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Intervista a FRANCESCO URBANO RAGAZZI di Corinna Conci


“La pace non è la quiete, è piuttosto l’accoglienza dell’irrequietezza.”

Chandra Livia Candiani

Questa è la tua pace, Chiara.

 

Creare soluzioni immaginarie, offrire dispositivi alterati per giocare una partita con la cultura, prenderla alle spalle, di sorpresa. Rispondere all’organizzazione con un altro sistema di organizzazione, che prevede un apparente caos, ma nasconde altrettante regole. Avere paura. Provare rabbia. Vincere. Esistono discorsi che assumono velocità inconcepibili attraverso il pensiero. Tutto poi si traduce nei pochi istanti di un gesto, espressioni facciali e movimenti del corpo, oppure nelle mani che strappano la carta posizionandola con precisione nei collages. Il materiale conserva il ricordo del tocco dell’artista, e chi guarda, sente. Sente e non dimentica. “Chi non è capace di spaventarsi non sarà mai un grande artista” sosteneva Carmelo Bene. E l’emozione passa attraverso l’opera, lo spettatore ne è in balia. Non si scordano le affilate ambivalenze poste sullo stesso piatto, una voce di violenza ma che vuole proteggere ciò che resta della rapina di qualcosa di suo.
La sensibilità è altra cosa dall’intelligenza, ma alcuni possiedono sia l’una che l’altra. Significa la possibilità di costruire risposte articolate e imprevedibili ai costanti stimoli che colpiscono la propria percezione. Il vissuto può essere sentito attraverso diversi canali, ma solo tramite alcuni si scorgono configurazioni inimmaginabili. Il lavoro di Chiara Fumai è una chiave che apre scenari accessibili a chi conosce la serratura corrispondente. Panoramiche umane terrificanti e sublimi, fanno emergere chi comanda e chi è nel silenzio, l’attività e la passività, la coercizione e la parte oppressa da essa. Dentro la spirale della pancia del re Ubu si concentra il potere: nelle opere di questa artista riecheggiano le gesta irriverenti del sovrano patafisico, che con metodi cattivi raggiunge un trono che poi non è in grado di gestire. Così, quella di Chiara Fumai, è la critica grottesca ad un potere ottuso, ingordo, maschile, avido, pieno di crepe, nelle quali insinua dubbi sulla stabilità della struttura politica/sociale, ridicolizzandola.

Installation view of Chiara Fumai: LESS LIGHT, 2019. Photo by Martin Parsekian. Image courtesy of the International Studio & Curatorial Program, The Church of Chiara Fumai and Guido Costa Projects.

Ma il suo lavoro non è solo una chiave che apre porte, ma anche una chiave di lettura che propone diverse interpretazioni di fatti della memoria ontogenetica e filogenetica. Così dalle nostre vicende emerge un’altra trama, dal sapore di un piatto del quale non si comprende subito tutti gli ingredienti. «L’assurdo esercita lo spirito e fa lavorare la memoria» scriveva Alfred Jarry fondando così la scienza delle soluzioni immaginarie. Questo modo di concepire la supremazia del pensiero per il raggiungimento di uno stato conoscitivo oltre la realtà, avvicina il processo di Chiara a quello dei grandi surrealisti. Una critica alla razionalità che convive nelle sue opere con un senso del controllo, raccontato dalle camicie allacciate fino all’ultimo bottone sul collo, nessuna pudicizia piuttosto rigore. Una precisione infinitesimale nella costruzione del suo mondo, esterno ma anche interno, utile per mettere in ordine i pezzi del puzzle. Un lavoro che risulta un Mash up, a volte brutale a volte faceto, svelante sincronie impensabili che improvvisamente combaciano, evidenziando le assurdità delle cose della vita. E così Eusapia Palladino (La donna delinquente, 2011) viene presentata come un’artista che performò in tutto il mondo sedute spiritiche, capace di mettere in crisi la Scienza e i suoi valori con i suoi trucchi.
Le potenzialità immaginative non hanno limiti, superano i concetti di cultura e il lavoro di Chiara è stato creato per dimostrarlo. Perché se c’è un modo per esserci sempre, è attraverso idee immortali.
LESS LIGHT, la mostra personale di Chiara Fumai all’ISCP – International Studio and Curatorial Program di New York, è la prima dedicata al lavoro dell’artista negli Stati Uniti e l’ultima a precedere il Padiglione italiano alla Biennale di Venezia. Il progetto espositivo, aperto fino al 17 Maggio, è curato da Kari Conte e Francesco Urbano Ragazzi, direttore dell’Archivio Chiara Fumai dell’Associazione “The Church of Chiara Fumai”, l’organizzazione che si occupa dell’archivio e dell’opera dell’artista. Il duo curatoriale ci racconta la costruzione di LESS LIGHT attraverso la profonda conoscenza del lavoro di Chiara Fumai, fatta di professionalità e affettività.

Installation view of Chiara Fumai: LESS LIGHT, 2019. Photo by Martin Parsekian. Image courtesy of the International Studio & Curatorial Program, The Church of Chiara Fumai and Guido Costa Projects.

Nel 2012 Francesco Urbano Ragazzi sposa Chiara Fumai.
Non abbiamo avuto la possibilità di ritualizzare la nostra relazione, ma abbiamo di fatto vissuto un rapporto di scambio e di solidarietà che aveva tutte le caratteristiche di un vincolo matrimoniale. Tutto era partito da una richiesta che Chiara ci aveva fatto nel contesto di una sua mostra: guidare un tour di collezionisti attraverso le sue opere, presentandoci entrambi come suo marito. L’intenzione di Chiara era quella di misurare la credulità delle persone. E in effetti molte di quelle persone credettero che fossimo sposati davvero tutti e due con lei, nonostante l’evidente impossibilità. Questo rientrava nel suo modo di pensare la performance come momento di tremolio della realtà.

Il dubbio tra vero e falso, la dicotomia tra giusto e sbagliato, bello e brutto, buono o cattivo. Chiara ha indagato concetti come il paradosso e il conflitto…
In un’intervista ci disse “La verità è una sfera, la verità è rotonda” per significare che la contraddizione è la forma della vita umana. Questo è sempre tornato nei suoi lavori, una visione dialettica del mondo dove non esiste una sola versione dei fatti o una verità data una volta per sempre. Anche la sua stessa identità come artista è riconoscibile in tutte le sue opere, pur essendo sempre qualcun altro, parlando con le parole di qualcun altro e avendo l’aspetto di qualcun altro. La base del suo lavoro è l’idea di identità contraddittoria. È un modo per considerare anche i meccanismi della credenza, per decostruire i linguaggi dell’ideologia che sono fondati su un’idea univoca della verità.

Installation view of Chiara Fumai: LESS LIGHT, 2019. Photo by Martin Parsekian. Image courtesy of the International Studio & Curatorial Program, The Church of Chiara Fumai and Guido Costa Projects.

La medianicità, il Freak show, il terrorismo sono temi della sua ricerca usati per mettere in discussione, attraverso pensieri rivoluzionari, il punto di vista maschile dal quale ci sono state raccontate la maggior parte delle storie del mondo. Mi disse “Sono stati i movimenti femministi a permettermi di diventare un’artista e farne una professione, non i grandi filosofi sistematici. È giusto ogni tanto mostrare la propria riconoscenza”. Questa prospettiva femminile è stata molto importante nel suo lavoro…
È stata assolutamente centrale. Spesso diceva che gli uomini non sono al centro della sua opera, che non li riguarda. Il suo lavoro è piuttosto un tributo di riconoscenza a pensieri radicali di donne come Rosa Luxemburg e Valerie Solanas, che nelle sue performance lei cita assolutamente alla lettera. Tutto il suo lavoro è stato incentrato sul dare attenzione a discorsi femministi di donne che sono state messe da parte nella storia, come Valerie Solanas che è ricordata solo per aver sparato a Andy Warhol e non per il suo brillantissimo stile di invettiva. Tutte le opere di Chiara sono un modo di essere riconoscente a discorsi di liberazione.

La vostra profonda conoscenza del lavoro di Chiara ha fatto sì che sceglieste, per la sua prima personale negli U.S.A., due sole opere che dialogano tra loro: Dogaressa Elisabetta Querini, Zalumma Agra, Annie Jones, Dope Head, Harry Houdini, Eusapia Palladino read Valerie Solanas (2012-13) e The Book of Evil Spirits (2015). Perché questa decisione?
Proprio perché si tratta della prima personale di Chiara in America abbiamo pensato a due opere che in qualche modo riassumessero la sua pratica, che è performativa anche quando l’artista non è presente. Si può dire che il lavoro di Chiara Fumai è basato su un processo di citazione e vandalismo della sua stessa opera. Per esempio la pratica del collage le è servita come una sorta di sceneggiatura per le sue performance; dalla performance si sono generati dei video slegati dal momento live che esistono come opere completamente autonome e così via. In generale, il lavoro di Chiara è sempre stato fondato su una sorta di auto citazione, dove l’opera non è mai finita e i suoi personaggi tornano sempre in più momenti: Zalumma Agra, Annie Jones, Eusapia Palladino non l’hanno mai abbandonata durante la sua vita e durante la sua carriera. Ci è sembrato che queste opere rappresentassero bene la pratica di continuo ritorno sul proprio lavoro.

Chiara Fumai, The Book of Evil Spirits, single channel video, col., 26.25 min., 2015.

Chiara è stata in grado di portare l’occulto nel mondo dell’arte senza privarlo di mistero e dignità, rispettandolo, senza renderlo puro spettacolo pur sottolineandone la parte grottesca. Per farlo ha offerto molti e diversi livelli di lettura di questo sistema…
The Book of Evil Spirits (2015) si presenta come una Ouija Board, un pannello esploso dedicato alle sedute spiritiche. Chiara studiava libri molto ricercati e dettagliati su questo argomento, ma portava anche in scena qualcosa che sembrava rimanere nell’ambito del parodico. Mescolava nel suo discorso conoscenze molto alte a nozioni basiche: c’è chi si ferma a un livello più superficiale e chi riesce a cogliere i segnali nascosti, sentendosi invitato a studiare per progredire. Poi spesso viene sottovalutato che gran parte del lavoro di Chiara ha una radice comica. Non c’è solamente l’occultismo, la critica istituzionale, il femminismo radicale, ma anche l’irriverente presa in giro dei sistemi meccanici di pensiero. La scrittura automatica che compare nella serie di collages sembra dirci che le parole sono arrivate all’artista attraverso una sorta di possessione: ovviamente non è così, ma in un certo senso è anche così. Quei segni e quei testi appartengono al rimosso della storia dell’umanità che come uno spettro si aggira nel tempo presente in cerca di pace o di un’eterna rivolta.

The S.C.U.M. Elite (2014) as performed in the exhibition Chiara Fumai: LESS LIGHT. Photo by Manuel Molina Martagon. Image courtesy of the International Studio & Curatorial Program and The Church of Chiara Fumai.

Il lavoro di Chiara è stato da pochi giorni presentato al Padiglione Italia della 58. Biennale di Venezia con un progetto postumo inedito. Farronato ha dichiarato che la mostra “mette in scena l’impossibilità di ridurre l’esistenza a un insieme di traiettorie pulite e prevedibili, cercando piuttosto di evocare la non-linearità, il dubbio, la transitorietà e l’intuizione come strumenti ineludibili del sapere umano”, un tema affine ai concetti dell’opera di Fumai. Cosa pensate dell’idea di portare il suo lavoro in questo contesto e in questo formato?
Credo che questo sia un modo per affermare la vitalità di Chiara Fumai. Pensarla come un’artista viva è importantissimo, centrale. Quello che ha in mente Milovan è di tenere fede alla sua attitudine performativa, con la possibilità di riattivare delle opere riadattandole al contesto e inserendole in un percorso labirintico dove risuona fortemente l’attitudine dell’artista. Il grande wall drawing in mostra a Venezia è stato un sostrato importante del discorso curatoriale che Milovan ha sviluppato in questi anni insieme a Chiara, ben prima di Venezia. L’opera, concepita e realizzata nel dettaglio tra il 2016 e il 2017 in stretto dialogo con il curatore, è stata esposta solo brevemente proprio sui muri dell’iscp di New York mentre Chiara era in residenza, ed è poi stata cancellata. Il Padiglione, nello spirito di Chiara, diventa allora il luogo dove questa storia non si cancella.
Allo stesso modo per Less Light abbiamo voluto ripresentare l’opera S.C.U.M. Elite che aveva visto la luce una sola volta al MAXXI nel 2014 in occasione di una maratona di tutte le performance di Chiara Fumai intitolata The Show Which Is Also Falsely Called Breaks. Con Chiara avevamo deciso di far presidiare lo spazio espositivo da dei guardiani speciali: un gruppo di donne munite di pistole e passamontagna. Il gruppo della “S.C.U.M. Elite” si aggirava indisturbato per le sale del Museo ed era una visione magnifica nella sua minacciosa leggerezza. Riproporre a New York questo lavoro ha implicato tutta un’altra sensibilità nel rapporto con le armi da fuoco e, di conseguenza, tutto un altro peso dell’atto performativo. Abbiamo dovuto dichiarare preventivamente al pubblico la presenza delle pistole e il fatto che fossero finte. Quando ci siamo resi conto che l’opera stava diventando un caso, abbiamo capito che era essenziale realizzarla e che Chiara era con noi.

Chiara Fumai, Padiglione Italia Biennale Arte 2019, ph. Irene Fanizza

Chiara Fumai: LESS LIGHT
a cura di Francesco Urbano Ragazzi e Kari Conte

12 febbraio – 17 maggio 2019

ISCP
1040 Metropolitan Ave, New York 11211

Info: https://iscp-nyc.org/

www.chiarafumai.com

www.neithernor.it

The S.C.U.M. Elite (2014) as performed in the exhibition Chiara Fumai: LESS LIGHT. Photo by Manuel Molina Martagon. Image courtesy of the International Studio & Curatorial Program and The Church of Chiara Fumai.

 

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