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Matteo Montani è nato a Roma nel 1972, città dove vive e lavora, si è formato all’Accademia di Belle Arti di Roma e di Urbino ed è stato assistente del maestro Alfredo Pirri per molti anni. Lo incontriamo in occasione della sua personale da Otto Gallery a Bologna.
Le sue parole, anziché limitarlo, arricchiscono il suo lavoro, fatto esclusivamente di pittura ad olio su carta abrasiva montata su tela, dove paesaggi metafisici, lunari e, oserei dire, spirituali, coinvolgono lo spettatore in una sospensione temporale, che è allo stesso tempo un rapimento sensoriale, ancor più di tante installazioni, pretestuosamente interattive, che spesso annoiano con la loro finta cerebralità.


Laura Fanti: Cielo, nubi, aria, azzurro… direi di partire proprio da qui! Conosco il tuo lavoro da un po’ di anni e il tuo uso del blu è costante, ne hai parlato in tante occasioni. Senti che hai da dire qualcosa che non hai ancora detto su questa scelta? E nello specifico nel (sul) blu legato al cielo o, meglio, alla nostra idea di cielo?

Matteo Montani: Fondamentalmente quello che oggi mi attrae di più del cielo è la sua natura naturans, il fatto che sia una scena privilegiata di movimenti e di epifanie continue. Se qualche anno fa ero attratto da un aspetto più segreto, intimo e meno manifesto, ora guardo il cielo come fosse letteralmente un luogo dove accadono miracoli visivi, gli stessi che spero vivamente accadano sulla carta. Quando mi sono accorto che avevo cominciato ad ampliare tutta una serie di gesti e di movimenti nel lavoro, ho capito che stavo attuando una sorta di mimesi, ma non iconografica, bensì nella natura stessa del processo pittorico.

Ma il cielo è anche un’illusione, cielo aperto rimanda all’aria ma sappiamo bene che il cielo è fatto d’altro, se ci avvicinassimo sempre di più al cielo non avremmo più vita… Ti sei rapportato con questa realtà o ti piace pensare ad una visione più “romantica”?
Il cielo in quanto fenomeno fisico rapportato alla luce e soprattutto al buio che da dietro legittima la creazione del blu o celeste, come lo vediamo noi, è sì qualcosa di illusorio ed è lì che inizialmente è partita la mia ricerca totalmente istintiva di un ”attraversamento”. Molti lavori avevano nel titolo la parola “soglia” o “limite”. Altri come Fostèr o il Risveglio usavano esplicitamente l’idea di cielo per significare un’alterità, un altro luogo, probabilmente “alto” ma non ascrivibile al cielo e in quei lavori lasciavo sempre una voragine, una traccia del nero della carta abrasiva, al vivo. Recentemente, in alcuni lavori, quando quel movimento mimetico di cui prima mi ha preso veramente la mano, alcune acrobazie virtuosistiche nate da una forte ingenuità o quasi purezza (della visione, del cercare di rimanere il più aperto possibile agli aspetti epifanici susseguenti alle regole e ai codici che avevo scelto), mi hanno portato ad avvicinarmi molto anche ad un contesto “romantico”, il nero è sparito e si è spalancato un paesaggio a volte vertiginoso.

Il tuo lavoro ha una coerenza interna molto forte e sembrano non interessarti ambiti diversi dalla pittura, è così oppure ci sono media che senti di dover ancora esplorare?
La pittura è anche un modo di guardare il mondo. Non intendo la produzione pittorica in quanto tale, poiché quella è piuttosto il restituire uno sguardo al mondo, semmai. Intendo il famoso concetto di “pensare in pittura” che uno ce l’ha o non ce l’ha. Allora, se hai questo pensare in pittura, potenzialmente, attraverso l’uso delle immagini – di quale natura esse siano – puoi fare di tutto e lavorare con tutto. Io al momento non lo sto facendo, ma non lo escludo affatto, due cose su tutte: la performance e il cinema.

In mostra da Otto Gallery c’è un lavoro diverso da tutti, Quartetto per la fine dei tempi, apocalittico, ma allo stesso tempo un tutto che tutto contiene. Ci puoi raccontare qualcosa su quest’opera?
Già, l’altra cosa è la connessione con la musica e la musica sacra in particolare. Messiaen, l’autore del Quartetto, diceva di vedere i colori legati agli accordi musicali. Non era una balla, li vedeva davvero! Li ha classificati, così come ha classificato i suoni degli uccelli riportandoli nello spartito musicale. In questi anni molte persone incontrando il mio lavoro mi hanno restituito l’impressione di avere a che fare con la traduzione visiva del suono e della musica. Quando ho dipinto il quartetto in parte credo di aver fatto ciò, ma quello che più mi ha mosso è stato il sentimento che quella musica mi ha ispirato. È un sentimento in cui convivono agli estremi gradi la disperazione, la speranza e la grande trascendenza vivificante che da un lato l’Arte e dall’altro le religioni possono portare all’uomo.

La mostra in breve:
Matteo Montani. A cielo aperto
OTTO Gallery Arte contemporanea
Via D’Azeglio 55, Bologna
Info: 051 6449845
www.otto-gallery.it
20 maggio – 30 giugno 2010
Inaugurazione giovedì 20 maggio 2010 ore 19.30

In alto, da sinistra:
A cielo aperto, 2010, olio su carta abrasiva montato su tela, cm 70×94
Quartetto per la fine dei tempi, 2009, olio su carta abrasiva

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