VORNO (LU) | TENUTA DELLO SCOMPIGLIO | Fino al 1 marzo 2026
di VALERIA RADKEVYCH
Non esiste un modo appropriato per spiegare appieno l’influenza della guerra sulla vita di coloro che la subiscono o che muoiono a causa sua. Iconograficamente, la guerra sembra tornare con lo stesso volto attraverso i continenti e i secoli; risuona come una sirena antiaerea e odora di fumo nero e denso che sale dal punto d’impatto di un missile. Offusca i confini e mescola i colori in una foschia monocromatica. Eppure, al di là delle statistiche e dei frammenti appariscenti ma superficiali dei telegiornali serali, si nasconde una moltitudine di storie intime: vite collegate da un mostruoso iperoggetto, ma senza una forma visiva unica e uniforme. L’invasione russa dell’Ucraina, iniziata con la Crimea e il Donbas nel 2014 e intensificatasi su vasta scala nel 2022, avrebbe dovuto concludersi in pochi giorni, “con la caduta di Kyiv”, secondo le dichiarazioni dei funzionari russi. Un oscuro articolo celebrativo già programmato è apparso brevemente su una delle principali piattaforme mediatiche statali russe prima di essere cancellato, ma i suoi screenshot sono stati conservati dagli osservatori ucraini.
Eppure l’Ucraina è ancora in piedi, sostenuta da una linea del fronte in fermento e da un’incertezza quotidiana che si fa sentire ogni ora. La gente ha imparato a vivere un giorno alla volta: lavorando, facendo volontariato o al servizio militare, andando avanti dopo notti insonni di terrore e lutto, tra infrastrutture danneggiate e stanchezza collettiva. Gli artisti cercano di formalizzare l’estrema gravità dell’esperienza bellica in opere che raccontano vite vissute al limite, e questo richiede responsabilità, dignità e senso del dovere. Open Group ci è riuscito per anni, con chiarezza e perseveranza.

Il collettivo attualmente composto da Yuriy Biley, Pavlo Kovach e Anton Varga (che l’autrice di questo articolo ha intervista per il numero #132 di Espoarte, ndr) ha sviluppato un linguaggio di testimonianza concettuale ma profondamente ancorato alla realtà vissuta. Il loro progetto Repeat After Me, presentato per la prima volta nel 2022 e successivamente nel Padiglione Polacco alla 60ª Biennale di Venezia, invitava il pubblico a riprodurre i suoni delle armi che i civili ucraini avevano imparato a riconoscere. L’installazione assomigliava a un “karaoke militare”, dove invece delle canzoni i partecipanti vocalizzavano droni, razzi, mitragliatrici, artiglieria. Agli spettatori veniva chiesto di “ripetere dopo” gli altoparlanti, entrando momentaneamente nella conoscenza incarnata del pericolo. In questo modo, il collettivo ha trasformato la guerra da astrazione a intimità, insistendo sulla testimonianza piuttosto che sullo spettacolo.
Il loro nuovo progetto, Years, realizzato per la Tenuta Dello Scompiglio, a cura di Angel Moya Garcia, estende questa attenzione all’esperienza vissuta attraverso un gesto radicalmente diverso, definito dal silenzio, dalla lentezza e dalla profondità temporale. L’installazione è composta da dodici opere video, ciascuna delle quali mostra una lapide con incisa la data corrispondente alla morte di un volontario o soldato ucraino. Le immagini appaiono statiche, quasi fotografiche, ma nell’arco di dodici ore, dalle 9:15 alle 21:15, la luce cambia, le ombre scivolano, le candele tremolano al crepuscolo, le campane della chiesa suonano in lontananza. L’immobilità dell’immagine è un inganno: il tempo scorre anche quando l’immagine stessa non si muove. Ogni cimitero ha il suo ritmo sonoro e all’interno della mostra tutte e dodici le colonne sonore vengono riprodotte simultaneamente, formando un campo di presenza silenzioso e sovrapposto. Attraverso questa interazione tra immobilità e durata, il passare delle ore fa eco al passare degli anni, a partire dal 2014 e fino ad oggi. L’installazione diventa un paesaggio temporale plasmato dalla guerra, dove gli spettatori si trovano all’interno di un continuum piuttosto che di una sequenza di tragedie isolate.

La struttura di Years è nata da una domanda che è diventata centrale nel lavoro: è possibile tracciare una sequenza reale di connessioni umane nel corso del decennio di conflitto? Gli artisti sospettavano che una rete del genere esistesse tra i primi volontari e attivisti, ma dimostrarne la continuità è stato lungo e difficile. Alla fine, tirando i fili delle connessioni, hanno scoperto che molti dei caduti si conoscevano fin dalla Rivoluzione della Dignità (inverno 2013-2014), attraverso i battaglioni di volontari e gli atti di resistenza condivisi. Ciò ha permesso di costruire una catena ininterrotta di conoscenze che si estende dal 2014 al 2025. La sequenza cronologica delle morti è diventata lo “scheletro” concettuale dell’opera: ogni data è diventata necessaria, ogni vita ha portato il peso di una relazione specifica. Non si trattava di segni intercambiabili di perdita. Erano anelli di una catena umana che la guerra poteva spezzare fisicamente, ma mai cancellare del tutto.
All’interno dell’installazione, tutti gli anni appaiono contemporaneamente, proprio come tutti i suoni si sovrappongono contemporaneamente. Questa simultaneità fa crollare il tempo lineare: la guerra non è mostrata come una progressione di eventi, ma come un campo continuo di esperienza. Lo spettatore non si trova di fronte a uno spettacolo, ma a una durata: dodici ore di luce del giorno che scivolano sulla pietra, dodici anni di guerra condensati in una luminosa immobilità. La disciplina concettuale di Open Group modella la forma con deliberata moderazione. Gli artisti hanno scelto di non drammatizzare o abbellire le immagini. Le cornici quasi identiche, la ripetizione e il rifiuto degli ornamenti riflettono un impegno etico nei confronti della memoria. Nulla si intromette tra lo spettatore e la presenza dei morti. La moderazione diventa una forma di rispetto.

Years è, in fin dei conti, un’opera sulla continuità: la continuità della guerra, della memoria, dei fragili legami umani che persistono oltre la morte. Attraverso mezzi minimi come date, luci e suoni, restituisce presenza a coloro che troppo facilmente diventano numeri. Mostra che dietro ogni data c’è una storia e dietro ogni storia un altro legame umano. In un mondo saturo di immagini di distruzione, l’installazione offre qualcosa di radicalmente diverso: attenzione, lentezza e il silenzioso lavoro della memoria. Chiede agli spettatori di rimanere all’interno di questi anni, di ascoltare, di guardare di nuovo e di tenere saldo il filo che la guerra cerca ripetutamente di recidere.
Open Group (Yuriy Biley, Pavlo Kovach, Anton Varga)
Years
a cura di Angel Moya Garcia
15 novembre 2025 – 1 marzo 2026
Tenuta Dello Scompiglio
SPE Via di Vorno 67, Vorno, Capannori (Lucca)
Orari: giovedì-domenica ore 14.00-18.00, oppure su appuntamento
Nel biglietto è incluso anche l’ingresso alle opere permanenti
Info: biglietteria@delloscompiglio.org
www.delloscompiglio.org



