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Equilibri di materiali: il vetro, il metallo, la carta e la luce (che materiale non è, ma qui lo diventa, incorporandosi, filtrando, imponendosi nella e sulla materia); equilibri di sguardi: tra percezione e comprensione, definizione e fuggevolezza delle forme e dei confini, offerti grazie alla sapienza tecnica ed alla raffinatezza esecutiva che caratterizzano le opere esposte. La mostra dedicata a Silvano Rubino, richiede attenzione, concentrazione, ma anche, al contempo, quella capacità “di lasciarsi andare”, di “farsi attraversare” dalle emozioni, come la luce attraverso il vetro, accettando il rischio che queste emergano in superficie, tornino a parlarci, ad esserci.
Completano l’esposizione un elegante catalogo edito da Damiani, dove ai saggi di Michael Petry, Chiara Casarin e al testo poetico di Tiziano Scarpa si uniscono le riproduzioni delle opere riprese negli spazi del luogo espositivo, e il convegno internazionale dedicato al tema, quanto mai ad hoc per la ricerca di Rubino, DIAFANO. Vedere attraverso, tenutosi in sede nei giorni 17, 18, 19 giugno 2010.


Ilaria Bignotti: Una mostra che, fin dal titolo, suggerisce la presenza di due poli opposti, di due punti sospesi; proviamo allora, quale prima domanda, a chiedere a Chiara Casarin dove s’annidano, cosa sostengono, cosa scorre lungo questi due estremi di senso…

Chiara Casarin: Un giorno, io e Silvano stavamo riflettendo su alcuni dettagli dell’allestimento. Eravamo a Palazzetto Tito, sede della Bevilacqua, le sale erano vuote perché si era da poco conclusa un’altra esposizione e mentre sfogliavamo i bozzetti, i disegni di quelle che nel frattempo e altrove stavano diventando le sue opere, ci siamo ritrovati a dover decidere un titolo. Silvano aveva alcune idee. Poi, ci siamo soffermati su quello che è diventato il titolo prescelto, notandone la forza retorica, la capacità di rinvio semantico di poche parole accostate bene. “In equilibrio tra due punti sospesi” è passato così dall’essere la descrizione quasi didascalica di una delle singole installazioni a titolo dell’intero percorso espositivo. Ogni cosa si situa all’interno di un percorso, dalla nascita alla morte. Ogni momento si trova tra un prima e un dopo, tra una causa e un effetto, tra la luce e il buio, tra l’opacità e la trasparenza. E questi estremi sono sospesi perché giocano una tensione, si contendono ciò che è nel mezzo. Le cose tutte, dunque, vengono necessariamente percepite in un momento precario di stasi, in equilibrio. Come tutte le opere in questa esposizione.

Il vetro è uno dei grandi protagonisti di questa esposizione. Eppure, nel saggio in catalogo, lei afferma con grande perentorietà: “Contro la trasparenza”. Perché?
Perché se è vero che i due punti sospesi relativi alla percezione possono essere estremi, possono passare da una visibilità ad una invisibilità assoluta, allora la trasparenza equivale alla resa del medium. Ogni mezzo è per natura qualcosa che funziona solo se lascia passare le proprietà di ciò che media: un impianto audio è valido solo se consente a chi ascolta di sentire bene la musica, non se ci sono fruscii provenienti dalle casse. Così nelle opere di Rubino. Queste opere sono state realizzate dall’artista durante la malattia del padre e di lui vogliono parlare. Narrano di un percorso che va dalla vita alla morte dove la malattia si situa in un punto che oscilla tra questi due apici. La trasparenza sarebbe l’invisibilità dell’opera a favore della storia. Invece queste opere trattengono un ricordo, un sapore, una folata di vita che per l’artista è stata di enorme importanza. Sono opere diafane: né trasparenti, né opache: in sé trattengono ciò che le attraversa, ciò che “sta in mezzo” ad esse. La trasparenza è certamente una delle migliori qualità del vetro ma Silvano non è un maestro vetraio. Prima di tutto egli ci doveva dire qualcosa e questo qualcosa è stato sussurrato e urlato. Non vi è stato silenzio ma grande forza evocativa.

Lei ha giusto anticipato la domanda che volevo rivolgerle successivamente: un aspetto molto importante del progetto espositivo è dedicato alla memoria personale dell’artista, in particolar modo relativa alla figura paterna: come ha sviluppato il tema in mostra?
La quotidianità negata è il punto di partenza. Tutte le opere parlano del padre di Rubino in un modo o nell’altro. Alcune descrivendolo, come nel caso del video realizzato dall’artista quando il padre era ancora in vita, altre solo alludendo ad una figura che se n’è andata lasciando una traccia viva di sé. Gli oggetti che rinviano alla convivialità (il tavolo ad esempio) e ai momenti della vita (il letto di vetro) sono “impossibili”, non possono essere davvero usati. Pena una loro subitanea distruzione materiale o simbolica. La scala, le steli di vetro e marmo, la lampadina e, infine, la piccola candela posta in un precario equilibrio, sono indizi per l’osservatore attento, sono le tappe di un percorso di senso che via via si definisce, sono i diversi momenti e i diversi gradi di intensità del ricordo. Sono le lettere dell’alfabeto visivo con cui Rubino costruisce le frasi, i testi della sua testimonianza personale.

Spietato appare proprio quel tavolo che taglia un ambiente, dove il principio della mensa è negato dall’artista che lo priva degli elementi necessari a nutrirsi e dissetarsi. Il tema del vuoto emerge anche dalla grande levità emanata dalle altre opere esposte, che paiono divorare la pesante matericità degli ambienti. Quanto ha influito lo spazio espositivo, le sue caratteristiche, rispetto all’allestimento di una mostra dedicata ad un materiale per antonomasia destinato a farci “vedere attraverso”?

Anche lo spazio espositivo ha contribuito a definire il gioco delle opposizioni. Palazzetto Tito è apparentemente e storicamente un luogo domestico, uno spazio di vita vissuta; poi, è diventato la sede di una fondazione per l’arte contemporanea. La disposizione delle sale e le loro proprietà appartenenti alla tipica tradizione veneziana hanno accolto e respinto le opere di Rubino. Le hanno accolte per la loro poesia, per la loro capacità di accomodarsi, per il loro essere ‘sottovoce’. Questi spazi domestici ben si prestano alle esposizioni in cui gli elementi dell’allestimento rinviano più o meno direttamente alla vita di tutti i giorni: un tavolo, delle sedie, una scala e un paio di letti (la presenza dei letti sembra stranamente essere un elemento che ritorna puntualmente nelle esposizioni a Palazzetto Tito) e ben si adattano ad opere che sappiano in un certo senso rispettarne e contrastarne la forte caratterizzazione architettonica e d’interni. Dall’altro lato queste opere sembrano aver vissuto momenti di tensione con lo spazio ma si tratta di una tensione ben lontana da motivazioni artistiche: le fotografie presenti nel catalogo edito da Damiani sono state di difficilissima realizzazione a causa della luce naturale che filtrava dalle ampie e numerose finestre e che bisticciava spesso con la lucidità delle superfici lisce del vetro. Infine, il fatto che questo palazzetto accolga periodicamente incontri e convegni (quello sul tema del Diafano ad esempio) con gradevole riscontro di pubblico, ha fatto più volte preoccupare tutto lo staff della Bevilacqua in merito alla sicurezza e alla salvaguardia delle opere. Ritengo ad ogni modo che questo rischio era necessario correrlo: le opere di Silvano Rubino non potevano trovare ambientazioni più idonee e suggestioni più coinvolgenti di quanto sia accaduto in questi spazi. Il tutto nella reciprocità di cui l’arte vive: così come un senso ha avuto per Silvano esporre da noi, così per noi avere la sua personale è stato un dono. Tra poesia e fragilità ci ha lasciati tutti con …’il fiato sospeso’.

La mostra in breve:
Silvano Rubino. In equilibrio tra due punti sospesi
a cura di Chiara Casarin
testi di Michael Petry, Chiara Casarin, Tiziano Scarpa
Fondazione Bevilacqua La Masa – Palazzetto Tito
Dorsoduro 2826, Venezia
Info:  +39 041 5207797
www.bevilacqualamasa.it
Fino al 18 Luglio 2010

In alto, da sinistra:
Addizione Sottrativa, 2009, vetro extrachiaro, acciaio
Per la seconda e terza immagine:
Una candela accessa in equilibrio tra due inutili sedie sospese, installazione, acciao vetro candela, h. cm 300x420x40

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