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BOLZANO | Museion | 24 maggio – 07 settembre 2014

Intervista a TATIANA TROUVÉ di Ginevra Bria

Tatiana Trouvé (1968, Cosenza. Vive e lavora a Parigi) di origini italiane, nel tempo, si è rivelata essere un’artista che immagina intricati scenari nei quali spazi sospesi si insinuano in ambienti razionali. I suoi disegni, sculture e installazioni destabilizzano lo spettatore immergendolo in allestimenti tanto inquietanti quanto familiari, riconfigurando e confondendo i limiti del reale e di quel che non lo è. I suoi progetti – che sono stati presentati anche, tra gli altri, al Palais de Tokyo e al Centre Pompidou di Parigi (2007) e alla Kunsthaus di Graz (2010) – sono sempre il risultato di due processi convergenti. Da una parte si assiste allo sviluppo di percorsi legati a un luogo specifico, costituendo un insieme spaziale, realizzato solamente grazie ad una preparazione specifica scelta e ad un intenso dialogo con tecnici e artigiani. E dall’altra ad un imprevedibile riallestimento di opere preesistenti, lavori provenienti da collezioni pubbliche e private che danno luogo anche all’assemblaggio di nuove composizioni, nate dal dialogo unico, e ogni volta differente, con gli spazi espositivi di volta in volta investigati.

Tatiana Trouvé, foto Laurent Edeline
Attualmente al MAMCO di Ginevra è allestito uno dei percorsi espositivi più esteso da lei mai realizzato e fino al 7 settembre; mentre al Museion di Bolzano, è invece aperta I tempi doppi, la prima personale di Tatiana Trouvé in un museo italiano.
Una mostra tra materia e antimateria che fa emergere tanto complessi disegni geometrici quanto invisibili architetture sperimentali. Un percorso analitico, apodittico e sperimentale che sottolinea la presenza di campi di forze creati per la sincronicità. Ne abbiamo parlato direttamente con l’artista…

Parlando della tua famiglia italiana e del tuo contesto culturale di riferimento, quale tipo di educazione estetico-visuale hai ricevuto quanto eri giovane? Quali sono gli artisti che ti hanno sempre accompagnato nel tuo percorso? 
È possibile affermare che mi sono avvicinata all’arte attraverso la letteratura e l’architettura. In ambito familiare mia madre era una professoressa di lettere e mio padre era un professore alla Scuola Superiore di Architettura. La mia sensibilità, la mia propensione e la mia predisposizione è poi stata approfondita per svilupparsi infine all’Accademia di Belle Arti di Nizza. Il primo lavoro, invece, ad aver rivelato la mia strada, quando ancora ero studentessa, è stato quello di Boetti. Sebbene mi abbiano accompagnato e incuriosito moltissimi artisti, fra i più disparati e distanti tra loro; autori che comunque hanno compiuto ricognizioni nel mondo del concetto e del Pensiero.

Tatiana Trouvé, I tempi doppi. Musieon, 2014. Front: 350 Points towards Infinity, 2009.Photo: Luca Meneghel, courtesy the artist, Gagosian Gallery, New York, Galerie Johann König, Berlin, Galerie Perrotin, Paris.

Potresti brevemente descrivere I tempi doppi e quale significato assume all’interno della tua carriera? Come descriveresti quel tipo di mostra: una retrospettiva, una monografica?
La mostra a Museion non ha un vero e proprio carattere retrospettivo, mancano molti lavori precedentemente ideati. Invece, il percorso al MAMCO, che occupa ben due piani del museo, riunisce lavori, sculture e installazioni eseguite in diversi anni, opere che si autoalimentano le une con le altre, quasi senza lasciar intravedere l’energia che sottende e li collega. Per quanto riguarda Museion, invece, sono stati presentati pochi lavori scelti e con diversi punti di affiliazione, come, ad esempio, linee tematiche o temporali. I tempi doppi rappresenta una sorta di allestimento in evoluzione, quasi in contraddizione dato che, come sottolinea il titolo della mostra e di un lavoro in essa presentato, il tempo scorre senza ripetersi, secondo un principio e una fine, entrambi mai uguali a loro stessi. Il titolo rievoca, invece, un particolare punto di contatto tra memoria mnestica e il momento presente, quello del riconoscimento. Sono attratta dagli istanti di déjà vu e di déjà vécu: attimi di reminiscenza, piani senza difetti tra l’esperienza concreta e quella semantica, una sorta di eco unica che riunisce in sé due temporalità non coesistenti. Questa sorta di adiacenza di presenti che stiamo vivendo, fornisce l’approccio per tornare sulle tracce di qualcosa che rimanda ad un livello più alto di conoscenza. Esistono molti tipi di retrospettiva, che dipendono principalmente dal fatto che l’artista sia in vita oppure non lo sia. In caso non lo fosse, è compito del curatore o dello storico di conferire ad una selezione di progetti un ordine cronologico; ma solitamente trovo questo tipo di serializzazione molto noiosa. Amo invece le sovrapposizioni tra lavori precedenti e lavori attuali; amo l’idea di vederli cambiare aspetto e variare i loro significati a seconda dei sempre diversi accostamenti possibili. Ritornare sulle cose fa emergere legami persi nel tempo e il lavorare ad una retrospettiva, per me, deve essere come il lavoro nel mio atelier, fra affastellamenti e ulteriori vicinanze.

Tatiana Trouvé, I tempi doppi. Musieon, 2014. Front: 350 Points towards Infinity, 2009.Photo: Luca Meneghel, courtesy the artist, Gagosian Gallery, New York, Galerie Johann König, Berlin, Galerie Perrotin, Paris.
Quale sensazione, quale impressione hai ricevuto la prima volta che hai avuto modo di visitare gli ampli spazi del Museion di Bolzano? Quale tipo di dialogo intimo con la sua architettura hai instaurato?

Ogni mia installazione prende forma da un mondo esterno per arrivare ad un’interiorità della materia, ciascuna di esse dipende dal contesto architettonico e dal paesaggio circostante. Proprio come è successo per Museion, uno spazio avvolto e attraversato completamente dalle montagne, dalla luce e dal verde attorno. Con 350 Points towards infinity ho analizzato gli stati di dimensioni parallele della gravità attraverso la forte presenza del paesaggio. Come se avessi creato una gabbia di forze di un dipinto romantico; pittura all’interno della quale l’uomo, di fronte all’infinito dell’universo esprime la propria solitudine e il conseguente isolamento.

Potresti definire 350 Points towards infinity una sorta di dichiarazione di poetica?
Secondo me le opere non lasciano mai dichiarazioni o messaggi, ma amplificano i sensi, per affinare, nello spettatore, la percezione di diversi livelli di lettura del caos nel mondo. In 350 Points towards infinity, molti sostengono che venga indicata la traiettoria, la gravità e il campo magnetico di corpi che posseggono diverse direzioni, come se mostrassero una pluralità di mondi impazziti. Dal mio punto di vista, invece, l’installazione descrive una tipologia contraria di infinito, un’apertura irrevocabile che rimane sotto i nostri piedi e che scardina la concezione di un infinito in espansione, tendenzialmente idealizzato, sopra le nostre teste. Il capovolgimento di queste dimensioni è il risultato di un tipo di creazione dell’opposto che, come in Manzoni, si appoggia, fa leva sul mondo delle idee.

Tatiana Trouvé, Untitled from the series Intranquillity, Foto Morin

Mentre stavi concependo la serie di Refolding, quale reazione immaginavi avrebbe provato il pubblico nel vedere questi lavori?
Anche quando visito mostre di amici o di artisti che non conosco, le mie reazioni, ritengo, siano un terreno troppo intimo per essere anticipate o comprese fino in fondo. Perché il sentimento verso ciascuna opera varia a seconda di quel che si è vissuto e compreso. E’ dunque difficile anticipare e stabilire a priori, con esattezza, il senso che qualcuno potrebbe percepire di un lavoro. Quel che mi aspetto da questa serie è semplicemente di far emergere l’aspetto di una ricerca, divenuta poi una sorta di prosecuzione dei miei lavori. I Refolding raccontano i momenti che precedono l’allestimento di qualsiasi mostra, quando i lavori devono essere ancora collocati o spostati e per questo motivo si trovano su pezzi di moquette, di gommapiuma. E’ a partire da quegli stessi materiali, trattati come parti edibili, che si erige universalmente ciascun percorso allestitivo; sebbene, una volta terminata l’opening chiunque si dimentica della forma assunta e impressa su di loro dal peso delle opere. Attraverso, invece, il mio calco scultoreo, sviluppato con materiali come il cemento o il bronzo, non solo conservo le impronte di opere sparite, le cui tracce sono state assimilate in fase di montaggio e disallestimento, ma rendo imperiture anche le loro forme ripiegate nel punto massimo di spessore, indice di conservazione e attorta matericità.

Parlando del bel progetto Bureau d’Activités Implicites (Bureau of Implicit Activities, or B.A.I.), quale esperienza ti ha lasciato, quale insegnamento hai appreso e quale lettura, a partire da esso, stai ancora sviluppando, nei più disparati effetti?
L’esperienza di quel progetto mi ha dato la capacità e la prontezza, tutt’oggi, nel riutilizzare positivamente quel che accade di avverso o di contrario al proprio corso di vita. L’esperienza estetica di B.A.I. è stata riconvertita in molti miei lavori, restituendomi ogni volta la forza reattiva per trasformare qualsiasi componente, di modo da evitare il punto di stallo, il momento in cui non c’è realizzazione. Bisogna controvertere ogni situazione facendola diventare un’esperienza estetica, raggiungendo un’autonomia e nuovi limiti, per continuare a lavorare tra il mondo e l’apriori del mondo.

Tatiana Trouvé, I tempi doppi. Musieon, 2014. Front: 350 Points towards Infinity, 2009.Photo: Luca Meneghel, courtesy the artist, Gagosian Gallery, New York, Galerie Johann König, Berlin, Galerie Perrotin, Paris.
Quale relazione, quale tipo di premonizione/ispirazione hai tratto dallo Schinkel Pavillon per il progetto che hai realizzato a Berlino?

In quel progetto, il fattore determinante è stato l’esterno dello spazio espositivo, il suo contesto architettonico, dunque, ma anche la situazione sociale che insiste sul luogo nel quale sono invitata ad allestire. Avevo infatti notato che attorno allo Schinkel era in corso un cantiere. Stavano ergendo muri di cemento elevati e le vetrate del padiglione lasciavano trapelare qualsiasi cambiamento. Così ho rielaborato e re-interpretato i materiali da esterno presenti nel cantiere in una sorta di interno quasi domestico, con l’intento di creare un cortocircuito tra paesaggi e categorie.

A tuo modo di vedere, perché l’Italia e la scena dell’arte italiana ha sempre considerato molto poco la tua presenza internazionale prima della tua monografica a Museion?
(Ridendo) La risposta, per me, è quasi impossibile da dare. Ma è una domanda che mi piacerebbe porre a direttori di musei, di biennali, a critici, curatori e addetti ai lavori del mondo dell’arte. A coloro, insomma, che decidono chi sia invitato o meno. Sebbene per me l’Italia sia e rappresenti, comunque, una parte importante della mia identità.

Potresti brevemente svelare i tuoi programmi, i tuoi eventi futuri?
Per l’appunto. I miei programmi sono tutti rivolti all’estero. Realizzerò a New York una scultura che verrà posta ad un ingresso di Central Park. Poi avrò una mostra allo SMAK in Belgio, alla Kunsthalle di Nürnberg in Germania e poi eseguirò un progetto per una fondazione di scultura, sempre a New York.

I Tempi Doppi. Tatiana Trouvé
a cura di Letizia Ragaglia

in collaborazione con Kunstmuseum Bonn e Kunsthalle Nürnberg

24 maggio – 07 settembre 2014

Museion
via Dante 6, Bolzano

Info: + 39 0471 223413
info@museion.it
www.museion.it

In corso anche:

Tatiana Trouvé. The Longest Echo — L’Écho le plus long

25 giugno – 21 settembre 2014

Mamco
10, rue des Vieux-Grenadiers, Ginevra

Info: +41 22 320 61 22
www.mamco.ch

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