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Genova: Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce
Il 31 dicembre le dimissioni del Direttore Sandra Solimano diventano effettive: tra appelli lanciati on-line e ipotesi di concessione, quale futuro attende il museo?

Intervista a Sandra Solimano (di Luisa Castellini)

Già a metà novembre un appello lanciato on-line dalle galleriste di Pinksummer e da Anna Daneri aveva richiamato l’attenzione sulle sorti di Villa Croce domandando un concorso internazionale per la scelta del nuovo direttore al posto della nomina di un funzionario con carica a vita. A questa petizione – che ha già raccolto circa 650 adesioni tra artisti, critici, curatori, cittadini – ne è seguita un’altra firmata da Giorgio Teglio, Presidente dell’Associazione Amici dei Musei Liguri e di Palazzo Ducale, che domanda «una risposta chiara che escluda la chiusura o il ridimensionamento del museo e ne definisca un piano di sviluppo» alla Vincenzi, quel Sindaco che nel 2008 lanciava l’idea di un nuovo polo dedicato all’arte e alla tecnologia con sede agli Erzelli. Di questo non si è più sentito parlare mentre negli ultimi giorni ha fatto capolino una proposta della Multicon Holding guidata da Ivan Drogo. Il gruppo Liguria Infrastrutture – Consorzio Regionale Grandi Opere ha presentato un progetto di investimento di 7,5 milioni di euro, firmato dall’architetto Burlando, per la ristrutturazione e l’ampliamento degli spazi espositivi con bar, ristorante, art shop, auditorium da 300 posti, valorizzazione del parco e costruzione di un posteggio sotterraneo, il tutto nell’ambito di una concessione pluriennale. Questi gli elementi di un dibattito appena iniziato, cui giova prendere in primis atto dell’esperienza e della posizione del direttore uscente del museo.

Luisa Castellini: Com’è maturata la decisione di rassegnare le dimissioni dal suo museo?
Sandra Solimano: Nel giro di pochi mesi, con alcuni segnali che ho giudicato inquietanti, dal progetto di trasferire la biblioteca in quella di Storia dell’Arte a una certa sottovalutazione delle collezioni tanto da prendere in considerazione l’idea di concederle in comodato oneroso, senza dimenticare la continua emorragia di personale. Ma soprattutto di fronte a quella che mi è parsa indifferenza rispetto al problema della mia sostituzione: ho avuto la sensazione che anziché preoccuparsi di rafforzare la struttura, si pensasse di smembrarla. Mi è parso quindi che potesse essere utile accendere i riflettori sul museo con le mie dimissioni e farlo ora, quando ci sono ancora due mostre che coprono il programma sino all’aprile 2011.

Che cosa pensa degli appelli lanciati on-line?
L’appello Pinksummer/Daneri è partito prima che io mi dimettessi e riflette un’idea in più occasioni espressa da Antonella Berruti e Francesca Pennone sull’affidare la direzione a un critico free lance. Credo che se ci fossero le risorse per pagare un critico di fama e garantirgli un budget adeguato questa ipotesi potrebbe essere presa in considerazione. Spesso questo tipo di professionisti è in grado di movimentare intorno alla struttura l’interesse di quella porzione più o meno vasta del sistema dell’arte in cui si identifica (artisti, critici, gallerie, mercato, riviste) e quindi di immettere la struttura in un “giro” di livello. Ma non mi sembra che Genova si trovi in questa situazione e se pensiamo agli esempi di Prato e della Spezia (Daniel Soutif e Bruno Corà) dobbiamo essere consapevoli che l’ipotesi non è praticabile. Se invece si parla di un giovane critico grintoso, disposto ad accettare la sfida di un museo senza budget, ho molti dubbi che resista! L’insidia più grave in una città come Genova è l’indifferenza e anche l’ostilità di chi si sente escluso: è logorante lavorare senza risultati tangibili e riconoscimenti. Inoltre il critico, piccolo o grande, non ha le competenze per occuparsi degli aspetti istituzionali, dei problemi di gestione del personale, della manutenzione… e comunque queste cose non gli interessano. L’appello promosso dagli Amici dei Musei Liguri e dal presidente Giorgio Teglio è nato dopo le mie dimissioni e in conseguenza di esse e amplifica e rende pubblica una domanda che ciascun cittadino dovrebbe fare al Sindaco. Cosa si intende fare del museo d’arte contemporanea della città? Gli appelli dunque sono sorti separatamente e corrispondono a istanze diverse, anche se non necessariamente divergenti. In questo momento mi sembra più vitale sapere se ci sarà ancora il museo che decidere chi lo dirigerà.

Com’è mutato l’atteggiamento dell’Amministrazione rispetto al museo? E quali sono stati i suoi successi?
Dall’inaugurazione alla fine degli anni ’80 il museo è stato un po’ il fiore all’occhiello dell’Amministrazione che ha promosso mostre di successo, dagli Impressionisti del Museo di San Paolo del Brasile a Otto Dix. Nel ’92, con l’apertura di Palazzo Ducale, Villa Croce divenne marginale e gli stanziamenti furono ridotti. Anche la programmazione subì ridimensionamenti e nel 2001 si arrivò a parlare di chiusura. Per fortuna non fu così. In quello stesso anno riuscii a promuovere la nascita dell’Associazione Amici del Museo di Villa Croce, di cui facevano parte molti collezionisti genovesi, già coinvolti in una mostra cui sono molto affezionata, l’antologica di Claudio Costa del 2000. Con l’Associazione organizzai nel 2002 la mostra The Fluxus Constellation che favorì un clima di reciproca fiducia tra il museo e l’Amministrazione, anche in virtù della presenza di Luca Borzani come Assessore alla Cultura. Nel 2003 (anno in cui assunsi la direzione) ci furono diverse mostre di successo, tra cui quella dedicata alla Galleria del Deposito, In faccia al mondo, Il viaggio dell’Uomo Immobile.
Il museo fu ben supportato anche negli anni successivi: si aprì lo spazio BAG alla Loggia di piazza Banchi, gestito congiuntamente all’Accademia Ligustica di Belle Arti, si promossero mostre in altri spazi cittadini e iniziative rivolte ai giovani come i concerti di musica elettronica MuMu. Grazie a questo nel 2006 e nel 2007 i visitatori annuali superarono il numero di 50.000. Purtroppo la situazione è poi mutata per assenza di risorse ma anche di una progettualità sul contemporaneo.

Qual è stata quindi la linea che ha voluto sviluppare nella direzione del Museo?
Rispetto a chi mi ha preceduto mi è sembrato importante connotare Villa Croce a livello nazionale come spazio dedicato alla contemporaneità e all’intermedialità. Così anche le mostre storiche (Fluxus, Beuys, Duchamp, Kaprow) hanno fatto luce sulle radici di questo aspetto della contemporaneità.
Che cosa occorrerebbe a Villa Croce non solo per continuare a esistere ma affermarsi?
Essere considerata dall’Amministrazione un investimento prioritario per il futuro. Da questo corollario, crisi permettendo, discenderebbero come conseguenza spazi adeguati, risorse umane e finanziarie, un’efficace comunicazione.

Alla luce della sua esperienza crede che il contemporaneo sia destinato a restare a Genova circoscritto all’iniziativa per lo più privata?
In questo momento il Pubblico mi appare debole e non motivato, tanto che nelle interviste sui giornali la parola d’ordine è “sinergia”. Purché di sinergia si tratti e non di colonizzazione o di esproprio alla rovescia!

In alto, da sinistra:
Ritratto di Sandra Solimano
Veduta esterna del Museo di Arte Contemporanea di Villa Croce, Genova
In basso, da sinistra:
Rolando Mignani, “Hearth’swhearewe’re (studio su e.e cummings)”, 1987, tecnica mista
Rolando Mignani, “Sandglass vedere genealogico”, 1984, tecnica mista

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