Non sei registrato? Registrati.
INTERVISTA DI SILVIA CONTA
tratta da Espoarte Contemporary Art Magazine n.62

Alberto Garutti è tra gli artisti di riferimento dell’arte contemporanea italiana, ha realizzato importanti progetti al presente in rilevanti e numerose mostre e progetti in Italia e all’estero, è docente all’Accademia di Brera e allo IUAV di Venezia. Tra i riconoscimenti più recenti annovera il Premio Terna 2009. Ogni suo lavoro è una trama di relazioni: l’opera è risultato e fonte di un processo dialettico che la rende viva e costituisce il suo senso all’interno della società, non è un prodotto finito in sé, ma un processo che travalica l’elemento visivo e il luogo in cui è presente per essere parte del flusso della vita, del pensiero e del continuo percorso dell’arte. Dalla rifondazione della responsabilità dell’artista a quella dello spettatore attraverso una profonda coscienza del fare artistico, dei suoi procedimenti e della sua funzione sia nell’ambito della cultura che della collettività, Garutti analizza e sviscera ogni dettaglio, implicazione e conseguenza dei processi che attiva, sempre ponendosi come attore partecipe del mistero dell’arte, verso la quale mantiene un senso di rispetto e di fervente partecipazione al suo inafferrabile enigma.

Silvia Conta: Sei stato tra i primissimi, in Italia, ad occuparti di arte pubblica, il primo progetto risale al 1993 con un’opera pubblica per il paese di Peccioli in Toscana, a cura di A. Soldaini. Hai affermato che l’arte è soprattutto incontro di visioni, immagini e culture, anche all’interno di una società relativamente omogenea. Per te uno degli elementi fondamentali è attivare sinergie. Come poni in dialogo cittadini e arte contemporanea?
Alberto Garutti: L’arte deve sempre essere pubblica, ma quando un’opera viene realizzata per uno spazio pubblico cambiano i metodi con cui l’artista procede. Per spazio pubblico intendo vie, piazze, la città come luogo e sistema complesso, non direttamente deputato ad accogliere opere. Nello spazio pubblico l’opera deve dialogare con la gente – la gente siamo noi – ma deve stare attenta a non scivolare nel populismo demagogico.
Quando mi occupo di arte pubblica agisco attraverso una serie di operazioni che azionano un meccanismo, che amo definire machiavellico, composto da due momenti inscindibili: in un primo tempo è necessario toccare la sensibilità dei cittadini, condizione che può nascere solo dal dialogo reale con loro. Quando presento un progetto di arte pubblica in una città parlo con i cittadini fin dall’inizio, cerco di stimolare una partecipazione attiva, la gente apprezza che un artista instauri un dialogo, abbia voglia di scoprirne scetticismi, sensibilità, storie. Ogni mio progetto si avvia grazie ad un incontro, uno scambio. Il mio è un tentativo di scendere dal piedistallo retorico sul quale il sistema dell’arte pone l’artista, mi interessa scardinare una logica obsoleta secondo la quale l’opera pubblica atterra nello spazio urbano come un oggetto alieno, spesso emanazione dell’ego dell’artista stesso. Solo se “sentita” e compresa dai cittadini l’opera può vivere e funzionare nella città. La relazione instaurata con gli abitanti e le istituzioni della città è cruciale perché mi consente di esplorare al meglio il territorio, di integrarmi nel tessuto fisico e sociale e utilizzare questo materiale come parte stessa del lavoro. L’opera, in una seconda fase, acquisisce una forma fisica, produce uno scarto linguistico sofisticato rispetto alla tradizione e propone visioni nuove e sguardi inattesi. Il mio approccio metodologico, il processo che conduce alla concezione dell’opera e la sperimentazione linguistica dell’opera stessa sono due aspetti integrati di ogni mio progetto.
In questa chiave sono molto importanti le frasi che appongo sulle opere stesse o accanto a loro: sono didascalie che aiutano gli spettatori ad entrare in contatto con l’opera, si tratta di un dispositivo importantissimo perché permette di lavorare sul tempo. Ad esempio la didascalia di
Fulmini per la mostra al Maxxi di Roma – che è stata veicolata attraverso 450 mila copie del free press distribuito nella città – recita «In una sala del nuovo museo Maxxi le luci vibreranno quando in Italia un fulmine cadrà durante i temporali. Quest’opera è dedicata a tutti coloro che passando di lì penseranno al cielo». Potrei dire che le mie opere d’arte pubblica si attivano tramite il pettegolezzo positivo: le opere iniziano a vivere quando i cittadini iniziano a parlarne. Nelle gallerie e nei musei, il discorso che porto avanti è diverso, perché sono luoghi deputati all’arte. In essi il tema centrale del mio lavoro diventa lo spettatore: senza lo spettatore l’opera non esiste, perché l’opera esiste nel momento in cui avviene l’incontro, lo spettatore ne è quindi parte integrante.

Com’è il rapporto dei cittadini e dell’artista con la medesima opera?
L’opera d’arte produce pensiero. Tutte le opere degli artisti più nobili sono sempre state capaci di prefigurare il futuro. Gli artisti sono sempre in diacronia rispetto all’epoca in cui vivono. Essi possiedono uno sguardo laterale, non allineato. Quando la gente guarda l’opera, significa che è stata assimilata, quindi l’artista si sposta “lateralmente”. L’assimilazione avviene col tempo, il pubblico talvolta deforma l’idea iniziale dell’artista, che invece è un pensiero molto preciso, ma dell’opera resta comunque l’oggettività. L’artista deve sempre tenere presente la misteriosità dell’evento visivo: ciò che più conta in un’opera è proprio la sua inafferabilità, quel qualcosa che sfugge. L’arte è mentitrice, non dice mai la verità, vive dell’enigma, perché la verità è irraggiungibile, l’opera tende alla perfezione, quindi è sempre imperfetta, è perennemente un qualcosa di non raggiunto, rilancia sempre domande. Tutto è in movimento, non c’è nulla di fermo. L’arte vive nella logica dell’infinitezza, creare un’opera è come intraprendere un viaggio interplanetario. Borges diceva che l’universo è inconcepibile, lo stesso vale per l’arte, che, del resto, contiene il mistero della natura, in un continuo processo di esplorazione.

Si è parlato del fatto che a, tutt’oggi, non esista un catalogo della tua opera e le conferenze alla Fondazione Galleria Civica di Trento ragionano anche su questo. Perché non è stato realizzato?
Ho sempre avuto l’impressione che un catalogo non avesse le potenzialità sufficienti per raccontare un lavoro, poi il mio è particolarmente complesso dal punto di vista della rappresentazione: il catalogo ha bisogno di avere una sua autonomia come operazione, la mera riproduzione delle opere è frustrante e limitante. È necessario fare in modo che il catalogo abbia il medesimo respiro dell’opera. Criteri, metodi, potenzialità del catalogo devono rispondere ai lavori che l’artista sta producendo. Deve trovare il modo di essere parte dell’opera. Un buon catalogo può nascere solo dal confronto, ad esempio con gli studenti, attraverso le loro domande. L’esperienza del catalogo deve essere un’operazione di conoscenza, non di elencazione, devono farne parte più argomenti, il dibattito. Non mi interessa pontificare, il dialogo riesce ad entrare nelle questioni nodali, si scoprono cose che non si sapevano del mondo. Il catalogo deve essere uno scritto capace di restituire qualcosa in più che è indefinibile, il mistero dell’arte di cui abbiamo parlato.

Alberto Garutti è nato nel 1948 a Galbiate (LC). Vive e lavora a Milano.

Mostre personali recenti:
2009 – All’Aperto, a cura di B. Casavecchia e A. Zegna, Fondazione Zegna, Trivero
Dialoghi con la città, a cura di L. Cherubini, MAXXI museo d’arte contemporanea del XXI secolo, Roma
2008 – Studio Guenzani, Milano
– Galleria Massimo Minini, Brescia
2004 – Magazzino d’Arte Moderna, Roma

Mostre collettive recenti:
2009 – RAM radio arte mobile, Roma
Camere 9, Jan Fabre, Alberto Garutti, Hidetoshi Nagasawa, con testo di A. B. Oliva
ABTART, a cura di J. Hoet (Z)Artt, Stuttgart
italics – arte italiana fra tradizione e rivoluzione 1968 – 2008, a cura di F. Bonami,
Palazzo Grassi, Venezia / Museum of Contemporary Art, Chicago 2008-2009
2008 –
Dat De Verte Nabijer Dan Ooit Was, a cura di G. Di Pietrantonio, Poeziezomer Watou
2005 –
Arte All’Arte X, Buonconvento, associazione arte continua
Luna Park. Arte Fantastica, a cura di F. Bonami, Villa Manin Centro d’Arte Contemporanea, Codroipo (UD)

Gallerie di riferimento:
Galleria Massimo Minini, Brescia
Studio Guenzani, Milano
Magazzino d’Arte Moderna, Roma
RAM
Radio Arte Mobile, Roma

Dall’alto:
Frazione Gioia, Piazza della Chiesa Matrice
Progetto per ALL’APERTO, 2008-09, foto di Demian Dupuis. Courtesy ALL’APERTO – Fondazione Zegna
Arte all’Arte X, Buonconvento 2005, “L’opera è dedicata agli abitanti di Buonconvento e a tutti coloro che anche da molto lontano, vorranno passare di qui solo con un pensiero”, materiale elettrico vario, computer, lampadine, m 11x h 3, fotografia di Ela Bialkowska. Courtesy Associazione Arte Continua

Condividi su...
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •