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INTERVISTA DI ALBERTO MATTIA MARTINI
tratta da Espoarte Contemporary Art Magazine n.71

Spesso ci si sofferma sull’importanza e sul conseguente interesse che ne scaturisce, quando un artista riesce ad unire tradizione e ricerca, identità e idee contemporanee: ebbene Marco Mazzoni, nella sua indagine persegue ed incarna proprio questi aspetti. Certamente la base da cui parte l’artista è un’importante ed approfondita tecnica artistica, quello che potremmo chiamare “un dono innato”, poi alimentato, coltivato durante gli anni dell’Accademia e successivamente assiduamente esercitato. Una “tecnica classica”, quella dell’utilizzo delle matite, ma paradossalmente poco utilizzata dai colleghi, è divenuta il suo marchio di fabbrica.
Volti in parte cancellati, privati dei propri occhi e quindi della vista ci costringono ad immergerci nella psiche del personaggio ritratto. Una natura forte, presente, rigogliosa, si impossessa della scena avvolgendo il soggetto umano. Il misticismo, la figura della donna nella storia e la conoscenza che essa aveva delle piante officinali e dei riti. Mazzoni ci racconta tutto questo, ma anche l’assidua ricerca ed attenzione per la contemporaneità e per i nuovi linguaggi, che gli hanno permesso di collaborare con l’importante Jonathan LeVine Gallery di New York.

Alberto Mattia Martini: Vuoi parlarci delle origini del tuo lavoro, quando hai capito di voler fare l’artista?
Marco Mazzoni:
Mio padre era dirigente di una cartiera in periferia di Tortona, mi ricordo dei pomeriggi passati nel suo ufficio mentre lui sbrigava pratiche e controllava i campioni di carta che gli venivano spediti. Per farmi stare tranquillo (e soprattutto, per farmi stare seduto e quindi evitare che scorrazzassi tra macchinari abbastanza pericolosi) mi regalava fogli per la fotocopiatrice che io riempivo di disegni. Passavo intere ore con i pastelli in mano a cercare di raccontare storie illustrate, che poi avrei portato a casa e avrei fatto vedere e spiegato, con dovizia di particolari, a mia madre mentre preparava la cena. Forse è stato quello il momento in cui ho deciso di disegnare.

Nei tuoi primi lavori raccontavi personaggi, che mi sento di definire “assenti”, trasognati, immersi in una sospensione temporale, che diviene introspezione, malinconia, forse disagio ma che al contempo delinea individui dotati di uno sguardo caratteristico di chi non si accontenta di essere osservato e che, a sua volta, pare indagare chiunque gli si prospetti dinanzi.

Erano lavori che tentavano di avere una ragione politica: volevo che il volto raccontasse attraverso cicatrici e rughe una vita e una quotidianità, ho cercato di mitizzare a me stesso l’esatto opposto di quello che si cerca di vendere come volto reale.

I soggetti che ritrai hanno origine da una precedente ricerca fotografica; la prima fase del tuo lavoro parte da una fotografia che scatti direttamente?
Sì. Ho sempre ritenuto indispensabile che la ricerca fotografica fosse fatta direttamente da me. I soggetti dei primi lavori li dovevo conoscere personalmente, invece, nelle ultime opere, lo studio floreale parte dal giardino di mia madre e dai vegetali che lei coltiva: le piante e i fiori che non trovo lì, li cerco sui manuali di botanica e vado a fotografarli nei parchi milanesi, che per quanto se ne dica hanno degli ottimi giardini.

Perché i volti che rappresenti “perdono” spesso alcune parti anatomiche, alcuni organi fondamentali come gli occhi. Perché questa assenza, questo gesto così forte e significativo?
Le parti assenti sono il punto iniziale da cui inizia ogni mio disegno: il centro della composizione.
Nei miei primi esperimenti, cancellare gli occhi voleva in qualche modo descrivere la potenza allucinatoria di alcuni vegetali che rappresentavo.
Oggi, invece, li tolgo perché mi permettono di cancellare il soggetto umano, in questo modo chi osserva la mia opera non può più pensare ad un ritratto, ma quasi ad una natura morta, una composizione dove tutti gli elementi hanno la stessa importanza.

Un’altra caratteristica ricorrente dei tuoi ultimi lavori è la natura: piante, foglie, ma anche farfalle, api, lucertole, lumache, uccelli, tutti elementi che avvolgono il soggetto, interagendo con esso, divenendone quasi parte integrante, un prolungamento, un’estensione del volto, creando una sorta di metamorfosi tra mondo vegetale, animale e uomo.
Il film Last Days di Gus Van Sant prende spunto dalle ultime ore di vita di Kurt Cobain per narrare qualcos’altro. Il film è stato fortemente criticato per questo, ma il reale messaggio del regista, a mio parere, è un altro: se osservi le ambientazioni, noterai un’elevata quantità di verde e di piante, una flora che circonda il cantante per tutta la durata del lungometraggio. Tutto questo rappresenta il messaggio intrinseco del grunge, quel ritorno alla natura, il rifiuto di un certo tipo di società di plastica, l’essere umano in camicia da boscaiolo che riesce a parlare a folle di persone.

Come titolo di un tuo progetto hai scelto Ergot: un fungo che ha proprietà allucinogene e che ha una tradizione molto remota ed interessante, che risale al Medioevo. In sintesi ci spiegheresti qual è la sua storia e da dove nasce questa tua passione per la mistica e l’esoterismo?
Il titolo del progetto non è mio ma di Cristina Artese, difatti la mostra nasceva proprio dall’interazione tra le mie idee e le sue, la pubblicazione che è nata ha più autori e io sono solo quello che ha messo i disegni.
Ho sempre creduto nel crossing over, e cerco di sviluppare il mio lavoro circondandomi di persone capaci di stimolarmi per esplorare o approfondire nuovi mondi.
Più che l’esoterismo, è la mistica che mi ha interessato da sempre, per l’aspetto politico della figura della donna.
Tutto nasce da una mia rilettura del romanzo Dracula di Bram Stoker. Dopo un’attenta analisi quello che vedevo nascosto tra quelle righe non era un romanzo gotico, ma un romanzo moralista, dove la donna era la peccatrice che si lasciava tentare dal male e l’uomo l’essere umano che sconfiggeva quel male con coraggio e con caparbietà e faceva tornare le cose alla sua normalità.
Ho notato in questo una similitudine con il periodo storico in cui le donne venivano mandate al rogo accusate di stregoneria: il sesso femminile è sempre stato considerato pericoloso, e questo ha portato alla cancellazione della società matriarcale e della conoscenza che avevano le donne delle piante medicinali e dei rituali (per quanto arcaici ma proprio per questo affascinanti e degni di nota) che servivano a portare la guarigione.
Un altro mondo e un’altra società sono stati possibili ma noi non abbiamo più gli occhi per vederli.

Una delle gallerie con cui lavori è l’importante Jonathan LeVine Gallery di New York, con la quale parteciperai tra l’altro alla mostra The Emergence of Pop Imagist a Venezia, realizzata in collaborazione con Bonelli Arte Contemporanea. Quando e come è iniziata questa collaborazione?
La mia collaborazione con Jonathan LeVine nasce dalla mostra Summer Invitation Group Exibithion nell’estate del 2010. Ci siamo incontrati a Milano, dopo che lui (LeVine, n.d.r.) si era interessato al mio lavoro dopo averlo visto su internet.
È una grande soddisfazione avere le proprie opere appese sulle stesse pareti dove ci sono state quelle di Shepard Fairey, James Jean, Tara McPherson e Turf One.

Marco Mazzoni è nato nel 1982 a Tortona (AL). Vive e lavora a Milano.

Mostre personali recenti:
2010 – Ergot, Nur Gallery, a cura di C. Artese, Milano

2009 – Corpus picturae, a cura di V. Dehò, Galleria Delle Battaglie, Brescia

Mostre collettive recenti:
2011 – Modern Faboulist, a cura di R. Scarry e
C. Coates, Viewgallery, Bristol
– Direction, Gallery B15, Copenhagen
– New Grotesque, Oratorio di S. Ambrogio, Milano
– Nuova Figurazione Italiana, Chiesa di S. Maria della Rosa, Calvisano, Brescia
2010 – VII Biennale d’Arte Postumia Giovani, a cura di B. Buscaroli, Gazoldo degli Ippoliti, Mantova
– L’immortale nell’arte, le nuove generazioni, a cura di M. Riccioni e A. Ghirardi, Sala dei Provveditori, Salò (BS)
– cARTacea, a cura di A. Morandi, Galleria Delle Battaglie, Brescia
– Summer Invitational Group Exhibition, Jonathan LeVine Gallery, New York
– Sweet Sheets (Moves to Modica), Palazzo della Cultura, Modica
– Petit Veritè, a cura di A. Zanchetta, Galleria il Castello, Trento
– Il Canto degli Alberi, Federico Rui Arte Contemporanea, Milano
– Omaggio a D’Annunzio, a cura di G. B. Guerri, Vittoriale degli Italiani, Gardone Rivera (BS)

Eventi in corso:
The Emergence of Pop Imagist

a cura di J. LeVine e G. Bonelli

Scuola dei Mercanti, Campo Madonna dell’Orto

Cannaregio, Venezia

2 giugno – 15 settembre 2011

Gallerie di riferimento:
Bonelli Arte Contemporanea, Mantova (in esclusiva per l’Italia)
Gallery B15, Copenhagen (Danimarca)
Jonahan LeVine Gallery, New York (USA)

Dall’alto:

“Huitzopochti”, 2011, matite colorate su carta, cm 25×25. Courtesy View Art Gallery, Bristol
“Xtsy”, 2011, matite colorate su carta, cm 25×25. Courtesy Bonelli Arte Contemporanea, Mantova
“Menade”, 2011, matite colorate su carta, cm 25×30. Courtesy Jonathan Levine Gallery, NY

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