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Intervista a Claudia Losi di Chiara Serri

Qual è il ruolo dell’immaginario? Colmare le lacune informative rispetto alle cose del mondo. Parola di Claudia Losi, artista piacentina classe 1971 che ha fatto della sua ultima mostra il paradigma del viaggio. Un’esplorazione che non ha solo a che fare con l’approdo in un remoto arcipelago delle isole Ebridi, ma anche con l’attesa, il desiderio, le sedimentazioni della memoria. Incontriamo l’artista, nota per aver portato una balena di oltre venti metri in giro per il mondo, alla Collezione Maramotti, mentre fervono i preparativi per la Triennial of Fiber Art di Hangzhou, alla quale parteciperà con sculture in tessuto che i visitatori potranno ricombinare per dare vita a nuove, imprevedibili storie…

Claudia Losi, St. Kilda, Untitled, 2012 - 2016. Courtesy: Collezione Maramotti © Claudia Losi

Claudia Losi, St. Kilda, Untitled, 2012 – 2016. Courtesy: Collezione Maramotti © Claudia Losi

Come è nata l’idea della mostra allestita alla Collezione Maramotti?
L’intero progetto di How do I imagine being there? parte da un luogo reale e, allo stesso tempo, sufficientemente lontano dal mio quotidiano, ovvero l’arcipelago di S.ta Kilda, nelle Ebridi Esterne, a ovest delle coste scozzesi. Questo luogo è diventato il “teatro” nel quale, negli ultimi quattro anni, ho idealmente composto un arcipelago personale, fatto di immagini e riflessioni su temi che sono da sempre al centro del mio lavoro. A Reggio Emilia ho voluto costruirne una possibile versione, partendo da un libro (Humboldt Edizioni in collaborazione con Collezione Maramotti, 2016) che porta lo stesso titolo della mostra. All’interno, i testi di una decina di autori che hanno condiviso con me i loro pensieri in merito alla relazione tra spazio ed immaginario, ma anche al linguaggio che si sceglie per descrivere la propria relazione col mondo.

Ci racconti il tuo attraversamento, reale e immaginario, delle isole di S.ta Kilda?
Sono riuscita a mettere piede su Hirta, l’isola di più facile approdo dell’arcipelago, solo nel 2012. Avevo tentato qualche anno prima, ma senza riuscirvi. Da qui, la frustrazione del come “sarebbe stato” essere lì. Sono luoghi fantasmatici, ricchi di storie e privi di alberi. Abitati ed abbandonati. Colonie di uccelli marini, a migliaia e migliaia, ne abitano i pendii scoscesi. Radar militari controllano le acque oceaniche lì attorno e scienziati studiano la conformazione dei basalti, le specie vegetali, le abitudini delle grandi colonie. Mi ha interessato, una volta tornata, capire come si stratificava la mia memoria, la relazione tra le aspettative ed il viaggio esperito, la mescolanza tra il prima e il dopo.

Claudia Losi, How do I imagine being there? veduta della mostra, Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Courtesy: Collezione Maramotti. Foto: Marco Siracusano. © Claudia Losi

Claudia Losi, How do I imagine being there?
veduta della mostra, Collezione Maramotti, Reggio Emilia. Courtesy: Collezione Maramotti. Foto: Marco Siracusano. © Claudia Losi

Perché abbinare alle opere esposte anche alcuni prestiti museali?
Poiché tutto l’impianto della mostra prevede un continuo slittamento tra piani temporali e luoghi geograficamente diversi, ho voluto un segnale di aderenza al “qui”: scarichi in terracotta di una fornace, utensili in pietra provenienti dalle collezioni dei Musei Civici di Reggio Emilia ed un libro di Lord Hamilton, Campi Flegrei, con alcune tavole che riportano frammenti di case pompeiane inglobate dalla pomice. Lo stesso discorso vale per una tazzina in ceramica inglobata al piatto, prestito di un amico che la conserva come ricordo di famiglia. Un oggetto probabilmente fuso da una scheggia di granata durante la seconda guerra mondiale. La tazza perde la propria funzione, ma non si rompe. Una fragilità che il tempo ingloba, muta.

Come si struttura il percorso espositivo?
Si parte dal libro, che ho voluto come incipit della mostra, e da alcune serigrafie che riproducono l’immagine in seconda di copertina. Nella stanza successiva, un grande ricamo a terra, la rappresentazione immaginifica del Polo Nord, ripresa da una tavola che illustra un testo di Athanasius Kircher, e poi una ventina di oggetti in alluminio che han perso la propria funzione e sono ricoperti da forme fungiformi in carta pesta. Infine un tavolo-arcipelago accoglie oggetti in ceramica e bronzo, “quinte” di fotografie su alluminio, vetri e collage, lastre in zinco: un invito al viaggio.

Claudia Losi, No Place, 2015, tavolo con fotografie, vetri, collages, pietre, oggetti in ceramica, fusioni in bronzo, cartapesta, incisioni su zinco, libro in plastica. Courtesy: Collezione Maramotti. © Claudia Losi

Claudia Losi, No Place, 2015, tavolo con fotografie, vetri, collages, pietre, oggetti in ceramica, fusioni in bronzo, cartapesta, incisioni su zinco, libro in plastica. Courtesy: Collezione Maramotti. © Claudia Losi

Di sala in sala si rincorrono alcune piccole figure…
Animali ritagliati da vecchi libri di divulgazione scientifica percorrono lo spazio fisico della mostra, così come nel libro costellano i testi. Testimoni, guide, animali totemici, osservatori discreti…

E le sculture nel giardino della Collezione Maramotti?
Nel 2014 avevo installato quattro sculture intitolate Biotopes (2013). Partendo da opere in tessuto imbottito, ne ho fatto una versione in cemento, che nel tempo verrà coperta da alghe e licheni. Ho composto, in forme più o meno riconoscibili, animali, simbionti, figure tratte da bestiari medievali, dalla tradizione popolare di vari paesi.

Claudia Losi, Biotope III, 2013, calcestruzzo. Courtesy: Collezione Maramotti. © Claudia Losi. Foto: Dario Lasagni

Claudia Losi, Biotope III, 2013, calcestruzzo.
Courtesy: Collezione Maramotti. © Claudia Losi. Foto: Dario Lasagni

Il tuo lavoro si sviluppa attraverso diversi linguaggi, dal disegno alla scultura, dalla tessitura all’installazione site-specific. Una scelta “difficile” per il mercato italiano, abituato a ricercare la “riconoscibilità” dell’opera. Come ti poni nei confronti di questo discutibile approccio?
Non mi sono mai posta il problema in questi termini. Credo che ogni artista debba essere libero di creare il proprio mondo usando le “parole” che ritiene opportune. Queste parole compongono un’unica narrazione, che può interrompersi, riprendere, dividersi in parti anche molto diverse tra loro (scarti improvvisi, negazioni di un prima che non ci convince), ma alla fine si compone in una sola articolata struttura, più o meno lineare. A volte schizofrenica. Ma la riconoscibilità credo stia nelle linee profonde che legano questi vari punti. Chi ha voglia di cercarle, le può trovare.

Claudia Losi, Biotope V, 2013, tessuto, stucco, sabbia, cm 65x53x30. Courtesy: Monica De Cardenas. Foto: Andrea Rossetti

Claudia Losi, Biotope V, 2013, tessuto, stucco, sabbia, cm 65x53x30. Courtesy: Monica De Cardenas. Foto: Andrea Rossetti

A cosa stai lavorando in questo momento?
Ad agosto parteciperò alla seconda edizione di Hangzhou Triennial of Fiber Art. Sto lavorando ad un progetto che in qualche modo ha a che fare con Biotopes: trenta sculture in tessuto, di varia dimensione, creeranno una sorta di paesaggio metaforico composto da varie combinazioni tra animali simbolici dell’antica Cina, esseri mitologici che, nella nostra vecchia Europa, si narrava vivessero in questi remoti paesi, animali in via d’estinzione e specie fossili viventi. Un arcipelago che cambierà forma, poiché anche il pubblico potrà mutarne la disposizione, ricombinando storie e forme. E già si parla di una personale da Monica De Cardenas che si terrà, molto probabilmente, entro la fine dell’anno…

Intervista tratta da Espoarte #93.

Eventi in corso:

Claudia Losi, How do I imagine being there?
Collezione Maramotti

Via Fratelli Cervi 66, Reggio Emilia
8 maggio – 6 novembre 2016
www.collezionemaramotti.org

Weaving & We. 2016 Hangzhou Triennial of Fiber Art
a cura di LIU Xiao, Assadour MARKAROV, XU Jia

Zhejiang Art Museum
Hangzhou, Zhejiang, Cina
24 settembre – 25 ottobre 2016
www.fiberarthangzhou.com

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