VENEZIA | Galleria Barovier&Toso | Fino al 18 luglio 2026
di FRANCESCA DI GIORGIO
A dieci anni dalla sua partecipazione alla Biennale di Venezia, Ibrahim Mahama (era la 56. edizione dell’Esposizione Internazionale d’Arte del 2015, sotto la direzione artistica del nigeriano Okwui Enwezor, dal titolo All the World’s Futures), torna nella città lagunare con un nuovo progetto. Se nel 2015 aveva attraversato l’Arsenale con un’imponente installazione di sacchi di juta, trasformando uno dei luoghi simbolo della Biennale in un ambiente immersivo dedicato alle geografie del commercio globale, oggi l’artista ghanese sceglie una dimensione più raccolta e intima.
Fino al 18 luglio, il pop-up della Galleria Barovier&Toso a Dorsoduro ospita A Shea Garden, progetto realizzato in collaborazione con Apalazzogallery di Brescia, in cui Mahama mette in dialogo la tradizione ceramica del nord del Ghana con l’antica arte del vetro di Murano.

Nato a Tamale nel 1987 Mahama ha costruito la propria ricerca attorno ai materiali che attraversano le economie globali: sacchi di juta, traversine ferroviarie, carbone, elementi apparentemente marginali che diventano strumenti per leggere le dinamiche del colonialismo, del lavoro e delle infrastrutture economiche.
La sua affermazione internazionale coincide proprio con la partecipazione alla 56. Biennale di Venezia del 2015, dove presentò Out of Bounds, un intervento installativo all’interno del Troncone dell’Arsenale. L’opera trasformava il percorso espositivo in una sorta di corridoio tattile composto da centinaia di sacchi di juta cuciti insieme, materiali che avevano già trasportato cacao, riso, mais e carbone lungo le rotte commerciali del Ghana.
Ogni sacco conservava cuciture, strappi, marchi commerciali e nomi dei proprietari, diventando archivio vivente di storie individuali e collettive. Attraverso questi tessuti logorati Mahama rendeva visibili le infrastrutture invisibili del commercio mondiale e le persistenze delle economie coloniali all’interno della contemporaneità. L’opera introduceva nel cuore della Biennale una materia ruvida e carica di memoria, obbligando il visitatore a confrontarsi con il peso fisico e simbolico della circolazione delle merci.

A Shea Garden rappresenta oggi un’evoluzione coerente di quella ricerca. Questa volta l’artista prende come punto di partenza i tradizionali recipienti in argilla utilizzati nel nord del Ghana per conservare il grano, il burro di karité o per alimentare il pollame. Oggetti umili, profondamente intrecciati alla quotidianità delle comunità rurali, che custodiscono una memoria fatta di pratiche agricole, saperi femminili e trasmissione generazionale.
Grazie alla collaborazione con i maestri vetrai di Barovier&Toso, queste forme vengono traslate nel vetro di Murano. Il passaggio da un materiale opaco, poroso e segnato dall’uso a uno trasparente e fragile modifica radicalmente il significato degli oggetti. I contenitori perdono la loro funzione originaria e diventano involucri vuoti, quasi reliquie di una memoria che sopravvive soltanto nella forma.
Il titolo della mostra, Un giardino di karitè rimanda all’albero del pianta (Vitellaria paradoxa), risorsa fondamentale dell’ecosistema della savana ghanese. Dalle sue noci si ricava il burro di karité, alimento, medicina e bene di scambio la cui raccolta e lavorazione è tradizionalmente affidata alle donne. Anche questo riferimento conferma l’attenzione di Mahama per quelle economie quotidiane spesso esclissate dalla grande narrazione della globalizzazione, ma essenziali nella costruzione dell’identità culturale delle comunità.

Anche la storica tradizione vetraria veneziana vive oggi una condizione di fragilità, stretta tra l’aumento dei costi produttivi, la trasformazione del mercato e la progressiva perdita di competenze artigianali. Mahama mette così in relazione due patrimoni apparentemente lontani – quello della ceramica popolare ghanese e quello del vetro muranese – mostrando come entrambi siano il risultato di sistemi economici, sociali e culturali continuamente ridefiniti dagli scambi globali.
A Shea Garden si collega ad un altro spazio espositivo adiacente al “giardino di terrecotte e vetro”, un’unica sala ospita collage e Polaroid, tutti realizzati appositamente per questo progetto. Qui le grandi polaroid, evoluzione recente nella pratica dell’artista e parte del “20×24 Polaroid Project” − un’iniziativa della Polaroid Foundation nata per portare la Polaroid 20×24, la fotocamera istantanea più grande del mondo (alta 2 metri e pesante oltre 240 libbre), in giro per il globo − sono appese alle pareti insieme a collage realizzati con antiche mappe locali dove, ancora una volta, al centro del lavoro ci sono artigiani e comunità locali.

IBRAHIM MAHAMA: A SHEA GARDEN
Galleria Barovier&Toso in collaborazione con Apalazzogallery
4 maggio – 18 luglio 2026
Galleria Barovier&Toso
Rio Terà de la Carità 1046, 30123 Dorsoduro, Venezia
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