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VENEZIA | 56. Esposizione Internazionale d’Arte |  9 maggio – 22 novembre 2015
#biennalevenezia2015 #venezianews

di Luca Bochicchio

Un po’ di tempo fa prima di leggere l’intervista di Francesco Bonami a Okwui Enwezor, curatore della 56. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (“La Stampa” 1 marzo 2015), un mio caro amico artista e fotoreporter mi ha raccontato del suo recente viaggio a Londra, durante il quale ha potuto documentare il quotidiano pellegrinaggio alla tomba di Karl Marx (soprattutto da parte di Cinesi), nel cimitero Highgate. Una devozione, mi dice Gino Russo, analoga a quella tributata anno dopo anno alla casa natale dell’economista, a Treviri, in Germania.

Tomba di Karl Marx nel cimitero Highgate, Londra. Courtesy Gino Russo 2015

Il progetto di Enwezor per questa Biennale, All the World’s Futures, ha interrogato ancora una volta gli epocali studi di Marx, a partire da Il Capitale (1867) e dal meno famigerato Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte (1852). Il curatore sottolinea l’attualità dell’analisi di Marx nella nostra condizione attuale, e cita ad esempio le nuove critiche suscitate da Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty (2013). La concentrazione delle risorse finanziarie è elemento distintivo del potere, costante di gran lunga precedente e determinante rispetto ad altri capisaldi sociali moderni, quali la libertà d’espressione, che Enwezor considera da molti e da molto tempo messa in discussione, senza dover necessariamente ricordare neppure implicitamente i recenti fatti di Parigi e Copenhagen.
Gli studi rivoluzionari di Karl Marx rappresentano soltanto uno dei tre “filtri” messi a disposizione degli artisti invitati alla 56° Biennale di Venezia. Gli altri filtri sembrano farsi carico della consapevolezza storica del valore epico e analogico (oltre che simbolico) che una rassegna globale di tale calibro assume nel pieno svolgimento dei conflitti e delle dinamiche sociali attuali.
I Giardini della Biennale, con i loro padiglioni nazionali ben distinti e sparpagliati ma ansiosi di partecipare a quell’unico spettacolo, vengono visualizzati da Enwezor come una sorta di layout spazio-temporale, una “time machine”: vuoti a rendere di una storia sociale che, dall’inizio del XX secolo, si è riflettuta e confrontata ciclicamente in questa esposizione artistica globale. Il filtro del giardino del disordine ci ricorda come il progetto di Enwezor muova dalla coscienza dell’enorme diffusione ed esplosione di conflitti ad ogni livello. Così come l’immagine d’apertura del suo concept, Angelus Novus di Paul Klee (1920), il curatore si volge indietro, a interrogare i tanti momenti di crisi nei quali e dai quali gli artisti hanno trovato energie, motivazioni e materia per inventare e creare visioni che hanno poi conquistato il futuro. Enwezor appare consapevole che la Biennale di Venezia costituisce un medium straordinario, da utilizzare fino in fondo, e ricorda un’edizione in particolare che ha parlato chiaramente di politica e conflitti in pieno svolgimento: la Biennale del 1974, con il suo coro a più voci contro il golpe in Cile. Pochi anni dopo ci sarebbe stata anche la Biennale del dissenso, focalizzata sulla situazione nei Paesi dell’Est Europa. Secondo il curatore, oggi ci troviamo ancora una volta in una condizione di fratture e conflitti globali, della quale gli artisti possono dire e registrare moltissimo.

Okwui Enwezor, Direttore del settore Arti Visive – la Biennale di Venezia ECuratore della 56. Esposizione Internazionale d'Arte All The World's Futures. Foto di Max Geuter

In Arte e Anarchia, Edgar Wind ammetteva non esserci prova del collegamento tra frantumazione politico-sociale e sperimentazione artistica; tuttavia riconosceva come due momenti di massimo splendore artistico, la Grecia classica e l’Italia rinascimentale, coincisero con una profonda crisi politica. Lo studioso notava pure come nel momento in cui scriveva (era il 1960), le mostre d’arte invadevano i musei mondiali come mai prima di allora. Wind metteva in guardia da quella che lui riteneva essere una proliferazione di grandi eventi: se è vero che a una maggior diffusione corrisponde sempre una minor densità, allora anche l’arte può perdere la sua efficacia nel penetrare le coscienze quando viene sovraesposta.

Centoventi anni dalla prima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia non sono passati invano, ed Enwezor si prepara all’inaugurazione della sua Biennale ribadendo la serietà necessaria nell’affrontare una mostra come quella di Venezia. Credo quindi che la “consapevolezza” possa rivelarsi la chiave di volta dell’approccio curatoriale di quest’anno. Okwui Enwezor non si nasconde tra fitte fronde teoriche, ma ne sfoltisce l’intrico per usare concretamente ciò che gli serve a calarsi, con il suo esercito di artisti, “nel contesto sociale e politico del momento”. Questa priorità, egli dichiara, viene prima anche dell’obiettivo più comune nelle esposizioni, quello di “creare una differenza”; la Biennale di Venezia è molto più di una normale mostra: essa può e deve avere un significato storico, politico e sociale. Tutto questo non cela la curiosità di Enwezor nei confronti della relazione tra artisti, opere e contesto; perché l’esposizione – egli ricorda – in fondo è un palcoscenico che ospita una grandissima performance collettiva: “se gli artisti sono dalla tua parte e credono in te e nelle tue idee, cose sorprendenti ed eccitanti possono accadere”.

Info: +39 041 5218 – 846/716
infoartivisive@labiennale.org
www.labiennale.org

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