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57. BIENNALE ARTE 2017 | PADIGLIONE FRANCIA | 13 maggio – 26 novembre 2017

Intervista a XAVIER VEILHAN di Lucia Longhi*

Seguendo la linea tracciata da Christine Macel prevale in tutta la Biennale un forte carattere eclettico e partecipativo, che permette al pubblico di avvicinarsi in modo inedito agli artisti.
Anche il Padiglione Francia sposa questo approccio, offrendo al pubblico la possibilità di entrare nel vivo della creazione artistica. Xavier Veilhan trasforma il Padiglione in un atelier aperto: Studio Venezia. Un’installazione immersiva, simile a uno studio di registrazione e ispirata dall’opera di Kurt Schwitters, il Merzbau, che fu un ambiente visionario volto a superare i limiti tra discipline artistiche, in cui gli artisti si incontravano e lasciavano tracce delle loro creazioni. Studio Venezia è, infatti, uno spazio comune: accoglie musicisti provenienti da tutto il mondo che si alternano durante il periodo della Mostra, invitati a comporre musiche e “attivare questa scultura-studio di registrazione”…

A un primo approccio il progetto Studio Venezia sembra andare in un’altra direzione rispetto all’invito di Christine Macel di puntare l’attenzione sulla figura dell’artista.
L’artista sei tu, ma lasci il padiglione in mano a centinaia di altri musicisti e professionisti della musica…
È come se io avessi una grande casa e invitassi le persone a passare del tempo insieme in questo luogo. Il mio ruolo è principalmente quello di ospitare i musicisti, guidarli nello studio, proporgli degli strumenti, delle cose da suonare… Non so esattamente cosa farò, e questo è parte del progetto, è molto importante infatti lasciarlo aperto. Vorrei mettere gli invitati in una situazione diversa rispetto a quelle usuali di “contratto”, in cui un musicista è obbligato a suonare una determinata musica, in un determinato tempo, in un determinato luogo.

Xavier Veilhan. Foto: © Giacomo Cosua

Xavier Veilhan. Foto: © Giacomo Cosua

Quindi vuoi sottolineare l’aspetto della spontaneità del processo creativo, della creazione musicale. Sarà un momento spontaneo e libero…
Si, certo. Una caratteristica comune tra i musicisti invitati è di essere molto aperti artisticamente. Non abbiamo cercato musicisti per forza famosi, bensì artisti che hanno un approccio curioso alla musica. Tutti fanno musiche diverse, eppure hanno un background, un’idea in comune, ossia che il suono è per loro una materia prima, materia base che si può usare e trasformare in diversi modi. La mia intenzione, inoltre, è di dare spazio alla musica suonata dal vivo, la musica acustica, senza amplificazione. Stiamo andando sempre più verso il digitale, la digitalizzazione dei suoni, l’amplificazione creata con l’elettricità… Io voglio andare indietro alle origini del suono, cioè agli strumenti acustici o suonati acusticamente. Chi suona lascerà spazio agli errori, all’improvvisazione, ai tentativi, ai moti emozionali. Voglio andare oltre la visione della produzione della musica di oggi, in cui si vuole creare qualcosa di perfetto, raggiungere una perfezione e duplicarla, riprodurla.

Il tuo percorso si è snodato tra lavori, come ad esempio quelli presenti nella mostra Music alla Galerie Perrotin del 2015, in cui sembra esserci un’intenzione di mappare la musica di oggi. In quel caso si trattava di ritratti in 3D di musicisti, oggi questo progetto, similmente a un’altra grande opera che tu stesso hai citato, il film Station to Station di Doug Aitken (2014), tenta di creare una sorta di ritratto collettivo delle espressioni artistiche contemporanee, con un focus sulla musica. Cosa ti aspetti dall’evoluzione di questo progetto?
Potrebbe essere un’istantanea della scena musicale del mondo, ma lo scopriremo più avanti, e ad ogni modo non è esattamente questo il mio scopo. La mia ambizione è creare una situazione, una piattaforma in evoluzione, qualcosa di cui io in realtà non sono totalmente consapevole. Potrà avere un valore molto simbolico in futuro, ma non lo posso ancora sapere. Quello che mi interessa è creare una situazione che duri nel tempo, che non si esaurisca al momento del vernissage. A volte capita di vedere, alla Biennale, dei padiglioni che trasmettono una sorta di malinconia, perché restano sono solo le tracce di una performance che è avvenuta durante le prime settimane di apertura. Io voglio dar vita ad un progetto in cui essere sempre presente e per tutta la durata della Biennale. Il TEMPO è la parola chiave di questo Padiglione, forse ancora più che MUSICA.

Xavier Veilhan, Studio Venezia (2017), installation view, French Pavilion, Biennale di Venezia. Foto: © Giacomo Cosua. © Veilhan / ADAGP, Paris, 2017

Xavier Veilhan, Studio Venezia (2017), installation view, French Pavilion, Biennale di Venezia. Foto: © Giacomo Cosua. © Veilhan / ADAGP, Paris, 2017

Quindi il tuo Padiglione sarà attivo fino all’ultimo giorno di Biennale?
Certo. Nell’ultima settimana ci saranno musicisti importanti come Sébastien Tellier. Sarà forse il momento più “alto” del Padiglione.

Il padiglione è ispirato al Merzbau di Kurt Schwitters. Un luogo architettonicamente e socialmente unico: era composto da resti di architetture giustapposte apparentemente a caso, in realtà ognuna di esse aveva un’origine e un senso, come ad esempio le “grotte”, create per accogliere amici e artisti, invitati a lasciare in esse tracce di sé. Come pensi che oggi un artista possa lasciare, con successo e con coscienza, traccia di sé? Cos’è importante davvero lasciare alla Storia come artista?
Questa è una grande domanda! Il mio obiettivo non è creare cultura, ma creare arte. L’arte oggi a volte sembra quasi uno statement politico. Ma in realtà è possibile fare qualcosa, una creazione che sia “a volume basso”, in sordina, che ha un impatto istantaneo piccolo, ma che poi cresce nella Storia. Ogni tanto alle mostre vedi un’opera, ci passi affianco, e solo dopo qualche tempo ti rendi conto che quel pezzo ha una grande importanza. Ecco, per esempio il Merzbau di Kurt Schwitters è una creazione che pochissime persone videro, la sua importanza e il suo impatto sono cresciuti nel tempo. La mia idea è di creare una situazione aperta, un momento in cui le persone hanno delle possibilità, svincolate da contratti. Come in una passeggiata, in cui non c’è un programma, sai che vedrai e sentirai degli eventi, dei suoni… Ma non sai esattamente cosa succederà. Sono interessato a creare una situazione dove l’elaborazione della musica rende la situazione fragile e incerta… Ma quando è incerta è ancora più bella.

Il Padiglione è stato curato da Christian Marclay, non estraneo alla contaminazione tra suono, video e arti visive. In cosa consiste il suo contributo per questo Padiglione e in che modo si è realizzato il vostro rapporto di collaborazione? Si può affermare che la sua impronta risieda nel carattere di “collage” di questo padiglione? Vale a dire, il mettere insieme tante voci, tanti pezzi appartenenti ad un mondo simile, quello della musica, come nei suoi video Telephones (1995) o The Clock (2010).
La sua presenza è molto importante. Mi ricordo quanto gli ho chiesto se volesse far parte di questo progetto e ha detto di sì: è stato un momento chiave. Ha due ruoli differenti, entrambi fondamentali. Uno è di essere come un “padrino”, una guida, perché come hai detto tu, ha esplorato alcuni degli aspetti della musica e dell’arte visuale in modo grandioso. Hai presente quando si vuole realizzare un progetto di qualità e c’è bisogno di una persona esperta e specializzata? Lui è questo. Il secondo ruolo è di programmare, fare la line up degli inviti. Abbiamo lavorato insieme scegliendo diversi tipi di musica, perché non volevo essere il solo a scegliere, realizzando un ritratto dei miei gusti musicali. Christian ed io abbiamo una cultura musicale abbastanza diversa, abbiamo combinato i nostri gusti, abbiamo discusso molto sulle scelte musicali, sulla struttura del Padiglione. Teneva molto al fatto che i musicisti fossero ospitati nel modo giusto. Ha insistito, inoltre, sulla qualità acustica dello studio.
Una cosa molto importante da notare è che abbiamo avuto anche il supporto di Nigel Godrich (il produttore dei Radiohead): ci ha fornito tutto l’equipaggiamento, il migliore equipaggiamento che si potesse immaginare, è stato un grande contributo.

Xavier Veilhan, Studio Venezia (2017), installation view, French Pavilion, Biennale di Venezia. Foto: © Giacomo Cosua. © Veilhan / ADAGP, Paris, 2017

Xavier Veilhan, Studio Venezia (2017), installation view, French Pavilion, Biennale di Venezia. Foto: © Giacomo Cosua. © Veilhan / ADAGP, Paris, 2017

Rappresenti un modo di fare arte che integra scultura, architettura, musica, luce e interazione tra pubblico e location. Il Padiglione Francia di due anni fa accoglieva un altro grande progetto, come questo ambizioso, e come questo focalizzato sul suono: gli alberi mobili (Rêvolutions) di Céleste Boursier Mougenot. Credi che ci sia un terreno artistico e sociale particolarmente consapevole, attento e aperto nei confronti delle sperimentazioni con il suono e la musica? C’è spazio nel sistema dell’arte contemporanea per una vera compenetrazione tra le discipline artistiche?
L’idea dell’artista isolato è un’idea romantica, lontana. Se guardi alla storia dell’arte c’è sempre stata una commistione tra le arti: combinare musica, poesia e arti visive ad esempio. Già nel Rinascimento c’era l’ideale della perfetta combinazione di tutte le arti… In questo senso, dunque, io rientro in una tradizione che è sempre esistita.
Faccio riferimento a molte discipline o altri artisti, come ad esempio il progetto Station to Station di Doug Aitken. Seguo il mio percorso personale attingendo da diversi campi.
Anche nel Padiglione Francia di due edizioni fa era inclusa la musica, nel progetto di Anri Sala Ravel-Unravel, ma era più una sorta di “epifania”.
Con questo progetto in fondo propongo di esplorare com’era il mondo della musica prima del recording. Quindi la commistione di diverse arti non è lo scopo, bensì una conseguenza della situazione artistica in cui siamo oggi.

*[da Espoarte #97 Speciale Biennale]

Padiglione Francia
Xavier Veilhan: Studio Venezia
Sede: Giardini
Commissario: Institut français in collaborazione con Ministère de la Culture et de la Communication
Curatori: Lionel Bovier e Christian Marclay
Info: www.institutfrancais.com

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