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Nove artisti italiani che hanno fatto della Pittura la propria modalità espressiva principale si confrontano in Continua la Pittura, in mostra fino al 26 marzo alla Fondazione Zappettini. Nella sede chiavarese di corso Buenos Aires, sono radunati pittori di tre diverse generazioni, accomunati dall’interesse per gli elementi portanti di questa disciplina: la superficie, il telaio, il colore. La collettiva, curata da Alberto Rigoni, è accompagnata da un catalogo con un testo di Alberto Mugnaini di cui riportiamo un estratto.

Sono passati quattro decenni da quando, grazie all’affinarsi delle indagini di tipo analitico, si posero le basi per un riscatto consapevole e radicale della pittura. E anche adesso, come allora, ci ritorna l’eco di pronunciamenti che suonano come rintocchi funebri per le sorti di questa disciplina. Se in quella stagione ormai lontana essa fu da più parti designata come capro espiatorio per la paventata morte dell’arte, ora, di fronte a un’arte che è invece felicemente sopravvissuta come post-moderna, post-umana, pantagruelica e adesso tendenzialmente onnipervasiva e senza fine, la pittura, azzarda qualcuno, sarebbe ormai una lingua morta.
[…]
Una mostra come Continua la pittura vale allora, in questa prospettiva, come strumento per saggiare il terreno e tastare il polso, per verificare se e come i giochi si siano riaperti, capire i nuovi sviluppi, presagire ulteriori svolgimenti.
Archivi alla mano, quattro di questi artisti (Cacciola, Olivieri, Verna e Zappettini) sono stati indubbi protagonisti della stagione analitica, mentre gli altri, pur rifacendosi a istanze, problemi e presupposti condivisi con gli esponenti del gruppo storico, per ragioni anagrafiche non si possono considerarne parte. S’incrociano così diversi segmenti d’esperienza, e possiamo assistere al confronto di pratiche sviluppatesi da punti di partenza tra loro distanti nel tempo, con cronologie ora accelerate ora rallentate.
Il punto fermo è quello di una pittura pensata, limitata nei suoi elementi costitutivi –  supporto, superficie, colore – interrogata nel momento stesso della sua messa in opera.
[…]
Sotto il segno dell’opacità, dell’ombra come premessa e promessa della luce, si può dire che si è sempre svolto il lavoro di Claudio Olivieri. La sua ricerca è sempre stata impeccabile quanto a coerenza e continuità e, fin dall’inizio, la sua pittura ha mirato a sublimare la mathesis operativa e a trasformare in scansione lirica le strettoie imposte dal procedimento: colore aereo, impalpabili trapassi cromatici, un risultato ossimorico che fonde rigore processuale e lirica vaporosità.
Gianfranco Zappettini, nei suoi più recenti lavori, si preoccupa di evidenziare le polarità della superficie, raddoppiando artatamente la trama e l’ordito della tela. C’è qualcosa di orientale in quel suo pettinare la materia pittorica, nel far concrescere una trama accessoria, una ridondanza calcolata, un innervamento di filamenti vettoriali, produttori – rieccoci al punto – di uno scorrimento di forze. E, in questo campo di forze, ecco apparire degli elementi di disturbo, di diversione, dei fili controcorrente, direzioni che eludono l’ortogonalità, incordature sghembe, direttrici deviate, che convergono in angoli, che si dipartono da provvisori punti di confluenza. “Ali angeliche” che segnano un “fuori rotta”, un sovradiscorso, un intramare di sguincio, una sorta di mossa del cavallo nell’incrocio dei flussi energetici del piano.
Lo strutturarsi del colore, il suo agitarsi sulla superficie come in preda a sbrigliate riflessioni e meditate inquietudini, agisce nei lavori di Claudio Verna come ordinatore e al contempo divoratore di spazio. La sintassi pittorica è ferma, ma al suo interno il calore cromatico insegue le sue concrezioni e le sue deliquescenze come una lava che si raffredda e si incendia senza fine, appena trattenuta entro i confini di un ordine mentale da rimasugli di griglie, da asterischi che trapuntano lo scorrere del flusso temporale del colore come puntualizzati rintocchi dell’orologio interno della pittura.
Enzo Cacciola ci parla di una separazione e di una connessione, di una reductio ad unum di uno spazio scisso, mettendo in atto una sorta di  “concetto spaziale” all’incontrario: in questo perforare i fianchi del quadro, in questa presa dei bulloni sul suo profilo viene posta in risalto la materialità del supporto che si salda. Ne emerge un filo di bava, che sottolinea il punto di giunzione, ma che è anche un fare campo, uno scompartire, come se la possibilità di tracciare una linea sulla superficie fosse possibile solo dalla commessura di una fessurazione, dal riempimento di una scissione originaria nel corpo della pittura.
Tessiture di tutti i possibili fili dello sguardo, i quadri di Paolo Iacchetti reclamano una visione senza fine, senza confini: superficie-antisuperficie, permeabilità incondizionata, monocromi intessuti di tutti i colori dei fosfeni, essi tanto si offrono alle limitazioni della vista quanto si ritraggono nell’illimitato della cecità. È un’opacità, la sua, che si fa prospettiva infinita, espansa in una superficie di fuga in cui tutto si apre, si trasforma, confina con l’allucinazione; un arazzo di colori concavi, il corpo glorioso del colore, la differenza infinita in seno alla ripetizione.
È in base alla dialettica di luce ed ombra che prendono corpo i monocromi di Sonia Costantini. La sua è una pittura che germina su se stessa lentamente, attraverso ripetuti strati di colore, stesi con una sorta di ritualità cerimoniale. Ogni dipinto si apre su un fondo di tenebra primordiale, proiettandosi dalla superficie verso l’insondabile, rappresentato da una luce che sembra ritrarsi di continuo, evocata e tacitamente invocata dalla lenta progressione dei gesti.
Anche Roberto Rizzo coltiva la lentezza dei procedimenti, sostanziati di tempi intellettuali e materiali, tempi di meditazione e tempi di essiccazione, in un incrocio, in un chiasma che apre una via d’accesso al soggetto umano senza che l’umanità entri in alcun modo nella rappresentazione. La sua pittura dicotomica, che si nutre della insolubile diaspora, in seno al quadro, di immanente e di assoluto, agisce come uno specchio opaco, diventa uno schermo alternativo alla cinematica della realtà, nel quale ciò che si rappresenta non è che l’eterno ritorno della costruzione e della decostruzione.
Lorenzo Taini orchestra un dispositivo fatto di procedimenti e di aggiustamenti, attraverso un’operatività scandita e prefigurata nelle sue fasi, come un’accordatura di strumento: calcolo delle distanze, prefigurazione di un ordine, letteralmente, appeso a un filo: il cui strappo comporta lacerazioni che si fanno ritmo, uno sfrangiarsi che se segnala una continuità scopre anche il profilarsi della differenza.
In Claudio Adami la pratica della scrittura eccede se stessa fino a sconfinarsi  in un brivido di superficie. Una calligrafia che si spazializza, la sua,  che guadagna terreno sporgendosi sull’abisso del suo troppo pieno, parola su parola, slittando sul suo stesso addensarsi, in un’oltranza di significato che scandisce i ritmi di un tempo ai limiti del tempo.
Allora, questo ci dicono gli artisti qui presentati, bisogna continuare a dipingere, in questo nostro tempo, per altri tempi; concentrarsi, magari, sugli istanti a venire presagiti da Walter Benjamin, il quale, “colloquiando, si era rifiutato, nonostante la sua disperata arringa per la riproduzione meccanica, di ripudiare la pittura d’oggi: la tradizione pittorica (così sostenne) va tenuta ferma per venir conservata per altri tempi…”1. In quanto pittori, essi non dispongono che di questi obsoleti, elementari strumenti, qualche colore e una superficie più o meno rigida. La loro sfida è fare l’esperienza della povertà dei mezzi a loro disposizione, per sporgersi oltre il dicibile. Ma non è questa anche la sfida della parola letteraria ai picchi della modernità da Hoderlin a Beckett? Chi volesse rivelare ad altri l’indicibile, dovrebbe “parlare con lingua d’angelo” o piuttosto fare l'”esperienza della povertà” delle parole2. Eppure, “anche se sono parole, non c’è che questo, bisogna continuare,  è tutto quello che so”3: se il poeta confinato nella sua torre supera il limite estremo della ragione per aver ragione dell’inopia del linguaggio, il personaggio protagonista de L’innomable non trova risposte, smarrisce i significati, la sua personalità è ridotta a linguaggio senza senso, eppure, prima che arrivi il “Lungo istante” del silenzio, dice: “il faut continuer”
Bisogna continuare, in questa opacità originaria che nasconde in sé un presentimento di chiarezza nell’accecamento del presente. “D’int’ubagu, dal fondo dell’opaco io scrivo, ricostruendo la mappa d’un aprico che è solo un inverificabile assioma per i calcoli della memoria…”: questo è il messaggio che ci consegna Italo Calvino4. La postazione dell’opaco è il rovescio dell’aprico, del soleggiato. Ma per noi, oggi, potrebbe essere il rovescio di questo eccesso di mondo5 che ci pervade, dell’abbaglio omologante che ogni giorno che passa si accende di sempre nuove lusinghe. Non è neanche una soglia: forse solo una promessa, un raccoglimento, la ricerca di una nuova origine per uno sguardo a venire.
Del resto, “durasse ancora milioni di anni, il mondo, per i pittori, se ne resteranno, sarà ancora da dipingere”6.
(tratto da Dal fondo dell’opaco di Alberto Mugnaini)

1 Cit. in Th. W. ADORNO, Teoria estetica, a cura di E. De Angelis, Einaudi, Torino 1975 (1970), pp. 452-453.
2 Friedrich HÖLDERLIN, Eleusis, cit. in Giorgio AGAMBEN, Il linguaggio e la morte, Einaudi, Torino 1982, p. 16.
3 Samuel BECKETT, Trilogia. Molloy, Malone muore, L’innominabile, Sugar, Milano 1965, p. 441.
4 Italo CALVINO, Dall’opaco, in Romanzi e Racconti, Mondadori, Milano, vol. III (1994): Racconti sparsi e altri scritti d’invenzione, pp. 89-101.
5  Günther ANDERS, Eccesso di mondo. Processi di globalizzazione e crisi del sociale, Mimesis, Milano 2000.
6 Maurice MERLEAU-PONTY, L’occhio e lo spirito [1964], SE, Milano 1989, p. 62.

La mostra in breve:
Continua la Pittura
superficie telaio colore
a cura di Alberto Rigoni
testo in catalogo di Alberto Mugnaini
Fondazione Zappettini per l’arte contemporanea
Corso Buenos Aires 22, Chiavari (GE)
Info: +39 0185 324524
www.fondazionezappettini.org
Fino al 26 marzo 2010
Artisti in mostra: Enzo Cacciola, Claudio Adami, Sonia Costantini, Paolo Iacchetti, Claudio Olivieri, Roberto Rizzo, Lorenzo Taini, Claudio Verna, Gianfranco Zappettini

In alto da sinistra:
Sonia Costantini, Rosso cadmio chiaro – CA9-3, 2009, acrilici e olio su tela, cm 180×130
Gianfranco Zappettini, La trama e l’ordito n. 127, 2009, resine e acrilico su tela, cm 80×80 e La trama e l’ordito n. 4, 2010, resine e acrilico su tela, cm 80×80
Paolo Iacchetti, Tracce doppie, 2009-2010, olio su tela, cm 140×120 e cm 140×82.
Claudio Olivieri, Abbaglio, 2009, olio su tela, cm 150×180

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