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MILANO | Palazzo Reale | 4 luglio – 24 settembre 2017

di ELEONORA ROARO

Palazzo Reale dedica all’artista concettuale Vincenzo Agnetti (1926-1981) un’antologica dal titolo Agnetti. A cent’anni da adesso, curata da Marco Meneguzzo in collaborazione con l’Archivio Vincenzo Agnetti. Dai lavori in mostra emerge la capacità dell’artista di interpretare il presente e predire il futuro con i suoi problemi, in questo caso legati alla società dell’informazione e alla manipolazione del linguaggio. Sono quantitativamente e qualitativamente importanti: sono circa un centinaio e riguardano la produzione dal 1967 sino alla sua morte, con lavori più o meno noti, come l’Amleto Politico nel primo caso e Riserva di Caccia nel secondo

Vincenzo Agnetti, Progetto per un Amleto politico, 1973 (Mart). Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti. Foto di Salvatore Licitra

Vincenzo Agnetti, Progetto per un Amleto politico, 1973 (Mart). Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti. Foto di Salvatore Licitra

L’opera di Agnetti in un certo senso, come scrive Tommaso Trini, basta a se stessa poiché parla da sola, con la sua bella lingua folgorante1. L’arista fa della produzione critica la base della sua opera: Da un presupposto teorico costruisco un discorso di due o più cartelle scritte. Poi per mezzo di una decantazione logica sintetizzo in assioma tutto il lavoro2Tuttavia la grandezza di un artista e delle sue opere non è sufficiente a rendere altrettanto memorabile una mostra che risulta confusa a chi non abbia già una conoscenza approfondita di Agnetti e di tutta la sua produzione, non solo dei lavori più noti. Vista la complessità delle opere, l’allestimento dovrebbe aiutarne la comprensione, invece si vaga storditi per le sale della mostra senza capire la direzione del percorso espositivo. La scelta, per esempio, di non costruire un percorso cronologico ma tipologico, ovvero di affiancare lavori tra loro simili per tematica o tecnica (c’è per esempio una stanza con le bachelite nere degli Assiomi, un’altra con i feltri di ritratti come Quando mi vidi io non c’ero, un’altra per la Macchina drogata…) è sicuramente sensata, ma forse necessitava di ulteriori spiegazioni per lo spettatore. In questo modo si perde anche la relazione tra la biografia dell’artista (quindi i suoi rapporti personali e i suoi viaggi) e la sua produzione.

Vincenzo Agnetti, Surplace, 1979. Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

Vincenzo Agnetti, Surplace, 1979. Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

Se l’intento è anche quello di dare una nuova lettura della produzione dell’artista, non è sufficiente mostrare lavori meno conosciuti, come la serie fotografica Architettura tradotta per tutti i popoli, ma sarebbe necessario inquadrare criticamente l’intera produzione o dare maggior spazio al processo creativo dell’artista, interessantissimo per la relazione tra la parola scritta e l’opera. Il catalogo della mostra, edito da Silvana Editoriale, offre alcuni testi con chiavi interpretative interessanti: Paola Nicolin scrive sull’uso del teatro e della performance come pratica discorsiva volta ad interrogare le condizioni sociali e i processi dinamici della conoscenza3;

Vincenzo Agnetti, Surplace, 1979. Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

Vincenzo Agnetti, Surplace, 1979. Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

Giorgio Verzotti invece dà una lettura profondamente politica dell’opera di Agnetti, focalizzandosi sul rapporto tra potere e cultura e criticando la comunicazione di massa; Karen Pinkus tenta di Smontare la macchina drogata con un excursus sul ruolo dell’Olivetti e sull’importanza della cibernetica e dell’interattività nell’arte degli anni ’60. Sono riflessioni che sarebbero ancora più importanti se uscissero dalle pagine del catalogo e diventassero parte integrante dell’allestimento, invitando lo spettatore a farsi domande costruttive e non di mero disorientamento.

Viene meno anche l’importanza che per Agnetti aveva la relazione con lo spettatore: con la sua critica al linguaggio e all’automazione industriale, la stessa Macchina drogata, la calcolatrice Olivetti divisumma i cui numeri erano stati sostituiti da lettere, nella mostra del 1969 a Milano presso la Galleria Cenobio-Visualità necessitava dell’intervento del pubblico che andava a produrre un piccolo documento. Invece la lettura che si dà dell’artista raramente esce da una chiave formalista che analizza il testo in quanto tale e trova tutti i significati al suo interno, eliminando qualunque altra interpretazione o considerandola secondaria. Il rischio, così, è quello che diventi un puro gioco intellettuale, tanto maggiore quando si ha a che fare con l’uso della parola. Invece la parola, come afferma il curatore Marco Meneguzzo, viene usata da Agnetti come uno strumento per cambiare e sovvertire le categorie di giudizio e le scale di valori vigenti. È una critica alla comunicazione e un invito a coltivare il “possibile” poetico4. Contrariamente alla velocità e alla distrazione dei mass-media, le sue opere richiedono tempo ed attenzione per essere comprese, con tautologie, paradossi e frasi criptiche e in una complessa relazione tra testo e immagine

Vincenzo Agnetti, Assioma, Il potere usa la TAUTOLOGIA come parametro convincente e la CONTRADDIZIONE come parametro stimolante, 1971 (70 x 70cm). Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

Vincenzo Agnetti, Assioma, Il potere usa la TAUTOLOGIA come parametro convincente e la CONTRADDIZIONE come parametro stimolante, 1971 (70 x 70cm). Courtesy Archivio Vincenzo Agnetti

Forse uno dei pensieri critici che non dice nulla, ma suggerisce ciò che Agnetti ha fatto nel corso della sua carriera cercando di azzerare e far collassare i linguaggi delle discipline con cui si è rapportato è il seguente:

Agnetti ha disegnato e dipinto molto. Ha anche scritto. Chi non vede la sua pittura laddove non è visibile, ha una visuale limitata dell’arte. Chi vede solo poesia nella teoria che ha scritto, vuol dire che non l’ha letta. Chi pensa che vi sia solo teoria e poesia nella pittura che ha fatto, si sbaglia. Ora che l’opera di Agnetti parla da sola con la sua bella lingua folgorante folgorata, e le sue immagini stanno discutendo la nuova teoria dell’antica arte di dipingere, e i suoi scritti continuano a disegnare i nuovi oggetti dell’antica arte di tramandare, è un buon momento per parlarne con calma5.

1_Tommaso Trini, Mezzo secolo di arte intera: scritti 1964-2014, a cura di Luca Cerizza (Milano: Johan & Levi, 2016), 120
2 _Germana Agnetti e Guido Barbato, “Uno sguardo dall’archivio Vincenzo Agnetti: Il perché di una mostra”, in Agnetti: A cent’anni da adesso, a cura di Marco Meneguzzo (Milano: Silvana Editoriale, 2017), 14
3_Paola Nicolin, “La performance non si è mai svolta,comincia adesso. Note sulla pratica discorsiva di un artista concettuale: Vincenzo Agnetti e il teatro statico”, in Agnetti: A cent’anni da adesso, a cura di Marco Meneguzzo (Milano: Silvana Editoriale, 2017), 64
4_Marco Meneguzzo, “L’artista coglie solo frutti acerbi” in Agnetti: A cent’anni da adesso, a cura di Marco Meneguzzo (Milano: Silvana Editoriale, 2017), 32
5_Tommaso Trini, Mezzo secolo di arte intera: scritti 1964-2014, 120

Agnetti. A cent’anni da adesso
a cura di Marco Meneguzzo
in collaborazione con Archivio Vincenzo Agnetti
promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura, Palazzo Reale e Archivio Vincenzo Agnetti
catalogo Silvana Editoriale

4 luglio – 24 settembre 2017

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano

Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì, mercoledì, venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Ingresso gratuito

Info: www.palazzorealemilano.it
www.vincenzoagnetti.com

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