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BOLOGNA | Centro Arti e Scienze Golinelli | Fino al 4 febbraio 2018

di ISABELLA FALBO

Avere un sogno e “vivere” per esso: dare un “significato” al “perché” della nostra vita. Essere persone e cittadini di un mondo globale. Essere curiosi: vedere e capire nella natura e nell’animo umano.
Non avere paura di affrontare un futuro imprevedibile: essere coscienti e partecipi della responsabilità sociale che ognuno di noi ha, aiutando i giovani a crescere e a essere liberi di esprimere se stessi e tutti vivere nella costruzione di una società armonica.
Costruire, tutti assieme, una società capace di adottare una visione unitaria delle nostre origini, della nostra genesi; solo la “conoscenza” ci può dare le risposte, attraverso la compenetrazione di arti, scienze e tecnologie e l’ispirazione di una visione umanistica che deve spingerci ad interrogarci tutti sul “perché viviamo”. (Marino Golinelli)

Inaugurazione Centro Arti e Scienze Golinelli. Foto: Rodolfo Giuliani

Inaugurazione Centro Arti e Scienze Golinelli. Foto: Rodolfo Giuliani

Fondata da Marino Golinelli nel 1988, la Fondazione Golinelli di Bologna è fra le principali fondazioni filantropiche private italiane. Totalmente operativa, ispirata al modello americano, si occupa di educazione, formazione e cultura. Con il programma pluridecennale Opus 2065, Fondazione Golinelli ha lanciato sei diverse azioni progettuali nei campi di educazione, formazione, cultura, ricerca, innovazione e impresa. Le principali attività si svolgono all’Opificio Golinelli, cittadella per la cultura e la conoscenza inaugurata a Bologna nell’ottobre 2015. L’Opificio Golinelli si espande su un territorio di 9.000 mq ed è considerato fra i centri educativi e culturali più attrattivi in Europa.
L’11 ottobre 2017 la Fondazione Golinelli ha compiuto un nuovo passo verso il futuro e la crescita con l’inaugurazione del Centro Arti e Scienze Golinelli, che completa il complesso dell’Opificio.
Il Centro Arti e Scienze Golinelli, progettato architettonicamente da Mario Cucinella Architects, è una costruzione di circa 700 metri quadrati che vanno ad aggiungersi ai 9.000 dell’Opificio. Di grande respiro, leggerezza e apertura, la struttura è un involucro vibrante dalla geometria pura e semi-trasparente che nelle ore diurne riflette ciò che ha attorno e nelle ore notturne è luminosa. Una sovrastruttura metallica e modulare lo avvolge librandosi nello spazio. La superficie interna è priva di partizioni o rigide organizzazioni planimetriche per garantire la massima flessibilità di utilizzo.
Il nuovo centro non sarà solo spazio espositivo, ma ospiterà anche spettacoli, incontri e le iniziative di Opus 2065 volte al supporto formativo delle giovani e giovanissime generazioni poiché, come afferma Andrea Zanotti, presidente della Fondazione Golinelli: «La creatività costituisce una risorsa fondamentale, e per corroborarne la crescita, essa dovrà nutrirsi e contaminarsi di formazione, ricerca, capacità imprenditoriale ma anche di sensibilità estetica che da sempre costituisce il marchio distintivo del genio italiano».

Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. Foto: Rodolfo Giuliani

Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. Foto: Rodolfo Giuliani

Imprevedibile, la mostra ispirata da un’idea di Marino Golinelli e prodotta da Fondazione Golinelli, è curata da Giovanni Carrada per la parte scientifica e da Cristiana Perrella per la parte artistica; il progetto dell’allestimento è di Mario Cucinella Architects.
Questa è l’ultima di sette esposizioni che, a partire dal 2010, hanno indagato in modo innovativo temi forti della contemporaneità mettendo in dialogo il linguaggio dell’arte con quello della scienza. Fondazione Golinelli ha sempre creduto nella potenzialità di questo connubio per diffondere cultura e conoscenza: le stagioni più alte della cultura umana si sono prodotte quando arti e scienze si sono intrecciate in modo fecondo. L’intento della mostra è contribuire a colmare la frattura oggi in essere tra cultura umanistica e cultura scientifica.

«Imprevedibile» scrive Cristiana Perrella «muove dalla sensazione di incertezza che caratterizza la nostra vita in un momento storico di grandi e rapidissimi cambiamenti, di questioni cruciali per l’umanità […] che richiedono di essere affrontate urgentemente, ma senza poter ricorrere a parametri già noti. […] Abitare l’incertezza è forse una delle cose che gli artisti sanno fare meglio, rilevando sensibilità, urgenze e segnali inespressi della loro epoca senza temere la contraddizione, gli errori, lasciando spazio al dubbio, alle molteplici interpretazioni. L’arte è fondata sull’immaginazione e si alimenta di possibilità, intuizione e speculazione, non di sicurezza».

Il futuro non si lascia prevedere, se non per caso, e non si può controllare, ma possiamo prepararci al tempo che ci attende «e soprattutto dobbiamo» come scrive Giovanni Carrada «cercare per quanto ci è possibile di contribuire a crearlo, cercando in quello che accade oggi i semi di quello che potrebbe accadere domani», consapevoli però che «le analogie fra allora e oggi […] ci offrono delle possibilità, ma sta a noi cercare di realizzarle. Perché il futuro, oltre che imprevedibile, è aperto. È fonte di rischi insospettati, ma anche di nuove soluzioni».
Il percorso espositivo mette in dialogo opere di artisti contemporanei italiani e internazionali, scelti per la capacità di attivare connessioni impreviste, chiarire concetti complessi attraverso la loro evidenza visiva, suscitare emozioni in grado di trasmettere, rispetto alla scienza, un diverso tipo di conoscenza e di comprensione, con una serie di exhibit di argomento scientifico, prevalentemente video, lasciando che le suggestioni dell’arte e della scienza aiutino il visitatore a farsi un’idea più ricca e complessa dell’argomento, sviluppando un proprio punto di vista sul futuro che ci aspetta.

Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. A parete: Pablo Bronstein, The Age of Steel, 2014-2015; Al centro: Yinka Shonibare MBE, Girl on Flying Machine, 2008. Foto: OKNOstudio

Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. A parete: Pablo Bronstein,
The Age of Steel, 2014-2015; Al centro: Yinka Shonibare MBE,
Girl on Flying Machine, 2008. Foto: OKNOstudio

La mostra si articola in sei sezioni:

Il futuro arriva comunque: l’insieme delle tecnologie che abbiamo creato e che guidano il nostro futuro, evolvendo continuamente e modificando di conseguenza le società, hanno una forza ormai grande quanto quella della natura”.
In questa prima sezione il disegno di grandi proporzioni di Pablo Bronstein “The Age of Steel”, 2014-2015, generato dal computer, dialoga con la scultura di Yinka Shonibare “Girl on Flying Machine”, 2008. Con il suo lavoro Brostein rilegge a livello simbolico i mezzi meccanici e le fabbriche, novità della rivoluzione industriale; allo stesso tempo l’idea dei macchinari utilizzati come soggetti da carta da parati allude al declino attuale della produzione industriale pesante e alla riconversione architettonica e funzionale dei suoi luoghi operata dalle industrie creative. La scultura di Shonibare, una bimba vestita dai consueti tessuti dai colori sgargianti comunemente considerati come originali africani, mentre sono in realtà prodotti olandesi esportati in Africa, che guida con entusiasmo e sicurezza una macchina volante del XIX secolo. L’opera riflette sul progresso tecnologico e sottolinea come le innovazioni all’origine della rivoluzione industriale abbiano determinato crescita e progresso ma anche imperialismo e colonialismo.

Il futuro crea più di quanto distrugga: il progresso materiale e quello civile dipendono dall’innovazione, la quale va a beneficio di tutti”.
Questa seconda sezione è dedicata a “Little Sun”, 2012, di Olafur Eliasson e Frederik Ottesen. “Little Sun” non è una semplice lampada a forma di girasole che funziona ad energia solare ma è un importante progetto di imprenditoria sociale, con l’obiettivo di portare luce ed energia sostenibili a tutte quelle popolazioni che non hanno accesso all’elettricità. “Little Sun” mostra in modo semplice come l’innovazione e il progresso tecnologico possano creare più di quanto distruggono, aiutandoci a sperare in un futuro migliore.

Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. A six: Christian Jankowski Telemistica, 1999; a dx: Nasan Tur The remaining life of Nasan Tur, 2013. Foto: OKNOstudio

Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. A six: Christian Jankowski
Telemistica, 1999; a dx: Nasan Tur
The remaining life of Nasan Tur, 2013. Foto: OKNOstudio

Il futuro non si lascia prevedere (per fortuna): se il futuro fosse prevedibile, i Paesi più avanzati avrebbero i mezzi per approfittarne, restando gli unici a guidarlo: l’imprevedibilità garantisce invece che nessuno potrà mai dominarlo”
In questa terza sezione è presentata l’opera video di Christian Jankowski “Telemistica”, realizzata per la Biennale di Venezia del 1999 curata da Harald Szeemann, e che ha segnato il successo dell’artista tedesco a livello internazionale. “Telemistica” pone lo sguardo sul bisogno umano di prevedere il futuro, in questo lavoro Jankowski, con lo sguardo ironico che lo contraddistingue, interroga dei cartomanti che conducono programmi TV sul successo del suo lavoro in Biennale. “The remaining life of Nasan Tur”, 2013, di Nasan Tur, è un piccolo display led orizzontale che mostra un conto alla rovescia espresso in secondi: la prospettiva di vita residua dell’artista. Conclude la sezione l’installazione audiovisiva realizzata con grafica computerizzata “data.tron[WUXGA version]”, 2011, di Ryoji Ikeda. L’artista ha utilizzato per quest’opera un vastissimo database di dati grezzi tra cui anche una parte di quella miriade d’informazioni personali che produciamo quando navighiamo sul web. Guidate da una colonna sonora potente e ipnotica, immagini in bianco e nero ed elaborazioni grafiche si susseguono velocemente e in un numero potenzialmente infinito.

Ryoji Ikeda, data.tron[WUXGA version]", 2011, installazione audiovisiva, proiettore DLP, computer, altoparlanti dimensioni variabili Soggetto e composizione: Ryoji Ikeda Grafica computerizzata, programmazione: Shohei Matsukawa, Tomonaga Tokuyama Veduta dell’installazione presso il Museo de Arte, Universidad Nacional de Colombia, Bogota, CO, 2011 Foto: Leon Dario Pelaez Courtesy dell’artista e Almine Rech Gallery

Ryoji Ikeda, data.tron[WUXGA version]”, 2011, installazione audiovisiva, proiettore DLP, computer, altoparlanti, dimensioni variabili. Soggetto e composizione: Ryoji Ikeda. Grafica computerizzata, programmazione: Shohei Matsukawa, Tomonaga Tokuyama
Veduta dell’installazione presso il Museo de Arte, Universidad Nacional de Colombia, Bogota, CO, 2011. Foto: Leon Dario Pelaez. Courtesy dell’artista e Almine Rech Gallery

Il pregiudizio contro le cose nuove: di fronte all’incertezza che ogni vera innovazione porta con sé, la mente umana non è un giudice imparziale. Il rischio è però connaturato con l’innovazione”.
La quarta sezione presenta le sculture in fiberglass “Cow of the Future”, 2014, di Joep Van Lieshout, oggetti creati per delle immaginarie tribù del futuro, in linea con l’ipotesi dell’artista al ritorno a una società più primitiva in cui gruppi di persone si organizzeranno in tribù autosufficienti, vivendo in una condizione sospesa tra utopia modernista e primitivismo. Come ossessionato dai ricordi, Flavio Favelli raccoglie oggetti provenienti dal passato che riassembla trasformandoli in creazioni dense di nuovi significati. In “Mille luci” l’artista fiorentino rilegge i simboli delle insegne luminose, come quella dei lubrificanti IP cui è sovrapposta l’immagine mitica di Marilyn Monroe.

Flavio Favelli Mille Luci (Italiana Petroli), 2017 assemblaggio di insegne trovate. Courtesy Francesca Minini Milano

Flavio Favelli
Mille Luci (Italiana Petroli), 2017 assemblaggio di insegne trovate.
Courtesy Francesca Minini Milano

Fare i conti con la natura: gran parte dei problemi ambientali sono il prezzo che paghiamo per consentire a tutti noi la vita con gli agi cui siamo abituati, ma l’innovazione può ormai giocare un ruolo importante a favore della natura”
La quinta sezione presenta le opere di Tomas Saraceno, Superflex e Tue Greenfort. “Cosmos Fabric”, 2011, come in generale tutte le opere di Saraceno, sono ispirate dalle forme della natura e del cosmo, nascono dal desiderio di cambiare la nostra visione del mondo, stimolando l’immaginazione e suggerendo un’altra realtà possibile e alternativa a quella che conosciamo, in cui uomo e natura possano integrarsi in modo armonioso, costruendo una rete di scambio e sostegno reciproco.”Experience climate change as an animal”, 2009, di Superflex è un progetto iniziato nell’ambito del programma culturale collegato a una Conferenza ONU sul cambiamento climatico.

Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. Da six a dx: Tomas Saraceno, Cosmos Fabric, 2011; Tue Greenfort Periphylla V-VI-VII, 2016; SUPERFLEX Experience climate change as an animal, 2009. Foto: OKNOstudio

Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. Da six a dx: Tomas Saraceno, Cosmos Fabric, 2011; Tue Greenfort Periphylla V-VI-VII, 2016; SUPERFLEX
Experience climate change as an animal, 2009. Foto: OKNOstudio

In quest’occasione gli artisti hanno proposto al pubblico di adottare, attraverso l’ipnosi, l’inconsueto punto di vista di animali che hanno subito l’impatto del riscaldamento globale. “Periphylla V, Periphylla VI, Periphylla VII”, 2016, di Tue Greenfort, è il nome di una grande medusa abissale che da 500 milioni di anni nuota oltre i 700 metri di profondità in acque fredde. Le tre sculture dell’artista danese vogliono fare riflettere sui cambiamenti climatici e le loro ripercussioni economiche e sociali, come il caso della Periphylla, dilagato negli ultimi 40 anni nei fiordi della Norvegia, da quando queste meduse si sono progressivamente spinte più in superficie e verso le coste, distruggendo gli stock ittici presenti nei fiordi.

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Veduta della mostra IMPREVEDIBILE, Centro Arti e Scienze Golinelli, Bologna. In primo piano Ai Weiwei “Very Yao”, 2008, sullo sfondo Martin Creed, “Work No.2833: Don’t Worry”, 2017. Foto: OKNOstudio

Chi non innova rischia di perdere anche il proprio passato: si indaga il passato di grandi nazioni, come la Cina e l’Inghilterra, e si riflette su quello del nostro Paese, per comprendere la necessità di rinnovarci”.
La sesta e ultima sezione presenta l’opera di Ai Weiwei “Very Yao”, 2008 e appartiene alla lunga serie di opere dell’artista cinese con le biciclette, mezzo di trasporto che è stato fino agli anni ’80 parte integrante dell’identità cinese, usato da tutti. L’opera fa riflettere sul costo del cambiamento che ha dovuto pagare la Cina contemporanea: la propria anima. Attraverso questa torre monumentale di biciclette senza catena, Ai Weiwei sottolinea il crollo del numero di persone che si spostano in bicicletta poiché la corsa alla modernità della Repubblica Popolare ha posto come must have avere un automobile. L’opera neon “Work No.2833: Don’t Worry”, 2017, di Martin Creed è posizionata in un angolo, in modo che la Y di Worry sia separata dal resto e suggerisca un gioco di parole, infatti la Y nel linguaggio delle chat sta per “yes” oppure “why”. La frase sembra a prima vista voler rassicurare, ma allo stesso tempo insinua un dubbio. Come sempre mostrano le opere di Creed, con la loro leggerezza, l’arte insegna a porsi domande piuttosto che a cercare certezze e a raggiungere attraverso gli interrogativi una visione più complessa della realtà.

IMPREVEDIBILE, essere pronti per il futuro senza sapere come sarà
a cura di Giovanni Carrada e Cristiana Perrella
Prodotto da Fondazione Golinelli
Progetto allestimento: Mario Cucinella Architects

13 ottobre 2017 – 4 febbraio 2018

Centro Arti e Scienze Golinelli | Opificio Golinelli
via Paolo Nanni Costa 14, Bologna

Orari: lunedì-venerdì 10.00-19.00 | sabato e domenica 11.00-18.00 | chiusa dal 23 dicembre 2017 al 7 gennaio 2018

Info: www.artescienzaeconoscenza.it
www.fondazionegolinelli.it

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