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TRANSART10
Intervista a Peter Paul Kainrath
(di Silvia Conta)

Transart giunge alla decima edizione, intitolata The power of contemporary. Con un passato solido e una forte identità pienamente riconosciuta ai massimi livelli eppure sempre attenta al territorio e fortemente radicata in esso, questo festival dedicato alla cultura contemporanea non smette di percepirsi come progetto, in costante ridefinizione, animato dalla volontà di portare al proprio pubblico realtà sempre significative e fortemente sperimentali. Transart prende vita in un territorio in cui il contemporaneo è sostenuto da diverse istituzioni ed è riuscito ad affermarsi come realtà diversa e indipendente in grado di ospitare proposte nuove. È stato capace di collaborare con istituzioni quali Mart e Museion, ma anche la Facoltà di Design della Libera Università di Bolzano, Performa di New York e ad ospitare personaggi quali Patti Smith, Diamanda Galàs, Maja Ratkje, Manuela Kerer, Irene Hopfgarten e molti altri. Abbiamo incontrato il direttore artistico Peter Paul Kainrath che ci ha parlato dell’identità di Transart e del suo modo d’essere.


Silvia Conta: Che cos’è Transart?
Peter Paul Kainrath:
È un festival di cultura contemporanea, è molto importante questo concetto di cultura perché siamo partiti con l’idea di dare vita ad un festival di musica contemporanea, poi, abbiamo notato che sul territorio c’era più curiosità per l’arte contemporanea. Visto che moltissimi artisti ormai si muovono tra il proprio ambito e altri generi, lavorando attraverso concetti trasversali – che è l’essenza del concetto stesso di contemporaneo – abbiamo pensato che forse un festival di cultura contemporanea potesse riuscire ad aprire moltissime porte differenti sul contemporaneo stesso. A questa formula, fortemente sperimentale si è unita l’idea di presentare i contenuti in luoghi particolari, non connotati da concetti di cultura borghese, tradizionale, storica, ma aperti all’utilizzo culturale. Questa via si è confermata come formula vincente: ogni anno cresciamo come pubblico e come livello di proposte.
Il pubblico apprezza questa commistione di generi ed espressioni anche molto diversi che danno un ampio quadro su molte sfaccettature del contemporaneo, sempre ad alto livello.

Come nasce la programmazione?
Non abbiamo né spazi fissi dedicati alle singole discipline, né fili rossi. Forse quest’anno per la prima volta se ne può rintracciare uno molto sottile, quello della female power, perché abbiamo molte donne artiste, cantanti, che marcano un po’ il programma, ma di solito noi diffidiamo da questo tipo di programmazione, perché spesso dando un titolo, un tema, tutti i progetti devono in qualche modo essere correlati ad esso e questo può portare a delle forzature. Riusciamo comunque a suscitare la curiosità del pubblico.
Il nostro primo interlocutore è il pubblico regionale, poi ci sono anche appuntamenti che richiamano persone da mezza Europa, come è stato il concerto dei Sonic Youth di due edizioni fa, o quello di Patti Smith della settimana scorsa. Partendo dal pubblico regionale in dieci anni siamo riusciti a radicare una buona opinione sul nostro lavoro, la gente che vuole sentire, vedere, vivere qualcosa di nuovo segue il festival. Non importa se non conosce l’artista, ma ha la garanzia del nuovo. Stimolare la curiosità è la base per chi lavora sulla cultura, la non prevedibilità è fondamentale, questo ci differenzia dal canone classico – che è ugualmente importante – ma in relazione alla cultura contemporanea essa è l’elemento peculiare.

Come scegliete dunque la programmazione di ciascuna edizione?
È un insieme di tantissimi fattori. Ovviamente, in qualità di direttore artistico, c’è il mio gusto personale, ma non appartengo alla categoria dei direttori che credono di dover presentare al pubblico il proprio gusto. Sarebbe troppo povera come idea. Scelgo, quindi, artisti che per la mia formazione e la mia esperienza ritengo seri, importanti, innovativi, ma poi ci sono le esigenze del festival stesso, principalmente quella di essere una forma di incontro, guai se un festival si limitasse a presentare eventi di successo ma privi di un portato sperimentale! Il festival ha una funzione nel tessuto sociale molto chiara: come ci sono il servizio sanitario o altri servizi alla popolazione, c’è il servizio culturale. È un’occasione per far incontrare delle realtà della società che di solito non si incontrano.
 Se analizziamo il pubblico di Transart vediamo tutte le generazioni, tutti i gruppi linguistici – visto che parliamo dell’Alto Adige – e anche tanti gusti diversi: si ha l’impressione che durante questo mese di festival tutto e tutti siano sullo stesso livello e si stiano occupando del contemporaneo in modo molto vivo e profondo.

Questa è la decima edizione. Cosa significano dieci anni di festival? Cosa è cambiato?
È cambiato moltissimo. Noi non siamo nati direttori artistici o organizzatori culturali, qualcuno all’inizio riteneva che il festival fosse solo una moda, che sarebbe presto passata, invece con molto lavoro e un pizzico di fortuna siamo riusciti a costruire tutto ciò e a capire come organizzare, programmare, far funzionare un festival di questo tipo.
 È molto gratificante percepire che l’impegno da parte di tutto lo staff è sempre grande, nonostante difficoltà come la pressione finanziaria sempre costante. Per noi è molto importante anche la grande stima per il nostro lavoro che ci viene trasmessa dalla cittadinanza. Questo significa che stiamo costruendo un significato: non è solo fare cultura per chi è già nel circuito, ma intercettiamo e soddisfiamo una necessità che c’è nella gente. Questo è un bellissimo risultato.

Transart si caratterizza per un costante equilibrio tra locale e internazionale, sia nella scelta degli artisti che in quella delle realtà con cui collabora. Quest’anno  avete attivato un’interessante collaborazione con Performa di New York, per la prima volta in Italia con due spettacoli il 28 e il 29 settembre. Da dove nasce questa scelta?
Transart da sempre mira a collaborazioni. Non vogliamo sostituirci alle altre istituzioni presenti sul territorio, come Mart, Museion, ArgeKunst: sarebbe impensabile e insensato. Qui c’è una realtà molto ricca di istituzioni che si dedicano con grande serietà al contemporaneo, noi intendiamo Transart come un mese in cui si festeggia il contemporaneo, attraverso la nostra attività e le nostre proposte sottolineiamo il lavoro preziosissimo di queste istituzioni che lo fanno per tutto l’anno. Il festival si pone anche come rete di collaborazioni internazionali. Cerchiamo di entrare in sinergia con coloro che concepiscono e vivono il contemporaneo in un modo simile al nostro, trasversalmente.
 In questo senso abbiamo scelto Performa di New York guidato da RoseLee Goldberg, che con più mezzi, più artisti, rispetto a noi, dal 2005 dedica una biennale alla performance. La performance sta alla base dell’espressione artistica del ventesimo secolo: tutti gli sviluppi dell’arte contemporanea, della danza, della musica, sono partiti da concetti legati alla performance. Il 28 settembre con The Prompt presenteremo con grande soddisfazione una prima assoluta.

Il progetto in breve:
Transart10
 – The power of contemporary
direttore artistico: Peter Paul Kainrath
Info: +39 0471 673070 / 532452
www.transart.it
Fino al 9 ottobre 2010

In alto, da sinistra:
Un ritratto di Peter Paul Kainrath
Adam Pendleton, “Performa”. Foto di Po Ewing

Sotto, da sinistra:
“Blessed 3”. Foto di Chris Van der Burght
Intonarumori

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