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a cura di Alessandra Redaelli

Ribaltare i luoghi comuni, decostruire le certezze e proporre una lettura della realtà fuori dagli schemi: questo è secondo Antonio Riello il compito dell’artista contemporaneo. Per portarlo a termine lui parte dall’ironia, muovendosi con disinvoltura dalla scultura alla fotografia, dall’installazione al ready made, fino alle nuove tecnologie (suo è un videogioco delizioso e terribile dal titolo Italiani brava gente, il cui tema è la xenofobia nei confronti del popolo albanese). Sono cortocircuiti mentali quelli che mira a scatenare nello spettatore, come quando per condannare la vendita indiscriminata di armi realizza fucili mitragliatori in finissima porcellana bianca sezionati e rimontati in modo da diventare inutilizzabili, o ancora crea una serie di eleganti pistole o bombe a mano da borsetta, decorandole con tessuti damascati e tempestandole di strass. Qualche volta il suo linguaggio vira dal neopop a toni lirici, come nella serie Ashes to ashes, che vede conservate in delicati vasi di cristallo le ceneri dei libri più cari all’artista. Altre volte il concettuale va invece a ricercare suggestioni vicine all’Arte Povera, come nella recente serie in cui la fibra di cocco riciclata – quella dei normali zerbini, per intenderci – diventa la base per un’analisi delle nostre paure sul futuro e del nostro modo di esorcizzarle. Come nell’opera che l’ultima Lettura del Corriere della Sera ha voluto in copertina. Ispirata all’attuale emergenza Covid, vede al centro il simbolo internazionale del pericolo biologico e sullo sfondo delle ampolle che sembrano promettere una soluzione.

Antonio & Elvira Riello. Courtesy A. P. Schmeidler

1 – Definisciti con tre aggettivi.
Curioso, scettico, visionario. Tre virtù, direbbe qualcuno, ma allo stesso tempo certo anche tre “difettacci”.

 2 – Qual è stato il momento in cui hai capito di essere artista?
A 17 anni, leggendo il diario di un viaggio fatto in Tunisia da Paul Klee. Ho sentito che l’arte sarebbe stata la mia sublime condanna, senza scampo.

3 – Installazioni, ready-made, scultura, disegno… Come scegli i tuoi linguaggi?
Ogni mia visione ha una fase nella quale inizia in qualche modo a materializzarsi. Ovvero alla fine sviluppa una sua stringente (e non negoziabile) epifania. Ecco come si generano il linguaggio e la tecnica di ogni lavoro. La tecnica è subordinata immancabilmente all’intuizione iniziale.

4 – L’opera d’arte che avresti voluto realizzare tu.
Fin dalla prima volta che l’ho vista (al New Museum di New York nel 2001) un’opera di Tom Friedman del 1990, Untitled. Una banale matita che, completamente e accuratamente temperata, si trasforma in una fantastica ininterrotta e perfetta lunga linea curva, quasi impalpabile. Una mirabile sintesi che mescola la saggezza Zen (una profonda riflessione sui cambiamenti dell’umana esistenza) con un incredibile (ed efficace) virtuosismo manuale. Un capolavoro vero.

5 – Qual è il momento più emozionante della tua giornata?
Sempre il primo mattino, affiorano lentamente dal dormiveglia nuove idee e immagini che danno la direzione della giornata stessa. Il tardo pomeriggio invece di solito mi mette addosso stanchezza e malinconia.

6 – L’arte è ispirazione o applicazione?
Direi 50% e 50%. Ma quando c’è tanta tecnica senza una reale ispirazione alla fine il risultato è solo dell'”artigianato di lusso”. Ovviamente la faccenda risulta essere sempre un delicato (e fragile) bilancio tra estetica ed etica.

7 – Chi eri nella tua vita precedente?
Molto probabilmente rappresentavo una fase cosmica precedente della mia amata gatta Elvira.

8 – Tre qualità che non possono mancare all’artista del Terzo Millennio.
Bisogna essere:
1) antropologi (le arti visive della tarda modernità non sono altro che un fantasmagorico dizionario visuale dell’antropologia);
2) poliglotti (dobbiamo poter capire seriamente anche le sfumature delle altre culture/linguaggi);
3) ottimi cuochi (non si sa mai… e poi è quasi sempre a cena che si fanno gli affari).

9 – Il sogno che non hai ancora realizzato.
Una grande installazione dentro un importante stadio di calcio. Adoro il verde dell’erba e il bianco delle righe. Lo sport e l’arte contemporanea (purtroppo) fino ad ora raramente hanno saputo interagire in maniera interessante e concreta. Mi piacerebbe porvi rimedio.

10 – La bellezza salverà il mondo?
Temo di no. Ci vuole tanto rispetto (è importante perché è sempre reciproco) e un sentito senso di umanità (non si può starne senza, è un “bene primario” prodotto da una sofferta elaborazione morale e culturale collettiva). Poi, magari, viene anche la bellezza.

www.antonioriello.com

Leggi anche: Archivio Pillole d’Arte da #1 a #18

Antonio Riello, PER NON SPARARE DA NESSUNA PARTE, 2017, porcellana e struttura in legno di palissandro, cm 90x140x7. Courtesy Galleria KANALIDARTE, Brescia

 

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