto a quanto potrebbe fare su un muro che gli è stato dato da un’autorità, mentre cambia la modalità di esecuzione del lavoro. Su un muro o su una serranda o in una stazione, il writer scrive, disegna o dipinge pena i lavori sociali o una grossa multa. Lo fa perché sente un’urgenza, l’urgenza di esprimersi, di riaffermare la propria identità all’interno di un sistema che è in grado di coglierne e leggerne il codice. Quando si parla di street art o di muralismo si parla di una forma d’arte diversa; magari gli autori possono essere simili, anche gli stessi – un caso eclatante è quello di Os Gêmeos che di notte costellano San Paolo di messaggi politici e sociali e di giorno affrescano le pareti di musei o case di ricchi collezionisti. Stessa cosa vale per Teach, forse l’esempio più chiaro di illegalità, che qui a Venezia ha fatto un lavoro site specific meraviglioso ma che di notte deve scappare dalla polizia. Nessuno di loro ha particolari problemi nel sentirsi definire writer, street artisti o quant’altro; sinceramente trovo il tentativo di definire il loro lavoro abbastanza superato. Da qui la provocazione di barrare la parola Graffiti nel titolo della mostra.

The Bridges of Graffiti, Arterminal - Terminal, Venezia (Futura) Photo credits Andrea Bastoni

La mostra è un tentativo di inquadrare storicamente un fenomeno artistico libero, spontaneo e con difficoltà imbrigliato in mostre e progetti istituzionali proprio per la sua natura indipendente a autonoma. Tuttavia qui sono raccolte opere artistiche (tele, sculture, installazioni) catalogabili all’interno di un sistema dell’arte e del mercato di tipo tradizionale. Qui si rischia di incorrere nei soliti dibattiti tra arte di strada e arte ufficiale. Non si tratta di una contraddizione nei termini?
Assolutamente no. Un artista per me è un artista, che abbia studiato all’accademia o che abbia rischiato la vita nel Bronx, ciò non cambia il valore del suo lavoro. Un’opera d’arte è un’opera d’arte. Poi possiamo disquisire finché vogliamo sui concetti di contemporary art, street art, graffitismo, writing… quando mi trovo di fronte a un’opera o a una serie di opere come quelle esposte all’Arterminal io mi emoziono. E dietro al lavoro di ogni singolo artista riconosco un percorso che nulla toglie all’emozione stessa.

The Bridges of Graffiti
Evento Collaterale 56. Esposizione Internazionale d’Arte. la Biennale di Venezia
progetto a cura di Fondazione de Mitri e Mode2 con la consulenza di Andrea Caputo e DeeMo
prodotto da Carlo Pagliani e Claudia Mahler e Sartoria Comunicazione organizzato da Associazione Inossidabile con il patrocinio di Autorità Portuale di Venezia allestimento prodotto da Venezia Terminal Passeggeri

Artisti: Boris Tellegen, Doze Green, Eron, Futura, Mode2, SKKI ©, Jayone, Todd James, Teach, Zero-T

9 maggio – 22 novembre 2015

Arterminal – Terminal S. Basilio
Fondamenta Zattere Ponte di Legno, Venezia

Orari: da lunedì a domenica 10.10-20.20 Ingresso intero €10.00; ridotto studenti, under 26, possessori del biglietto della 56. Esposizione Internazionale d’Arte. la Biennale di Venezia €8.00; gratuito fino a 10 anni

Info: www.thebridgesofgraffiti.com

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