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Intervista a BINTA DIAW di Francesca Di Giorgio

Da una mostra ormai conclusa, nel Centro Espositivo “Villa Pacchiani” di Santa Croce sull’Arno, iniziamo a conoscere una giovane artista italo-senegalese, classe 1995, che vive e lavora a Milano. Diplomata all’Accademia di Belle Arti di Brera di Milano e all’ÉSAD di Grenoble, Binta Diaw, con la personale Del Cosmo e della Terra, a cura di Ilaria Mariotti, ha a sua volta preso parte ad un’articolata iniziativa del Comune di Santa Croce sull’Arno, realizzata nell’ambito di Toscanaincontemporanea2023 e con la collaborazione di Crédit Agricole Italia, a cui hanno collaborato numerose associazioni del territorio. Il progetto che ha portato Binta Diaw a operare a Santa Croce sull’Arno ha avuto come obiettivo la realizzazione di processi di dialogo e convivenza tra culture diverse coinvolgendo, in un processo partecipativo, la numerosa comunità senegalese che risiede nel comune toscano. Partiamo da qui, dalle radici, per intrecciare il nostro dialogo con Binta che proprio in alcuni lavori realizzati con di trecce di capelli lavoro sul concetto di mangrovia, sistemi agglomerati di piante che crescono insieme e si sorreggono a vicenda attraverso radici molto fitte e comunicanti.
È dalla loro capacità di adattarsi, dalla loro connettività e dal legame con terra, acqua e cielo che l’artista inizia una riflessione sul concetto di diaspora come entità ramificata, sempre connessa al Paese d’origine, radicata a un luogo, a un territorio, a una cultura, a delle tradizioni… Tutti temi caldi di questa primavera nella mostra centrale, Stranieri Ovunque, della imminente 60. Biennale di Venezia.
L’abbiamo intervista proprio mentre è stata selezionata per esporre nella collettiva di Fondazione Trussardi, Italia 70 – i nuovi mostri, a cura di Massimiliano Gioni…

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Ne la La plage noire, tua prima personale, nel 2022, da Prometeo Gallery la spiaggia citata dal titolo era popolata da mangrovie – simbolo di vita sospesa e radicata tra acqua e aria, capace di svilupparsi in più direzioni – punto di partenza ed ispirazione di molte delle riflessioni che animano i tuoi lavori. Cosa sono per te le radici?
Le radici sono liane, sono percorsi di vita intergenerazionali di vissuti, conoscenze e testimoni della Storia. Sono anche un sentimento di appartenenza e/o provenienza. Sono un luogo sicuro. A volte per qualcuno anche un luogo spinoso da raggiungere, ma una volta raggiunto si è in pace.

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

In quella mostra emergeva in maniera forte la tua attitudine al lavorare sulla dimensione installativa del lavoro. A Villa Pacchiani, a Santa Croce sull’Arno, per la tua ultima mostra Del Cosmo e della Terra sei tornata a lavorare nello spazio in maniera intensa occupando le sale della Villa con opere, spesso di grandi dimensioni, che interagisco tra pavimento pareti e soffitto in modo molto sintetico e minimale…
L’allestimento è stato molto fluido. Assieme ad Ilaria Mariotti, che ha curato nei minimi dettagli l’allestimento, abbiamo pensato fosse importante variare di altezze e volumi per interagire in modo equilibrato con la complessità degli spazi espositivi. La sala centrale è stata quella più semplice da allestire. La sua centralità con la monumentalità dell’opera Reeni Yakar e la profondità di orizzonte data dalla fotografia l’hanno permesso di creare un vero e proprio ambiente naturale.

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Le opere ambientali dove la terra gioca un ruolo fondamentale in Del Cosmo e della Terra si alternano a quelle dove la parola a grandi lettere campeggia a parete a ricordare l’importanza della cultura orale nella tradizione africana (penso alla figura del griot che nei villaggi africani detiene il sapere e lo trasmette alle generazioni future) e del linguaggio stesso con cui possiamo superare gli stereotipi diffusi…
Narrazione, story telling, story tellers, trasmissione sono tutte parole e concetti legati alla parola, nozione molto centrale nel mio lavoro. Il fatto di riflettere sull’importanza e la centralità della parola a partire dalla tradizione orale africana è per me un modo, una metodologia attraverso la quale è possibile risalire a storie e racconti, dimenticati, resi invisibili dalle narrazioni imposte dal colonialismo.
Il linguaggio è dunque una forma di liberazione attraverso cui definirsi. In mostra c’è proprio un lavoro che parla di questo. Tre lettere e un pezzo di corda, invitano il pubblico ad andare oltre quelle parole storicamente caricate di stereotipi.

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Il corpo è un altro grande veicolo di messaggi e che può contenere le tracce di un possibile e nuovo paesaggio come in Pa(y)sage Corporel (2023) una delle tue opere più recenti, scelta come immagine guida della diciannovesima edizione della Giornata del Contemporaneo promossa da AMACI lo scorso ottobre…
Il corpo è l’essenza della mia pratica artista. È quel luogo personale che talvolta è anche sociale, politico e collettivo. L’associazione al paesaggio, alla Natura è molto “naturale”. I corpi non bianchi, in particolare quelli femminili, hanno sempre avuto un rapporto viscerale con la Natura, la cui ciclicità si riflette nei corpi stessi.

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Ci racconti, invece, come è nata Black Powerless, l’opera realizzata per questa occasione in collaborazione con i ragazzi e le ragazze di origine senegalese della comunità santacrocese?
L’opera è la genesi di una scultura che ritrae il calco della mia mano “a pugno” come riflessione riguardo la mia esperienza con la questione della cittadinanza italiana e la legge sullo ius soli.
Black powerless ha avuto poi un seguito in una dimensione collettiva con un primo laboratorio a Firenze, dove ho avuto il piacere di conoscere e dialogare con parte della Black community della città. Questo piccolo incontro mi ha permesso di cristallizzare nelle sculture di ogni loro pugno, una parte delle loro esperienze di persone nere italiane. In seguito all’invito di Ilaria Mariotti ad aprire conversazioni e conoscenze con la grande comunità senegalese di Santa Croce sull’Arno, ho pensato fosse importante rendere partecipi i giovani e le giovani che, come me, stanno vivendo quella fase di mezzo dove centrale è la questione dell’appartenenza e la non appartenenza. Alla chiamata hanno risposto in modo partecipe solo giovani donne dai 14 anni in su.
Conoscerle, e rivederle più volte mi ha convita sempre di più dell’importanza di coinvolgimento nella realizzazione di certe opere che necessitano di una coralità attiva per attivarsi, respirare e ripararsi (repair).

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Molto spesso si dice che un* artista cresce emancipandosi dalle proprie radici quando da esse in realtà è praticamente impossibile prescindere. Allora ti chiedo: Quando un* artista si può dire liber* secondo te?
Io penso che la liberazione avviene proprio dopo aver capito da dove si proviene. Questo è stato il mio percorso. Scoprirsi, conoscersi richiede una vita intera. Per questo quando parlo di radici, mi riferisco anche a delle liane di genealogie, cariche di temporalità attraverso le quali è sempre possibile scoprire, scoprirsi e immaginare un continuo del racconto.

Binta Diaw, De Cosmo e della Terra, veduta della mostra, ©photo Ela Bialkowska OKNOstudio

Info: https://bintadiaw.com/
http://www.prometeogallery.com/
cecilefakhoury.com

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