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Pino Pinelli. A partire dal colore

di Matteo Galbiati

Degli artisti si conoscono con una certa facilità sempre le opere della maturità e si tende a considerare meno quelle che ne hanno determinato invece le origini; in questa mostra, particolarmente significativa, si presenta al contrario un numero davvero consistente e rilevante di lavori degli anni ’70 del maestro Pino Pinelli che ne segnano l’inizio della ricerca. Celebre per le “Pitture” disseminate e disperse nell’ambiente, in cui il colore, invadendo lo spazio, si concretizza in grumose consistenze tridimensionali, di lui si offrono ora le meno conosciute opere pittoriche in cui la tela era ancora presente ma in cui già si intuiscono i prodromi del suo fare e intendere la Pittura. Il gesto e l’anima del suo colore anche in queste prime soluzioni si manifesta in tutta la sua concentrata e prorompente forza lasciando emergere, intuibile e comprensibile, la sua futura poesia. Incontriamo Ilaria Bignotti che ha curato i testi della critici della mostra ideata e realizzata da Antonella e Daniele Colossi.

Matteo Galbiati: Questa mostra nasce da un progetto particolare che pare derivare, come dice Pino Pinelli nei suoi ringraziamenti iniziali, più dall’amore di un collezionista che non dalle necessità di un gallerista. Ci racconti come l’avete studiata e organizzata?
Ilaria Bignotti: La mostra è stata effettivamente frutto di una accurata selezione di opere dell’artista, avviata anni addietro da Daniele e Antonella Colossi, galleristi che amano, innanzitutto, attraversare e approfondire la ricerca degli artisti attorno ai quali elaborano mostre e pubblicazioni particolarmente attente all’aspetto della ricerca scientifica e dell’esattezza storica. Credo che sfogliando il catalogo realizzato per la mostra emerga questa volontà: lo testimonia l’intervista esclusiva che ho rivolto all’artista e riprodotta sul DVD, elemento che spesso accompagna le mostre monografiche della Galleria, lo testimoniano le immagini fotografiche storiche e il percorso della ricerca che si snoda lungo le pagine, intervallato da alcune schede che puntualizzano le varie tappe della ricerca di Pino Pinelli dal 1970 a oggi attraverso alcuni nuclei tematici – e problematici; lo confermano la selezione di riflessioni critiche elaborate sui vari cicli della sua ricerca e disposte anch’esse con andamento cronologico, a ulteriore commento delle opere pubblicate ed esposte.

Quali opere compongono la mostra?
Le “tappe” della ricerca creativa – e filosofica – dell’artista possono essere raccolte in cinque momenti: una prima fase, dove l’attenzione è ancora rivolta al ruolo della forma rispetto all’uso del colore in un campo pittorico dato e definito che li contiene, ovvero la serie dei Modular Monument o semplicemente Monument, dei Monumenti modulari, potremmo tradurre, o dei Moduli monumentali, realizzati attorno al 1970. Tappa successiva è la ricerca di una geometria non euclidea, ma topologica, nella costrizione della bidimensionalità della tela e nella voluta riduzione cromatica delle gamme utilizzate: se prima ancora erano i toni vivaci, acidi, forse una provocazione alla pop, dal 1971-72 sono i neri, i grigi, i rosa terrosi che compongono forme geometriche in campi neri e densi, alla ricerca di una ulteriore liberazione e “pulizia” della sintassi pittorica e compositiva; dal 1973 l’attenzione si concentra sempre più sul colore, la geometria non euclidea si “stira” e allunga in forme rettangolari o quadrate dai margini “molli”, ondulati, l’artista usa ossessivamente i rossi, i grigi, i blu, i gialli vibranti, pulsanti quasi, che tirano e lottano con il campo, con la tela che li sostiene e li ospita; ecco l’ulteriore passaggio, la distruzione del campo, la traduzione dell’opera bidimensionale, del campo pittorico a puro colore, a pezzo di colore solidificato, a frammento geometrico, rettangolo o quadrato formato dalla pelle di daino intrisa di monocromo: l’artista crea composizioni modulari geometriche dove l’effetto di vibrazione della tela è direttamente dato dalla sua porosa e differente capacità di assorbire la materia pittorica – siamo nella seconda metà degli anni ’70. Infine, la ricerca del frammento, il confronto con lo spazio si traduce nelle disseminazioni, nelle scaglie difformi di colore-materia che l’artista dispone nello spazio, lungo le pareti, puntellandole di domande cromatiche a noi rivolte, mute, tra anni ’80 e ‘90.
La mostra è quindi un viaggio, dal 1970 agli anni ’90, nella ricerca intensa e densa di Pino Pinelli.

Nella seconda metà degli anni ’70 arriviamo al superamento del quadro che non è più necessario. Cosa ha implicato, secondo te, questo stacco dalla superficie della tela e la dispersione nello spazio?
In questo caso cito una riflessione dell’artista che già in altre occasioni è stata pubblicata, ma che è sempre necessario, per chi studia l’arte o anche semplicemente per chi la vuole amare, ripetere: Pino Pinelli deve “ridurre al minimo” il ruolo della pittura, il valore dell’opera in quanto fatta di disegno, di spazio, di superficie e di profondità, di colore, di tela, di materia, perché in lui arriva, a un certo punto, come una pugnalata lentamente attesa e salvifica, il confronto con la storia, il peso del passato, della ricerca artistica prima classica, poi tardo antica, poi rinascimentale, del nostro Paese. Un artista italiano fa i conti con i colori, con i linguaggi di un Piero della Francesca, di un Paolo Uccello (e Pinelli viene dalla Sicilia, o meglio dall’antica Trinacria, come mi disse nella prima intervista, dalla Magnagrecia, dalle terre assolate del meriggio che illumina e porta con sé l’intuizione del fare, o del pensare la pittura). Ecco allora il quadro da fare a pezzi, da dimenticare, per poter ri-partire dal colore, appunto. Dal suo Grado Zero. Dal suo esserci, semplicemente, nello spazio e nel tempo.

Come la inquadreresti nel contesto storico in cui si verifica?
La ricerca di Pino Pinelli è, appunto, figlia del suo tempo, e per questo rimette in discussione i tempi della storia dell’arte, tutti. Egli è a Milano negli anni ’60, ci sono Lucio Fontana che abbatte i limiti dello spazio e del tempo, che crea ambienti estendendo il concetto di opera, ci sono i suoi “figli spirituali”, tra i quali Bonalumi, Castellani, Scheggi che porteranno alla Pittura oggettuale. Ci sono le ricerche programmate e cinetiche, arriva la Pop Art, e arriva Francis Bacon che Pinelli più volte mi ha nominato, è l’altra faccia della medaglia, l’altro riferimento, con la sua opera che martoria la figurazione e trasforma il senso dello spazio. Sono artisti che diventano, ancora in vita, miti, eroi titanici che abbattono le barriere e i pudori del linguaggio. Pino Pinelli, come i grandi artisti della sua generazione, al di là dei percorsi diversi, ha dimostrato il coraggio di non tremare di fronte alla possibilità, di fronte al nuovo ancora da dire, da creare, ma di affrontarlo, con la sua opera.

La mostra in breve:
Pino Pinelli. A partire dal colore
Galleria Colossi Arte Contemporanea
Corsia del Gambero 13, Brescia
Info: +39 030 3758583
www.colossiarte.it
5 febbraio – 14 maggio 2011

In alto:
“Trasformazione”, 1972, acrilico su tela, cm 100×73
“Modular Monument”, 1970, acrilico su tela, cm 90×70
In basso:
Veduta interna della mostra “A partire dal colore” da Colossi Arte Contemporanea, Brescia

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