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ROMA | smART – polo per l’arte | 12 febbraio 2019 – 26 luglio 2019

di JACOPO RICCIARDI

In genere nell’arte del passato, e in molta arte contemporanea, la mente porta su de sé la fissità dell’univocità della realtà materiale, per così dire di un solo nome alla volta.
Ludovica Carbotta lavora ancora con la realtà materiale, la sdoppia nella finzione di un altrove pensato, una città per una sola persona, Monowe, che è un fac simile in quanto a percezione reale e materiale, ma che indaga in modo inedito, ossia con una misurazione più specifica, maggiormente dettagliata. Ma non è al mentale che lei accede, bensì a una versione di dettagli di misura e di comportamento che sono ancora quelli vecchi e quotidiani della realtà materiale. La Carbotta allarga l’orizzonte intorno all’individuo, lo isola e gli dà una maggiore libertà di riconfigurarsi nel luogo, di riprogrammarsi, di definirsi, di considerarsi, di interpretarsi, ma siamo sempre nell’ambito di un’osservazione clinica, scientifica, univoca, oggettivizzante, egocentrica. Anche se l’egocentrismo della Carbotta è residuale poiché diluito nell’ampio spettro delle percezioni di un proprio mondo solitario, quindi senza costrizioni altrui.

Ludovica Carbotta, Monowe (the residence, the lodge, the shelter), veduta dell’installazione alla Fondazione smART, Roma, 2019. Progetto esecutivo Orizzontale. Foto di Francesco Basileo. Courtesy l’artista e Fondazione smART Roma

Ludovica Carbotta si affaccia all’esigenza di una ritrovata energia, di uno slancio, di un vigore autonomo, di desiderio che vada oltre, ma resta ancorata a una visione oggettiva dell’individuo solo, che non ha ancora deciso come chiamarsi, a cui è concessa la sola libertà di una città tutta per sé. L’individuo presentato dalla Carbotta e con cui lo spettatore-visitatore si confronta, anche impersonandolo, non supera mai la consapevolezza della sua prigione razionale, e seppure costituito da un ego ai minimi termini, animato di più libertà e quasi mai da egoismi, non sa vedere il salto necessario di un individuo che pesca da se stesso abbandonando il mondo della realtà materiale.
Nel momento in cui la città della Carbotta ha un nome, e il personaggio che abita la città è in attesa di darselo, tutti i suoi sforzi non possono essere altro che rivolti all’assottigliamento del profilo di questi, come una riabilitazione alla vita per un carcerato che ritorni al mondo.
Carbotta ha però il vantaggio di costruire un percorso conoscitivo che abiti gli spazi della materia, nei luoghi. Noi siamo compresi nella città, compresi negli ambienti della città, musei, abitazioni, ed altro. L’artista non accentra l’attenzione su un fulcro che andrebbe a rafforzare l’ego in un riconoscimento estetico di forza (accade in Eva Rothchild per la quale ogni scultura è un’epifania dello spazio vivibile). Per la Cardotta nessun contrasto tra nero e colore; i toni delle installazioni sono chiarissimi beige, legno naturale, grigio, bianco.

Ludovica Carbotta, Monowe (the residence, the lodge, the shelter), veduta dell’installazione alla Fondazione smART, Roma, 2019. Progetto esecutivo Orizzontale. Foto di Francesco Basileo. Courtesy l’artista e Fondazione smART Roma

Gli unici colori appartengono a oggetti predefiniti come corde o piccole ruote, oggetti che sono causa ed effetto di una dinamica che visita e che misura con circospezione l’ambiente ricreato da quello reale dello stabile del museo, della galleria, della casa che ospita l’installazione (i grovigli di corde sono attaccati ai muri dell’ambiente originario; scendono da lì fino al pavimento; le ruote stanno su ogni lato di una specie di carrello sul quale l’abitante della città può salire e muoversi tirando quelle corde). Quindi l’artista crea una realtà materiale, la sua città, con il minimo di materiale possibile, come se fosse una “realtà materiale diminuita” che si trova in rapporto con la realtà materiale altisonante che contorna la nostra quotidianità. Questo apparire sottovoce del materiale, non è un decostruirsi, ma appunto al contrario un costruirsi più lento che dona a questa materia utilizzata la valenza di uno spazio che si trova contenuto in un altro spazio come fossero due opposti, o meglio due estremi.
Ecco allora perché il binocolo misura una distanza più dilatata e ci cattura con il suo silenzio che è lente e maggiore concentrazione, corrispondente alla creazione di più spazio nello spazio. A terra i segni tridimensionali di cemento delle mura della casa sono abitati anch’essi poiché in una sezione spunta dal basso la punta di un gomito e un pezzo di braccio chiuso.

Ludovica Carbotta, Monowe (the residence, the lodge, the shelter), veduta dell’installazione alla Fondazione smART, Roma, 2019. Progetto esecutivo Orizzontale. Foto di Francesco Basileo. Courtesy l’artista e Fondazione smART Roma

C’è, quindi, nell’opera della Carbotta, da parte dello spettatore, un’immedesimazione che è un lavoro di risveglio delle proprie percezioni rendendole più specifiche, abituandole a condizioni materiali diverse. Si crea nell’insieme di queste molteplici percezioni una storia inedita, un’inedita narrazione trovata nella realtà materiale che, qualora venga vissuta con costanza e dedizione in tutti i suoi luoghi e anfratti, abbassa l’ego di un individuo capace di affrontare la sua vicenda Storica. C’è un che di avventuroso nell’interpretare i luoghi, nel riconoscere le parti e i ruoli dei vari ambienti e oggetti.

Ludovica Carbotta, Monowe (the residence, the lodge, the shelter), veduta dell’installazione alla Fondazione smART, Roma, 2019. Progetto esecutivo Orizzontale. Foto di Francesco Basileo. Courtesy l’artista e Fondazione smART Roma

Se nella realtà materiale siamo abituati a spostarci tra due punti distinti e a fare di uno spostamento una successione di tappe (da qui anche il fascino della Rothchild sopra citata) la Carbotta pur distinguendo i vari ambienti e pur riempiendoli di oggetti di generi diversi, non afferma mai il contenuto o la presenza, ma tratta il tutto subordinandolo all’interpretazione, all’osservazione attenta, cosicché si riconosce la camera da letto e il letto, ma esso è costituito in maniera tale (il suo colore blu elettrico in una forma quadrangolare stratificata di materiale sintetico in cui un ampio foro a stelle ruotate mostra sul fondo un pezzo di corda da scalata e un “mattarello” modellato alle estremità con dita forse) che l’incertezza fa percorrere le mille strade dell’individuazione di una condizione, facendo sì che questa molteplicità si sostituisca alla riconoscibilità.

Ludovica Carbotta, Monowe (the residence, the lodge, the shelter), veduta dell’installazione alla Fondazione smART, Roma, 2019. Progetto esecutivo Orizzontale. Foto di Francesco Basileo. Courtesy l’artista e Fondazione smART Roma

Si deve cercare continuamente di riprendere le fila del luogo per comprendere cosa accade e dove ci si trova: questa città e ogni ambiente di essa sono continuamente ricostruiti da una lotta personale, che è naturale, piacevole anche, per la comprensione, che si sposa bene con l’armonia della ricerca che è alla base del comportamento umano che è sempre sociale, anche se isolato; e anzi l’isolamento offre una maggiore dedizione a questa ricerca, dandogli più tempo, anzi tutto il tempo necessario, anzi un tempo interminabile, che corrisponde all’essere umano e al suo bisogno di individuare il proprio ruolo nell’ambiente.
Ludovica Carbotta ci insegna, vivendo a fondo la sua creazione, il beneficio di un comportamento morale e etico seguendo la traccia di un percorso continuamente ritrovato nel luogo, e riconosciuto in ogni parte di esso e in ogni movimento al suo interno.

Ludovica Carbotta, Monowe (the residence, the lodge, the shelter), veduta dell’installazione alla Fondazione smART, Roma, 2019. Progetto esecutivo Orizzontale. Foto di Francesco Basileo. Courtesy l’artista e Fondazione smART Roma

P.S. Dopo la personale negli spazi della Fondazione smART – polo per l’arte, il 15 aprile inaugura un nuovo capitolo del progetto Monowe, con una personale dell’artista presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.

 

LUDOVICA CARBOTTA. Monowe (the residence, the lodge, the shelter)
a cura di Ilaria Gianni
in collaborazione con il collettivo di architetti Orizzontale

12 febbraio 2019 – 26 luglio 2019

smART – polo per l’arte
Piazza Crati 6/7, Roma

Info: +39 06 99345168
esposizioni@smartroma.org
www.smartroma.org

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