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Leo Galleries
Monza

Tamás Jovánovics. Colonne meta-fisiche e altre dissoluzioni (di Ilaria Bignotti)

Coerente, coraggiosa, concreta.
Nella selva perigliosa e incespicante delle attuali esposizioni dedicate alle giovani generazioni, la mostra di Tamás Jovánovics è un lampante esempio di coincidenza tra artista e opera: entrambi, appunto, coerenti, coraggiosi, concreti. Di origine ungherese, con una formazione internazionale di tutto rispetto ed un curriculum notevole, dove ogni progetto è frutto di un meditato percorso che si costruisce lungo un’asse ben meditata, Tamás Jovánovics inaugura il 27 ottobre, la sua personale, a cura di Matteo Galbiati, negli spazi di Leo Galleries a Monza.
Le sue opere, singole o composte, sono linee di forza tese ed estese lungo campi spaziali che invitano lo spettatore ad una contemplazione sospesa, continuativa, dove il silenzio risuona nella ricerca cromatica e costruttiva che caratterizza la sua ricerca. Gli abbiamo rivolto poche domande, forse più suggestive che teoriche e analitiche, provando a scoprire l’artista. In attesa di ritrovarlo nelle sue opere.


Ilaria Bignotti: Tamás, parto con due etimologie. La prima: la parola ossessione significa, dal latino, stare a lungo attorno a qualcosa o qualcuno, per convincerlo, assediandolo, della propria volontà. Quanto sei ossessionato dalla tua ricerca creativa? Quanto le tue opere sono ossessionate dall’indagine attorno agli elementi costitutivi dell’arte?
Tamás Jovánovics:
Se si analizzano le mie opere unicamente per l’aspetto formale, con quelle linee ripetute “n” volte, capisco che questa domanda possa essere una delle prime a venirmi rivolte. Ma devo deludere le tue aspettative: non sono ossessionato da nulla, nemmeno da quelle righe che ultimamente utilizzo in larga misura nelle mie opere che sono assolutamente prive di composizione e di narrativa. Cerco infatti di creare dei fenomeni visivi che offrano agli osservatori una esperienza temporale assoluta, al di là del tempo storico, quotidiano e che, al contempo, influiscano sullo spazio inteso nella sua complessità: quale spazio della visione, spazio architettonico e spazio fisico, occupato e misurato dalla nostra presenza.

La seconda: il verbo delirare significava originariamente uscire dai solchi rettilinei tracciati dall’aratro: dunque, andare fuori dalle righe, vaneggiare. Gran parte del tuo lavoro indaga la linea orizzontale che fende il campo visivo, segna la superficie dell’opera, traccia percorsi cromatici. Quanto si rischia il delirio per proseguire in un lavoro così preciso e ferreo nelle sue regole compositive?
Non credo di rischiare il delirio!… anche se è vero che, dopo la realizzazione di un’opera formata dalla reiterazione delle righe sento il bisogno di passare a qualcosa di più ludico, leggero, infantile, e in quei momenti inizio a lavorare, per esempio, su quelle che definisco opere scomposte, nate cioè dalla scomposizione di un rettangolo regolare. Se con le prime opere non mi posso permettere di sbagliare (se una linea se ne va, “scivola”, posso buttare via tutto il lavoro), le opere “scomposte” nascono invece proprio dagli errori, dalle forme, dalle sfumature sbagliate che poi ricopro parzialmente o interamente, ridipingendovi un’altra forma, un altro colore diverso e spostato rispetto al campo iniziale. È comunque bello avere il diritto all’errore, ogni tanto!

Linea come elemento compositivo, ambito d’indagine, estensione dell’opera nello spazio, comunicazione visiva, proiezione metafisica. Linea come estensione di una nota nel campo d’ascolto e della sua risonanza in uno spazio. Potrebbe essere contemplata, nella tua ricerca, la componente musicale sperimentale, silenzio incluso?
Credo ci siano differenze fondamentali tra i fenomeni visivi e quelli sonori: anche se in entrambi i casi possiamo parlare di ritmo e anche di silenzio, si tratta di tipologie differenti in base alla diversa componente che prevale nei due linguaggi: nella musica, infatti, è centrale la temporalità, nella pittura quella della spazialità.

Con una formazione internazionale, mi pare che nella tua ricerca si respiri l’eco delle operazioni neo-concrete e programmate che, negli anni ’60, cercarono attraverso un linguaggio astratto e rigoroso di riformulare i principi estetici della società. Che importanza dai al ruolo dello spettatore e alla funzione dell’arte quale elemento di trasformazione sociale?
Non pretendo che un’opera d’arte abbia la capacità di trasformare il mondo, la società: anzi, nel mio caso, le opere intendono offrire allo spettatore un “luogo virtuale e fuori tempo”… fuori quindi anche dalla società, senza voler dichiarare guerra a quest’ultima. Trovo che la società sia una “tela” molto interessante (seppur con i suoi aspetti controversi) ma se si volesse intervenire in modo “effettivo” su questa “tela” credo che esistano mezzi molto più adeguati del pennello o della matita. La pittura è per me come un monastero, lontano sulle alte montagne. Se poi le mie opere contribuiscono anche in minima parte a rendere il mondo un luogo un poco migliore sono contento… ma non te lo posso garantire!

La mostra in breve:
Tamás Jovánovics
Colonne meta-fisiche e altre dissoluzioni
a cura di Matteo Galbiati
Leo Galleries
Via De Gradi 10, Monza
Info: +39 039 5960835
www.leogalleries.com
Fino al 27 novembre 2010

In alto:
Támas Jovánovics, “Seiobo è stato lì giù”, 2010, matita su cartone telato, 5 elementi, cm 50×30
In basso, da sinistra:
Tamás Jovánovics, “Nonostante”, 2009, matita su cartone telato, fissata e verniciata, telaio in alluminio, 18 elementi, ciascuno da cm 30×30, dimensione massima cm 116×236
Tamás Jovánovics, “Le mariage zen”, 2009, acrilico su polistirene, telaio in listino di pino, 5 elementi, dimensione massima cm 160×47.5

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