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GENOVA | GUIDI&SCHOEN Arte Contemporanea | 6 maggio – 2 luglio 2022

Intervista a PIERPAOLO KOSS di Viviana Siviero

Una mostra attuale e potente, che attira il visitatore con una falsa promessa di retorica che si dimostra invece essere estetica tipica di un certo luogo e di un certo tipo di potere. Dal momento stesso in cui si varca la porta della galleria, nessuno più è al sicuro: la realtà passa attraverso gli occhi per addentrarsi nelle profondità delle viscere e costringe lo spettatore ad una riflessione fitta e profonda a partire da un tema incandescente. PierPaolo Koss (Border_No_Border 1992/2022, a cura di Paola Valenti) con le sue opere – fotografie, installazioni e video – presenta negli spazi della galleria genovese Guidi&Schoen, una serie di opere storiche che hanno come estetica predominante una fotografia della Russia che risale la corrente della storia fino ad individuare le radici del presente. E non si ferma a questo, il tema si focalizza su  una realtà storico geografica ben precisa definita e conosciuta, ma l’idea si espande ad una dimensione più generale ed importante, focalizzandosi sui confini, labili, eppure fendenti e traboccanti come la ferita di una lama su un corpo; frontiere che non sono solo quelle alla ribalta della cronaca, così come non c’è solo una dittatura ma ce ne sono tante, diverse ma in fondo tutte uguali. Si tratta di una serie di riflessioni fra corpo politico e corpo sociale che si ripropongono in nuove declinazioni; lo sguardo intelligente e penetrante di un artista da sempre impegnato ad osservare i totalitarismi dall’interno, a partire dalla Cina, passando per la Corea del Nord fino a giungere alla Russia, suo paese elettivo.

PierPaolo Koss, Boots on Border, 1992, veduta della mostra Border_No_Border 1992/2012, Guidi&Schoen Arte Contemporanea, Genova

Le frontiere tracciate nelle tue opere si palesano come segni astratti ed inutili ma contemporaneamente anche come margini invalicabili. A volte fratture altre volte argini che fanno sì che gli spazi sociali di corpi traboccanti vi si modellino attorno. C’è tanto in questa mostra: di cosa stiamo parlando esattamente? Perché ora?
La questione antica e sempre nuova delle frontiere riemerge con violenza decisiva nella nostra storia europea: frontiere perennemente sotto pressione, sottoposte ad un controllo costante e rigoroso, per respingere chiunque sia considerato un pericolo per l’integrità nazionale, che si trasforma facilmente in “NAZIONALISMO”. Pensiamo ad ogni genere di nazionalismo, di localismo e a tutte le tendenze che si manifestano con brutalità contro qualsiasi pensiero di pace e convivenza, facendo proseliti che tutelano un’idea di divisione per difendersi dal pericolo di un’invasione legittimata. Bisognerebbe pensare ad una nuova architettura della frontiera e ad una sua nuova etica: se un tempo si temevano le frontiere naturali come i fiumi, le montagne e le mura invalicabili, oggi – come al tempo della guerra fredda – si sta imponendo un’idea di ritorno alle frontiere particolari, imposta dalla paura e dalla sopraffazione reciproca. La mia proposta artistica è quella di mettere in evidenza tutte le contraddizioni che si palesano nel  tempo che stiamo vivendo, in cui si vuole creare una nuova architettura del vecchio continente.
Io credo che l’arte sia ingiusta; per essenza e vocazione va contro giustizia. Per intima necessità, deve violare regole e ordini. Non si realizza un evento artistico senza la volontà di scardinare codici e norme, gli stessi  secondo cui si ordinano i rapporti umani.

Veduta della mostra Border_No_Border 1992/2012, Guidi&Schoen Arte Contemporanea, Genova

In questa mostra ci sono diversi corpus di opere che descrivono il tuo percorso, lungo e coerente, che attraversa gli anni fra il 1992 e il 2012. Vecchie fotografie, oggetti, elementi fortemente simbolici che vengono dotati di una pelle nuova per esprimere il loro concetto in maniera più incisiva, video, fotografie a colori che ritraggono una specifica realtà quotidiana eppure sembrano delle costruzioni artistiche realizzate ad hoc da personale in posa. Qual è l’opera a cui tu sei più legato in questo specifico momento?
Tra le tante opere presenti in questa mostra credo che Gulagu.net realizzata nel 2012 sia molto rappresentativa del mio sentire l’arte come attivismo militante riguardo i diritti umani. Un omaggio al coraggio di Vladimir Osechkin, un attivista bielorusso che ha trascorso sette anni nelle carceri russe. Nato nel 1981, dal 2015 esule a Parigi, nel 2012 crea il sito “Gulagu.net”, un progetto sui diritti umani negati dal sistema penitenziario russo, dove la tortura è una pratica costante, un contributo importante alla lotta contro la feroce corruzione del sistema  carcerario, investigativo e giudiziario in Russia. Si pensi che oltre 19.000 attivisti indipendenti per i diritti umani  in tutto il mondo vi collaborano attivamente; un sito visitatissimo che sicuramente rappresenta lo specchio tragicamente reale di una volontà totalitaria basata sul terrore e la sopraffazione fisica e psicologica di ogni forma di dissidenza. Prima del 2012 la società russa era autoritaria. L’autoritarismo non chiede ai cittadini di mobilitarsi: nulla è politico, tutti se ne stanno a casa e si occupano dei fatti propri, mentre il governante fa ciò che vuole. Una società totalitaria è l’esatto contrario: i cittadini devono partecipare  alla vita pubblica, tutto è politico, nulla è privato. Questo cambiamento è avvenuto dopo il 2012, al terzo mandato da presidente di Putin, in particolare dopo l’annessione della Crimea del 2014. Il tema del rapporto tra Arte e politica è sempre stato al centro della storia culturale Russa. Da Tolstoj a Solženicyn, come in molti altri regimi ben noti, i più grandi scrittori hanno manifestato posizioni fortemente critiche nei confronti del potere. Tra loro c’è chi ha pagato il vizio del libero pensiero con il silenzio, chi con l’esilio e chi con la vita, come succede da anni nella Russia putiniana.

PierPaolo Koss, Gulagu.net, 2012, veduta della mostra Border_No_Border 1992/2012, Guidi&Schoen Arte Contemporanea, Genova

Il tuo discorso va oltre la narrazione ed il giudizio: a parte la minuziosa descrizione simbolica che sta dietro ad ogni singolo lavoro e di cui potremmo stare a parlare per ore, la mostra sembra avere un fil rouge apparente (la narrazione sulla questione russa, molto attuale attraverso un confronto fra passato e presente) ed un altro sottocutaneo e più sottile: la narrazione sul corpo e sul suo valore fondamentale nel tempo e nella storia a partire dall’immagine di Lenin, oggetto di culto, in un tumulo di ghiaccio che da una parte lo rende immobile – nel tempo e nello spazio – e dall’altro evoca uno scivolamento che da concreto può divenire idealmente psicologico fino ad arrivare ad un discorso del potere centrale sulla pelle del popolo, travalicando i confini geografici ed estendendo l’oggetto di riflessione non solo a tutte le grandi dittature ma anche ad una dimensione più intima e circoscritta.
La Dichiarazione Universale  dei Diritti Umani che le Nazioni hanno adottato unanimemente nel 1948 è un  documento idealista. Per la prima volta a ciascun uomo, donna e bambino, di qualsiasi razza, colore, orientamento  sessuale o fede, è stato riconosciuto uno statuto che dichiara esplicitamente e con precisione quali siano i diritti che ci spettano e che possiamo rivendicare. Nel 2008, per l’anniversario dei 60 anni della Dichiarazione, realizzai un performance con trenta allievi dell’Accademia di Belle Arti di Genova. Partivo dal diritto alla vita per giungere alla garanzia ad un’esistenza degna, a non subire torture, a non essere in schiavitù, il diritto alla libertà, alla facoltà di libera espressione, alla possibilità di riunirsi pacificamente, all’istruzione, al  lavoro e alla salute. Quale  potrebbe essere  la consapevolezza  dell’artista nei confronti di questi fondamentali  articoli rispetto ad una realtà che da sempre li ha negati e ostacolati? Se il fare arte è di per sé già un atto rivoluzionario (e la storia delle avanguardie lo testimonia) è chiaro che l’arte non si allinei se non sottomessa ai dettami dei regimi, reagendo alle imposizioni  con la provocazione, l’ironia, la critica, la satira, la denuncia diretta o metaforica. Ovunque ci sia un freno alla libertà, l’arte si è ribellata, auspicando la caduta di tabù e confini, agendo con forza nella necessità  di aperture, nello scambio delle idee.

PierPaolo Koss, performance Border No Border 6 maggio 2022, Guidi&Schoen Arte Contemporanea, Genova

Il giorno dell’inaugurazione, il 6 maggio, hai presentato una performance in cui ti sei mostrato come un corpo automatico… Come è nata un’idea che ha tenuto il pubblico della galleria in uno stato di immobilità concentrata e  sospesa per lungo tempo?
Esiste una citazione di Nietzsche che amo molto, estremamente concreta per svelare l’ambivalenza e l’ambiguità  della creazione artistica. Nietzsche  sostiene che  l’arte, nella sua tensione creativa, contenga anche un desiderio di distruzione rivolto a se stessi e agli altri. Sta a noi artisti saper dominare e tenere strette le briglie dei due cavalli che corrono verso il nostro desiderio distruttivo e creativo. Questo mi fa ammettere che accanto alla pulsione creativa affermativa e propositiva esista da sempre un desiderio costante di distruzione; l’arte è un movimento doppio dove tutte le liberà si confondono e si fondono, spirituali, sessuali e creative. Per questo la società perbenista le ha sempre condannate come folli e deviate. Nella nostra epoca tali dichiarazioni non ci spaventano più, rendendoci così possibile vedere che questa ambivalenza ha sempre abitato la nozione di Arte. Oggi sembra che la vita ci uccida di un dolore occasionale, mentre cerchiamo noi stessi nel vuoto di notti bianche, lasciando anima e corpo per essere diversi contro tutto e tutti. L’urlo della lacerazione interiore credo delinei nelle sue oscillazioni il bisogno estremo di ogni artista di esprimersi, nella continua ricerca di inventare e definire la bellezza per provare ad assumersi una responsabilità etica.
Per raccontarti della mia performance, devo tornare indietro al febbraio del 1992 a Mosca, durante il mio terzo viaggio, invitato al Teatro Pushkin con una performance, realizzata tempo prima ad Amsterdam per il Festival Internazionale “Secret tears”. La Mosca che trovo in quei giorni prima della mia performance è il caos politico e la violenza del declino definitivo dell’impero Sovietico, fra miseria e soprusi di ogni genere strade invase da una popolazione allo sbando, dove la libertà di mercato imposta da poche settimane aveva abolito tutti gli stipendi statali. Lo scioglimento definitivo dell’Unione sovietica avveniva sotto i miei occhi. La Mosca che avevo visto nei due anni precedenti, triste e lacerata ma composta e remissiva era esplosa piena di risentimento e violenza. In una di quelle notti alcoliche e surreali ero alla ricerca disperata – per un mio lavoro – di 1000 kg di sale grosso da cucina, cristalli immacolati come la neve che ricopriva una Mosca surreale. Mi trovai così ad osservare uomini in divisa nera che raccoglievano dai marciapiedi delle sagome che credevo enormi pacchi ma mi resi conto che erano corpi umani, di barboni assiderati che venivano caricati come immondizia e portati via. Vomitai l’anima ma gli amici russi mi spiegarono che quello che avevo visto per la prima volta era una cosa comune nella Russia Sovietica. L’alcolismo era una vera piaga sociale non più sotto controllo; la soluzione delle autorità cittadine era di ripulire, prima del mattino, dall’orrore. Lo spettacolo era programmato per le 19.00 per permettere alla gente di poter rientrare nella sterminata periferia moscovita con la metro. Dalle 14.00 si formò una lunga coda di persone in cerca di biglietti; il teatro conteneva oltre 800 posti, ma da oltre una settimana erano già esauriti. Nessuno conosceva chi fossi o cosa avrei presentato, ma l’idea di assistere ad una performance di uno straniero, in quel momento storico sembrava impossibile. Molte persone fra il pubblico erano arrivate da Leningrado e da altre città. Io non ne ero assolutamente consapevole e la direzione del teatro non  mi disse nulla anche perché non aveva mai assistito ad una performance. Tutto questo interesse creava imbarazzo. Cominciammo con un’ora di ritardo per il caos della gente che tentava di forzare le entrate. Senza volerlo e senza saperlo la mia performance a cui avevo modificato il titolo Secret tears from Moscow era attesa come un manifesto  politico, la mia invece era una scelta intima: il personaggio della mia performance era un barbone che appariva sulla scena tra fumi bianchi in un grande triangolo di sale dal candore accecante: una lenta inesorabile discesa nel vuoto infernale che si chiudeva con il mio corpo nudo in una sorta di catarsi paradisiaca accompagnata dalla musica ipnotica di Osamu Goto. Fu un successo enorme, piansi a lungo e il trucco rosso si sciolse come se le mie lacrime fossero di sangue. Senza  volerlo e senza saperlo la mia performance divenne un reale atto politico e catartico, in centinaia vollero avvicinarsi a me emozionati e commossi, e salutai ognuno di loro. Il mio AMORE per la Russia e per l’anima dei russi si fece enorme; a seguire nel tempo feci molte altre performance in Russia, tutto con un chiaro carattere di denuncia politica…

PierPaolo Koss, performance Border No Border 6 maggio 2022, Guidi&Schoen Arte Contemporanea, Genova

Ti sei mostrato completamente adorno di una divisa sovietica originale comprensiva di una balaclava nera; un corpo costellato di medaglie originali che ricoprono la divisa fino agli occhi. Un movimento lentissimo, uno sguardo coperto eppure eloquente che fissa senza vedere. Un Michey Mouse deposto da un trono, che viene preso in braccio e manipolato mentre continua a cantare come nulla fosse. Lo stesso trono ricoperto da una bandiera come fosse un feretro: ancora un messaggio diretto immediatamente comprensibile e migliaia di altri sotterranei, come quello riferito ai grandi mostri sacri dell’arte Russa come Kabakov e Bugaev… non antiamericani ma attivisti contro la follia e la deriva dello stato sovietico, incerti su quale sarebbe stato il risultato della globalizzazione americana in una nazione sfasciata come era quella sovietica di quegli anni… Ci racconti la tua performance e ci dici quale pensi sia, in questo momento, il ruolo dell’arte in relazione ai tragici avvenimenti che da anni si stanno susseguendo toccando anche noi tutti?
Il personaggio in divisa militare Sovietica carico di medaglie non è lontano da quel barbone del 1992. È un fantasma, un veterano della seconda guerra mondiale, pieno di nostalgia, di dolore e di umiliazione. Perché la Russia contemporanea gli ha riservato pensioni da fame e una vita di stenti, per poi assumerlo come tragica comparsa per la gloria del nuovo ZAR nelle parate sulla piazza Rossa: un viaggio a Mosca a spese del Cremlino, una stanza d’albergo pagata per due notti, cibo e vecchi amici – anche loro reduci – da rivedere. Le medaglie tirate a lucido, la divisa, lisa ma stirata, poi come vecchie marionette riposte nei bauli dal loro tiranno, il grande burattinaio, lo Zar malato del passato. Il mio veterano-burattino guarda il mondo da dentro una lacrima, il mondo sembra che affoghi. Eppure una lacrima è una lente così potente e così personale, che neppure  il migliore ottico saprebbe realizzare. Perché un bravo ottico pretende di restituire attraverso una lente il mondo com’è, mentre una lacrima ci restituisce il mondo deformato da chi lo guarda: questo è il suo limite e la sua forza. Questa la mia responsabilità di artista nel mostrarlo. La lacrima è vuota, la lacrima è la parola del corpo che nessuna censura può occultare dentro un archivio.

PierPaolo Koss, performance Border No Border 6 maggio 2022, Guidi&Schoen Arte Contemporanea, Genova

PierPaolo Koss
Border_No_Border 1992/2022
a cura di Paola Valenti

6 maggio – 2 luglio 2022
Performance Border No Border: 10 giugno 2022 

Guidi&Schoen Arte Contemporanea
Piazza dei Garibaldi 18R, Genova

Info: www.guidieschoen.com

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