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MILANO | Villa Clea

Intervista ad ALESSANDRA PELIZZARI CORBELLINI (Allina) di Ilaria Introzzi

Dialogo sincero, micro-mondi per e con quelli che i fondatori di Villa Clea definiscono “intellettualmente coraggiosi”. Un progetto innanzitutto umano e subito dopo connesso con l’arte. Uno spazio e una residenza artistica a Milano, a metà strada fra la zona residenziale di Porta Romana e l’aeroporto di Linate. Allina (Alessandra Pelizzari Corbellini), tra gli ideatori, presenta l’inedita avventura, citando Bachelard (filosofo della scienza e poeta francese), ma anche le istituzioni che, a pochi mesi dall’apertura di Villa Clea, hanno creduto nell’idea. Intuizioni alla quale hanno già risposto (e vissuto) artisti come Andrea Smith e Sulian Rios, attendendone presto di nuovi.

Villa Clea, Milano. Foto: Maxime Delvaux

Villa Clea è uno spazio e una residenza artistica che offre un’atmosfera immersiva agli “intellettualmente coraggiosi”. Un ritratto di queste persone?
Sono persone che hanno il coraggio di sfuggire dalle categorizzazioni e dagli schemi rigidi, che vivono liberi di esplorare i terreni ibridi dell’arte e della contemporaneità senza cercare legittimazione all’interno di gruppi e appartenenze. Per Bachelard, questo coraggio consiste nel preservare attivamente e vitalmente l’istante in cui l’arte nasce, nel rendere quell’istante la fonte inesauribile della nostra intuizione. Mi piacciono le persone che hanno il coraggio di osservare ciò che già conoscono con la mente del principiante, compresi sé stessi e il proprio lavoro. In un momento culturale che spinge alla velocità e all’urgenza di produttività, penso serva coraggio per fermarsi, incontrarsi, conoscersi, osservare ed ascoltare.

Anche voi siete stati intellettualmente coraggiosi quando avete deciso di fondare il progetto. Come e perché è nato?
Sognavamo uno spazio che si ponesse al di là del concetto di famiglia come comunità mononucleare e di casa come ambiente privato, aprendosi a sfumature fluide e ibride. Matteo Corbellini (co-fondatore) un giorno ha scovato una ex carrozzeria dismessa che con la sua immaginazione architettonica avrebbe potuto trasformarsi in un’oasi di pace. Ricostruendo interamente l’edificio, ha effettivamente creato un’architettura in grado di influenzare il contesto, e al contempo generare uno spazio fluido e inclusivo, che ogni giorno può funzionare in modo diverso dall’altro. Io l’ho arredato con elementi essenziali, in grado di assolvere funzioni domestiche ed espositive. Matteo oggi fa l’architetto e intanto si occupa della direzione creativa, visual e social di Villa Clea; io dipingo, scrivo e mi occupo del programma culturale.

Villa Clea, Milano. Foto: Maxime Delvaux

Quanto ci vuole, anche a livello burocratico, per costituire una realtà come Villa Clea?
Mentre Matteo finiva di costruire Villa Clea − processo che è durato, tra burocrazia e cantiere, circa tre anni − io ho vinto un bando della comunità europea con l’idea di aprire in alcuni momenti gli spazi agli artisti e alla città attraverso un format ibrido tra pubblico e privato. Questo primo step ci ha permesso di fare test con creativi, associazioni di quartiere, vicinato, e di predisporre tutti i presupposti dell’associazione culturale.  Durante questi mesi intensissimi che coincidevano con l’iniziare a vivere noi stessi gli spazi, abbiamo “costruito” l’identità e il progetto culturale di Villa Clea, iniziato a creare una comunità intorno al progetto che potesse riconoscersi in esso, trovato e dialogato con nuovi supporter. Ad ottobre 2023 abbiamo dato il via alle prime residenze e alle prime aperture al pubblico. Siamo supportati da una realtà locale di istituzioni tra cui il Comune di Milano e la Fondazione Cariplo, che ci aiutano a tenere insieme la nostra aspirazione di dare il giusto valore al lavoro di ciascun artista senza perdere l’atmosfera di ambiente familiare ed informale che penso sia in grado di invitare in modo più autentico la creazione di una comunità, coinvolgendola tramite un ambiente accogliente. Questo si riflette nel modo in cui io curo la scelta di ogni artista e delle opere e la loro proposta in format diretti e spesso tramite l’utilizzo del dialogo; nel modo in cui Matteo comunica il lavoro di ciascun artista, con un’attenzione estetica e grafica che ne valorizzi il significato e che ne inviti alla scoperta e all’incontro; e anche nel modo in cui quando apriamo la casa invitiamo la community in senso fisico e umano, offrendo un bicchiere di vino o un caffè e chiacchierando, come facciamo anche con i nostri vicini di casa.

Villa Clea, Milano. Foto: Maxime Delvaux

Quali sono gli elementi che vi distinguono dalle altre realtà simili alla vostra?
Villa Clea offre agli artisti un momento di non-produttività, l’occasione per osservare il proprio lavoro in un contesto diverso − a metà tra abitazione e spazio espositivo − e il pretesto per un incontro umano e di dialogo diretto. Gli artisti vivono un breve periodo a Villa Clea, ci conosciamo, realizziamo insieme la mostra nel setting domestico dell’abitazione, la comunichiamo e incontriamo insieme la comunità. I giorni in cui l’artista è in residenza sono accompagnati da una comunicazione curata ma informale, in modo da valorizzare il suo lavoro ma allo stesso tempo mantenere un format familiare di incontro a tu per tu. Alla partenza dell’artista custodiamo alcune opere per incontri privati con gallerie, collezionisti e istituzioni, e per i group show che affianchiamo al normale programma di residenze in alcuni momenti dell’anno.

Andrea Smith, Relic, Villa Clea, ottobre/novembre 2023. Foto: Matteo Corbellini

Anche per quanto riguarda l’interior design? I vostri spazi mi sembrano piuttosto curati, essenziali.
L’architettura di Matteo è essenziale e monomaterica, realizzata principalmente in argilla. Il risultato è molto sensoriale, avendo realizzato lui personalmente i pavimenti e i rivestimenti di calce attraverso diversi layer di spatolate manuali che rendono l’ambiente coerente e grezzo allo stesso tempo. Ho quindi scelto di arredare la casa con pochissimi materiali e altrettanto sensoriali: l’alluminio e il cotone grezzo. La collezione in alluminio riflette il colore della casa ed è composta da elementi archetipici essenziali che riescono ad accogliere e valorizzare sia la vita quotidiana che le opere d’arte. I mobili sono molto facili da spostare, in modo da mantenere una necessaria fluidità di programma che possa accogliere la domesticità, l’esposizione di opere e la realizzazione di eventi pubblici e privati. L’architettura e l’arredamento fanno parte di uno stile di vita che ci rappresenta − sensoriale e materico, essenziale e che aiuta l’osservazione − al quale invitiamo a fare esperienza sia gli artisti invitati che la comunità attorno a Villa Clea.

E le attività proposte?
L’obiettivo è offrire un ambiente familiare e informale per una comunità, l’occasione è quella della valorizzazione dell’arte contemporanea supportando artisti giovani ed emergenti. È davvero una casa, dove noi stessi viviamo, e perciò quella che offriamo è un’atmosfera non istituzionale. Allo stesso tempo, affianchiamo al tono informale una valorizzazione del lavoro degli artisti attraverso una ricerca estetica, di curatela e di comunicazione che diano loro un servizio e che sono a noi personalmente molto care.

Andrea Smith, Relic, Villa Clea, ottobre/novembre 2023. Foto: Matteo Corbellini

Attualmente sono aperte le application per artisti che vogliono vivere una residenza d’artista presso di voi. Cosa accade una volta che scelto?
Ci conosciamo, dialoghiamo, scriviamo, immaginiamo, valutiamo e progettiamo insieme la realtà fisica e le modalità intellettuali con le quali intendiamo esporre ed osservare le opere a Villa Clea.

Andrea Smith, Sulian Rios, sono alcuni degli ultimi artisti ospitati nel vostro spazio. Che esperienze sono state? Immagino sia stato molto diverso per entrambi.
Ho conosciuto entrambi durante la mia ricerca di dottorato sull’intuizione nel processo creativo, per la quale ho intervistato diversi artisti, architetti e ricercatori di diverse discipline. Volendo offrire un contesto d’incontro informale di valorizzazione degli artisti emergenti, mi è sembrato naturale iniziare con loro, le cui pratiche sono molto diverse ma con i quali si è creata immediatamente una sintonia. Andrea dipinge e realizza oggetti in ceramica dalle origini misteriose e dai ruoli spirituali, Sulian crea coreografie e scatti analogici tramite l’utilizzo di maschere che nascondono la nostra identità superficiale, mettendo in mostra quella più interna. Mentre Andrea ha usato la casa principalmente per esporre, per incontrare e per dialogare, Sulian ha sentito anche l’ispirazione di girare una clip video di una coreografia realizzata ad hoc insieme a due ballerine ed una videomaker, di cui hanno mostrato live un estratto in modalità performativa durante l’apertura.
Ogni sguardo di ciascun artista invitato rappresenta anche per noi un nuovo modo per osservare la realtà materica e spaziale della casa e per vivere esperienze differenti attraverso il loro punto di vista. In questo modo, osserviamo qualcosa che noi stessi abbiamo creato dal punto di vista nuovo di chi vive la casa per la prima volta. La scelta di ogni artista è per me la scelta di pormi per un periodo ad osservare la mia stessa esperienza quotidiana dal loro specifico punto di vista. Questa apertura di sguardi, che è ciò che cerco nell’esperienza con l’arte contemporanea, è secondo me ancora più potente all’interno di un ambiente domestico.

Sulian Rios, Ecorces, Villa Clea, novembre/dicembre 2023

Sogniamo: un maestro del passato che avreste desiderato avere in residenza a Villa Clea?
Vedo la vita come un insieme di incontri reali a tu per tu, sono più concentrata all’idea di presente che di passato e sono attratta più dai principianti che dai maestri. Quando io, Matteo e tutti gli artisti che avremo invitato saremo vecchi, le future generazioni potranno scegliere chi guardare come maestro. Nel presente, ancora in potenza, tutti lo siamo e questa incertezza mi affascina e mi spinge ad una sincera curiosità verso ciascun incontro.

Dialogo sincero, connessioni umane. Una nuova era per i rapporti analogici?
Sento che la nostra generazione cerca un senso di comunità. I rituali che ci tenevano insieme nel passato non rappresentano più un significato univoco (l’appartenenza ad una religione, ad un territorio, ad un gruppo familiare) e facciamo parte di micro-mondi virtuali in cui ci riconosciamo ma spesso fatichiamo ad incontrarci. Eppure, siamo ancora fatti di corpo e abbiamo le necessità di collegare sentimenti, valori ed aspirazioni alla realtà reale e tangibile. L’arte contemporanea rappresenta a Villa Clea il rituale attorno al quale incontrarci, conoscersi, osservare ed ascoltare. L’ambiente domestico di una casa privata rende l’approccio più accessibile, più umano e più sentimentale.

 

Villa Clea
via M. d’Agrate 27, Milano
info@villaclea.com
www.villaclea.com

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