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GENOVA | VisionQuesT 4rosso | Fino al 30 marzo 2019

Intervista a CARLA IACONO di Francesca Di Giorgio

La sera del suo matrimonio, la sposa Justine, la Kirsten Dunst protagonista del film Melancholia di Lars Von Trier, nota una stella molto luminosa, non si tratta di Antares ma di un pianeta che si sta avvicinando alla Terra. Melancholia, questo il nome del pianeta, resta sulla scena a ricordare una dicotomia nascosta: intuizione contro ragione, spirito contro forma prestabilita. Una valenza simbolica che permane come un’impronta, un sigillo, negli scatti di Carla Iacono che proprio a Melancholia ha dedicato la sua ultima e ricercata serie fotografica. Una delle tantissime e stratificate fonti a cui attinge l’artista per costruire i suoi “racconti” che mantengono sempre uno stretto legame con l’autobiografico ma allo stesso tempo con il simbolico e l’universale…

Carla Iacono, Melancholia 9, 2019, Stampa ai pigmenti su carta Hahnëmuhle Photo Rag, dibond e cornice, cm 73×108, Edizione di 5 esemplari + 2.p.a. Courtesy VisionQuesT 4rosso

Come e quando hai iniziato a fotografare?
Ho sempre avuto grande passione per l’arte, soprattutto pittura e disegno. Fin dai tempi del liceo realizzavo ritratti a carboncino e a sanguigna, ma non ho proseguito su questa strada. Mi sono laureata in ingegneria elettronica e ho iniziato a lavorare in campo industriale, concentrandomi unicamente sul lavoro. Circa quindici anni fa però ho sentito la necessità di riavvicinarmi all’arte e così, grazie anche alle competenze di mio marito nel campo fotografico, ho pensato che potesse essere bello unire le forze e le conoscenze. Da lui ho imparato molto ed ho iniziato a realizzare una serie di autoritratti in b/n che costituiscono proprio il mio primo contatto, più personale ed intimo, con la fotografia; una sorta di percorso di ricerca interiore per riaffermare un concetto di femminilità forte ed equilibrato, in cui la fisicità del corpo viene riproposta come sorgente di energia creativa.

Carla Iacono, Melancholia 7, 2019, Stampa ai pigmenti su carta Hahnëmuhle Photo Rag, dibond e cornice, cm 73×108, Edizione di 5 esemplari + 2.p.a . Courtesy VisionQuesT 4rosso

Ti ricordi il tuo primo contatto con la fotografia a livello personale, prima, e a livello “professionale”, poi?
Un amico fotografo, a cui avevo mostrato le immagini, mi ha introdotto nell’ambiente artistico genovese, e così ho iniziato a lavorare su quello che è diventato il tema principale dei miei lavori, l’analisi dei riti di passaggio. Mia figlia Flora si avvicinava alle soglie dell’adolescenza e io mi preoccupavo di riuscire a supportarla nei momenti difficili in questo passaggio così delicato. Così ho convertito la preoccupazione nel mio primo progetto fotografico Synthetic Mermaids, scoprendo che potevo trasformare la paura in dialogo e collaborazione. Il lavoro con Flora ha riscosso molti consensi; da qui è iniziata l’avventura, continuando con altri progetti e lavorando con varie gallerie fino al sodalizio con la galleria genovese VisionQuesT 4rosso, specializzata proprio in fotografia, con cui collaboro attualmente.

Carla Iacono, Synthetic Mermaids, Ariel

Come definiresti il tuo approccio al mezzo fotografico? Com’è cambiato nel corso della tua ricerca?
Credo che la fotografia sia uno straordinario linguaggio per raccontare storie, e sin dai miei primi lavori ho cercato sostanzialmente un approccio narrativo.
Ciascuno di noi ha sicuramente “inglobato” nel proprio immaginario una serie di foto simbolo che scandiscono la “storia” o raccontano vicende epiche. Mi viene in mente Migrant Mother (Madre Migrante) di Dorothea Lange, scattata durante la Grande Depressione, che è diventata icona rappresentativa di una tragedia sociale. Ma la fotografia può raccontare anche altri tipi di storie, più discrete, intime e comunque altrettanto importanti, sia per chi le scatta (spesso la fotografia è terapeutica per chi la pratica), sia per chi le osserva, in quanto evocative di sensazioni “condivisibili” e quindi consolatorie. Ė una pratica che induce riflessioni su aspetti profondi dell’io e generalmente prevede una preparazione prima dello scatto, incluso l’allestimento di set specifici.
Sin dall’inizio ho lavorato principalmente a progetti visuali di “staged photography” affrontando tematiche spesso autobiografiche, enfatizzate dalla presenza di mia figlia Flora quale unica modella delle principali serie fotografiche. Nel corso della mia ricerca si sono via via intensificate le contaminazioni della fotografia con altri media espressivi, soprattutto installazione e testi performativi, fino all’ultimo lavoro, Melancholia, in cui, dopo tanto ritratto, ho sperimentato la fotografia di paesaggio ed il collage digitale.

Carla Iacono, Fairy Glaze, The sleeping bride

Rispetto ai tuoi lavori precedenti la serie Melancholia sembra rappresentare un momento di passaggio. Il paesaggio prende il sopravvento rispetto alla centralità del ritratto presente in Re-velation e in Fairy Glaze. Quali sono gli elementi di continuità tra queste serie solo apparentemente distanti?
In effetti Melancholia è formalmente un lavoro di paesaggio, ma sostanzialmente prosegue il percorso intrapreso con le serie precedenti, incentrate sull’analisi dei riti di passaggio, in particolare dall’infanzia all’adolescenza. E anche in Melancholia si parla di un rito di passaggio. Mia figlia Flora ha trascorso un anno in Germania (Tübingen), nell’ambito del programma Erasmus, e le immagini di Melancholia sono state scattate durante i viaggi in Germania per visitarla. È un lavoro fortemente autobiografico in cui il viaggio è inteso nel suo significato archetipico, ovvero processo di individuazione, e come meccanismo di distacco/ritorno. Con tutto ciò ho cercato di rappresentare il rito di passaggio della separazione. Mi sono ispirata ai panorami simbolico-contemplativi del Romanticismo tedesco, in particolare a Caspar David Friedrich, che cito esplicitamente in alcune immagini. Il paesaggio in Melancholia diventa metafora dell’anima e si arricchisce di contenuti che trascendono gli aspetti formali per rappresentare i miei stati d’animo, che spaziano dall’orgoglio materno alla malinconia per la consapevolezza del distacco in corso, ed alla preoccupazione per l’incertezza del futuro.
Direi che per me Melancholia è un gesto d’amore verso la mia famiglia, e al contempo una riflessione sull’incertezza del futuro, nella speranza che ciascuno senta la responsabilità di dare un proprio contributo, nei limiti delle proprie possibilità, per lasciare ai nostri figli un mondo migliore, basato sul rispetto per gli altri e l’amore per la cultura. Nonostante la diversità del soggetto in Melancholia ho usato ancora un linguaggio pittorico/fiabesco, inserendo (e questa è una novità) particolari realizzati a collage, tra cui i corpi celesti inseriti nei cieli di tutte le vedute, che proiettano il reale in una dimensione più intima ed onirica. Il collage è una tecnica che avevo già utilizzato in lavori di installazione ed illustrazione, ma non inserita nelle immagini fotografiche.

Carla Iacono, Fairy Glaze, Playing Louisa Duss

Un altro tema che si percepisce più “sottile” ma altrettanto forte, soprattutto in Melancholia, è il perturbante che riconduce all’ambito psicanalitico importante per comprendere il tuo “metodo”…
Altro elemento ricorrente nella mia produzione artistica è proprio il riferimento alle pratiche psicoanalitiche, in quanto i contributi e i metodi di indagine della psicoanalisi sono fondamentali per ritrovare le tracce degli antichi rituali di passaggio anche nella società contemporanea.
In generale il rapporto tra psicoanalisi, inconscio e arte è privilegiato; basti pensare al surrealismo, il cui nome deriva da sur-realtà, realtà “altra”, sovrastante o sottostante, quindi a un livello diverso rispetto alla coscienza.
E, poi, la nascita di psicanalisi e fotografia moderne sono cronologicamente parallele, e gli esempi che ne testimoniano le sinergie sono numerosissimi. Ne cito uno: l’utilizzo della fotografia nel campo della salute mentale da parte del fotografo psichiatra Hugh Diamond nel manicomio del Surrey County Lunatic Asylum dal 1848 al 1858. Diamond iniziò a fotografare i pazienti utilizzando le immagini come strumento diagnostico per identificare le malattie mentali, per poi scoprire che le foto potevano avere un effetto terapeutico. Osservando le foto, alcuni pazienti diventavano consapevoli della propria identità fisica, aumentando l’attenzione e la cura del proprio aspetto. Uno dei miei primi lavori sul ritratto, Fairy Glaze, è dichiaratamente ispirato al metodo psicoanalitico “delle favole da completare”, creato da Louisa Düss (1942) come metodo sperimentale per indagare la psiche infantile ed adolescenziale. Si basa su alcune storie che il soggetto deve completare: a ogni storia corrisponde uno stadio di evoluzione dello sviluppo psichico e consente di rendere evidenti eventuali complessi corrispondenti a questi stadi dello sviluppo. Se il soggetto analizzato dà una risposta simbolica oppure manifesta resistenza a rispondere, vuol dire che la situazione del protagonista provoca in lui delle associazioni che stimolano il complesso in questione.
In Melancholia il perturbante è ricercato attraverso le immagini spaesanti, anche tramite l’utilizzo di particolari realizzati con la tecnica del collage digitale. Ad esempio, in Melancholia 3, ho inserito una figurina femminile che rappresenta proprio il perturbante delle narrazioni popolari nonché la figura del Wanderer (figura topica del romanticismo tedesco come nel Viandante sul mare di nebbia di Caspar David Friedrich) declinata però al femminile.

Carla Iacono, Melancholia 3, 2018, Stampa ai pigmenti su carta Hahnëmuhle Photo Rag, dibond e cornice, cm 73×73, Edizione di 5 esemplari + 2.p.a. Courtesy VisionQuesT 4rosso

Melancholia, la mostra in corso da VisionQuesT 4rosso a Genova, inoltre, costituisce un esempio di come il tuo lavoro, pur nella coerenza delle tematiche approfondite, si presti sempre ad una lettura multi-livello che si rispecchia anche in una congiunzione tra fotografia, installazione e collage… Ci parli delle fonti che compaiono più o meno manifeste all’interno dei tuoi lavori e che contribuiscono alla lettura “stratificata” di cui parlavamo?
Nelle immagini di Melancholia vi sono molte citazioni storico-artistiche, rappresentative di specifici stati d’animo o legate ai luoghi visitati durante i viaggi. Innanzi tutto il cinema d’autore, per il quale io e Flora condividiamo una grande passione. Durante il soggiorno di Flora a Tübingen il cinema è stato una specie di “legame a distanza”; a volte ci mettevamo d’accordo, quasi come fosse un gioco, di guardare lo stesso film, e poi confrontavamo le rispettive opinioni. Come nell’omonimo film di Lars Von Trier Melancholia, visivamente ispirato alle atmosfere della pittura romantica tedesca, e da cui è mutuato anche il nome del progetto, i corpi celesti si stagliano sullo sfondo dei paesaggi, provocando un senso di spaesamento e sottolineando la dicotomia, tra vulnerabilità e forza, dell’affrontare il futuro che si prospetta incerto.
Oltre a Lars Von Trier vi sono richiami a film di Andrej Tarkovskij (Nostalghia), Alain Resnais (L’anno scorso a Marienbad), Gore Verbiski (La cura dal benessere), Karel Zeman (regista e animatore cecoslovacco, che riuscì a fondere nei suoi film disegno animato e riprese dal vivo), Lotte Reiniger (regista e straordinaria animatrice tedesca, alla quale la città di Tübingen ha dedicato una mostra permanente). E poi i riferimenti all’arte, sempre ai confini del perturbante: la pittura di Caspar David Friedrich, l’incisione Melancholia di Albrecht Dürer (1514), i poliedri disegnati da Leonardo da Vinci per il trattato De divina proportione.
Proprio per “svelare” alcune delle fonti iconografiche ed offrire ulteriori spunti di ricerca, la mostra da VisionQuesT include un’installazione Melancholia reverse trompe l’oeil ed un Carnet de Voyage (libro d’artista a soffietto) che ho realizzato a completamento della serie fotografica.

Carla Iacono, Fairy Glaze, The red shoes

Sociologia, tecnologia ed estetica sono tre elementi connotanti del linguaggio fotografico fin dalla sua nascita, campi di interesse interconnessi…
Sono elementi fondamentali che devono essere sempre ben considerati nel passaggio dall’idea creativa alla realizzazione, qualunque sia l’approccio al media fotografico. Certamente l’utilizzo della fotografia, supportata dalla tecnologia in costante evoluzione, influenza potentemente le dinamiche delle società, rendendo possibile una straordinaria diffusione iconografica. Le immagini sono diventate strumento imprescindibile per comunicare; basti pensare alla differenza tra le emozioni suscitate da uno spot pubblicitario trasmesso via radio o tramite un medium visuale. Tutto ciò grazie al superamento di ogni barriera linguistica e alla rapidità di condivisione, anche in seguito all’avvento delle tecnologie digitali e dei social media.
Personalmente credo che, a seguito dell’estrema facilità e capillarità di diffusione delle immagini, i creativi si trovino a fronteggiare una responsabilità senza precedenti. Vi sono domande che sarebbe opportuno porsi prima di passare alla realizzazione del proprio progetto, che riguardano come i fruitori recepiranno e risponderanno alle immagini. Le fotografie hanno il potere di mobilitare o di anestetizzare le coscienze, uniformarsi o contestare gli stereotipi, influenzare il consumo di massa, avere valore politico e mediatico. Alla luce di ciò ritengo sia necessaria una sempre maggior attenzione da tutte le parti coinvolte, nell’ottica di una politica di comunicazione eticamente responsabile. Nel mio penultimo lavoro, Re-velation, ho affrontato il delicato tema della manipolazione delle differenze culturali riunendo, con un approccio quasi antropologico, ritratti in cui vengono indossati veli provenienti da diverse culture (hijab islamici, veli cattolici, ebraici e foulard delle tradizioni). In molte immagini sono presenti anche altri simboli della tradizione, spesso condivisi da più culture (es. melagrana, conchiglia, uovo). Con Re-velation non ho preso posizione sull’uso del velo, ma ho cercato di “rivelare” i diversi valori e significati dei simboli utilizzati nel pieno rispetto delle differenze e delle similitudini tra culture, offrendo un personale contributo per sensibilizzare sull’esigenza, sempre più impellente, di instaurare meccanismi di dialogo ed accoglienza. Ciò nonostante in alcuni contesti le mie immagini sono state fortemente strumentalizzate, ad esempio accostandole a messaggi di accusa o intolleranza.

Carla Iacono, Re-velation 13

Considerare, invece, la fotografia in relazione alla memoria e alla registrazione di qualcosa significa a tuo parere limitarne la portata?
No, fotografia, tempo e memoria sono intimamente legati e la potenza evocativa della fotografia nasce anche da questo. Come già accennato, la fotografia non ha più una funzione unicamente documentativa ma veicola riflessioni e promuove attività di pensiero, diventando “concettuale” e collocandosi di diritto tra i media dell’arte contemporanea. Ciascuna immagine nasce così e si sviluppa nel pensiero dell’artista, nella fase concettuale che ne consegue e nel processo di realizzazione del progetto; lo scatto ne diventa l’atto conclusivo.
In quest’ottica il fotografo non è più colui che coglie “l’attimo”, ma il “progettista” della scena che intende fotografare. Anche in questo caso però il processo creativo è sicuramente influenzato dalla memoria e dalla registrazione, anche inconscia, di eventi, stimoli, suggestioni che appartengono all’autore.

Carla Iacono, Re-velation 8

A cosa stai lavorando in questo momento?
Sto lavorando ad una serie di nuove immagini per Re-velation, la serie sul velo. Ciò nasce in concomitanza al tour, attualmente in corso, della mostra Re-velation all’interno del circuito dei Musei Diocesani (ad oggi Genova, Trento, Fidenza, Caltanissetta, Catania ed altre tappe sono in previsione). Pur essendo una ricerca laica, di stampo prevalentemente antropologico, Re-velation è stata percepita dai Musei come occasione per aprirsi alle urgenze del contemporaneo e far riflettere sui temi suggeriti dalla mostra. “Custodire la memoria del passato ma aprirsi al contemporaneo e alle sue urgenze” è infatti ciò che i musei ecclesiastici, oggi presidi di tutela attiva del patrimonio storico artistico italiano, intendono affrontare occupandosi del contemporaneo, diventando così luoghi di elaborazione e sperimentazione di nuovi linguaggi artistici, spazi di riflessione e d’inclusione sociale.
Durante le tappe di Re-velation sono stati organizzati dai Musei eventi di alto valore culturale su temi legati all’esposizione e visite guidate (incluse scuole e gruppi multiculturali) che hanno contribuito a stimolare riflessioni e dibattiti costruttivi sui temi in oggetto. Dal confronto con i curatori/direttori dei musei e dagli stimoli scaturiti da ambienti, opere delle collezioni ed eventi, sta nascendo un nuovo corpo di lavori che arricchirà il nucleo originale con nuove immagini e citazioni simboliche.
In previsione anche la realizzazione di un libro a testimonianza del flusso di energia e scambio che si è venuto a creare durante il tour nei musei.

Carla Iacono, Re-velation 14

Carla Iacono. Melancholia
a cura di Clelia Belgrado

Fino al 30 marzo 2019

VisionQuesT 4rosso
Piazza Invrea 4 r, Genova

Info: +39 010 2464203 | +39 335 6195394
info@visionquest.it
www.visionquest.it

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