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INTERVISTA DI ORIANA BOSCO

«La creazione collettiva […] è qualcosa cominciata prima di noi e che presumibilmente continuerà dopo di noi, dandoci l’impressione di una forza che passa attraverso di noi». Così Luigi Meneghelli, citando Italo Calvino nella presentazione della mostra Affinità Elettive, descrive quella pulsione impercettibile e affascinante che si instaura tra le opere di quattro giovani artisti (Stefano Abbiati, Pierluca Cetera, Valentina Miorandi ed Elena Monzo) e quelle di altrettanti grandi protagonisti dell’arte contemporanea (Giuseppe Penone, Bill Viola, Emilio Isgrò e Alighiero Boetti). Un dialogo tra due forme di espressione che si parlano con echi e richiami, ma anche un confronto tra due generazioni vicine che trovano punti di contatto e linee di continuità ma allo stesso tempo affermano la propria autonomia e la necessità di una costante attualizzazione, di una incessante ricerca.

Ne parliamo con Abbiati, Cetera, Miorandi e Monzo…

Oriana Bosco: Come avete vissuto questa esperienza? Il rapporto con l’artista è stato di empatia totale o c’è stato qualche elemento di conflittualità?
Stefano Abbiati:
Ho trovato necessario l’elemento di differenza, di distanza dal lavoro del grande maestro (nel mio caso Penone). Trovo che oggi sia fondamentale partire da differenze e distanze perché la stessa società si basa su contraddizioni di questo genere. Al di là delle ciarle di paese, oggi il sistema artistico si basa più che mai sui concetti di “famiglia” e di “protettorato”. Serve piuttosto un’urgenza di natura comunicativa che poggi sul desiderio concreto di lasciare qualcosa in più di una riproduzione plastificata e abbastanza ben confezionata di arti vecchie e masticate da altri. O si imita o ci si limita. Invece serve costruire (ed essere) una cultura capace di contraddirsi e non solo di creare famiglie “autoconfermative”.
Pierluca Cetera:
L’artista con cui mi sono confrontato è Bill Viola, si tratta di un autore che mi ha da sempre affascinato per il senso di spiritualità che riesce a trasmettere con le sue opere. La sua ricerca visiva parte da un’analisi profonda della storia dell’Arte e, spesso, fa riferimento ad autori, come Caravaggio o Piero della Francesca, che amo moltissimo. Non sempre approvo il suo gusto per la citazione, che, a volte, sfocia in un “furbo manierismo”. Ma in diverse occasioni sono stato letteralmente “rapito” dai suoi video e dalle sue installazioni e, di questo, gliene sarò per sempre grato.
Valentina Miorandi:
“Incontrai” Isgrò, per la prima volta, in un’esposizione alla Galleria Civica di Trento. È una delle figure che hanno significato per me un passaggio. Una persona da cui farsi ispirare: le scelte raffinate, i movimentati formicai, gli indelebili tratti neri che “censurano” la lettura di testi “sacri”, innescano in me emozioni, vertigini, pensieri. Per cui il confronto con un Maestro come Isgrò l’ho preso come un’avventura, altrimenti mi sarei fatta inibire dalla soggezione, invece è stato un divertimento!
Elena Monzo:
Il confronto (con Alighiero Boetti, n.d.r.) mi ha incanalato nel suo “doppio” concettuale. Ho cercato un accordo, un punto dove il mio lavoro potesse incrociare il suo modo di agire, pensare, pur mantenendo saldo il mio segno inciso e il mio sguardo sul quotidiano-contemporaneo. Il traguardo dell’arte è consolidarsi nel tempo e Alighiero Boetti in questo ha vinto.

Per lo spettatore, il confronto proposto dalla mostra è molto interessante in quanto mette in evidenza sfaccettature inedite del vostro lavoro, risveglia energie impensate e arricchisce di significato entrambe le opere proposte. Dall’altra parte, questo dialogo che significato ha avuto per il vostro lavoro? Come ha agito questo confronto sulla vostra opera, presente e futura? Vi ha dato nuovi stimoli e mostrato nuove chiavi di lettura per quello che avete già fatto?
Stefano Abbiati:
Ho trovato molti elementi da snellire e altri su cui insistere. La sensazione di dover crescere, però, è una sensazione molto positiva e che fa sentire vivi. Credo molto poco ai lavori che non cambieranno mai, e penso anche che allo spettatore del quadro, del resto, si dia la propria vita. Che non è un calcolo, ma un percorso, una corsa.
Pierluca Cetera:
Nel momento in cui realizzo i miei lavori, considero essenziale l’aspetto comunicativo, cercando di coinvolgere gli spettatori in un dialogo ideale fatto di critiche, interpretazioni, apprezzamenti. In questo caso, fungevo non solo da “artefice”, ma anche da spettatore, per cui, nel confronto con Bill Viola, contrapponendogli la mia installazione, ho potuto rispondere indirettamente alla sua opera criticandola, interpretandola, apprezzandola. Mi è sempre piaciuta l’idea del confronto e della collaborazione nell’ambito delle creazioni artistiche e, l’essere, di fatto, in un paese di provincia del sud Italia, quindi geograficamente isolato rispetto al contesto dell’arte contemporanea, mi spinge a cercare il confronto con artisti che operano in ambiti diversi dal mio. La contaminazione tra pittura e teatro, in particolare, stimola molto la mia ricerca presente e futura.
Valentina Miorandi:
Un’occasione rara e preziosa per osservare i lavori che ho fatto finora attraverso un punto di vista inedito. Tutto è partito dalla telefonata del curatore Luigi Meneghelli che a bruciapelo mi dice: «Sei accostata a Emilio Isgrò, proponimi dei lavori!». Nemmeno ho avuto il tempo di farmi venire l’ansia da prestazione che mi sono messa alla ricerca di rimandi e connessioni che potevano intrecciarsi in intenzioni, azioni, metodi. Studiando e interagendo con le opere di Isgrò ho guardato i miei lavori in controluce, la percezione è stata diversa e ne è scaturita una consapevolezza nuova, che chissà a cosa porterà!
Elena Monzo:
Questo progetto speciale è stato per me come una sfida, inizialmente mi ha messo in crisi ma poi ho trovato un libero accesso a nuovi “giochi di parole e di materia” grazie al dialogo stimolante con Luigi Meneghelli proprio in un momento in cui il mio lavoro mi coinvolgeva in forme ingestibili. Questo confronto mi ha obbligato ad analizzare severamente tutti i passaggi e per ora/futuro prossimo necessito una fase terapeutica “disintossicante” all’insegna dell’essenziale.

Il confronto con i modelli precedenti è una costante in tutta la storia dell’arte, che a seconda dei periodi storici assume toni molto diversi, dall’emulazione alla negazione totale: oggi si è in una fase in cui il rapporto con il passato, anche il più prossimo a noi, sembra assumere un ruolo di primo piano (si vedano le molte sperimentazioni che musei italiani e internazionali propongono su questo tema). In questo momento, che significato assume e che valore aggiunto può dare alla creazione contemporanea il dialogo con l’arte che ci precede?
Stefano Abbiati:
Penso che il dialogo con il passato sia una scusa per molti per vendere significato. Io non considero passato, presente e futuro come interlocutori posati su di una linea retta. Le cose, in questo senso, hanno svariate sfaccettature; trovo però che si debbano recuperare, senza entrare troppo nel dettaglio, alcuni aspetti “artigianali” del lavoro e di conoscenza minima di alcuni dettagli. Mi riferisco nello specifico alla disciplina della pittura, naturalmente.
Pierluca Cetera:
La conoscenza della storia dell’Arte credo faccia parte di un bagaglio culturale fondamentale per chi vuole comunicare utilizzando un linguaggio artistico. Il tentativo di “distruggere” ciò che è stato prodotto nel passato lo considero un atto di provocazione fine a se stesso e ormai superato. Però, ritengo che il confronto con il passato non debba produrre emulazione, ma spinga ad un arricchimento ed attualizzazione del linguaggio artistico. Del resto, è questa la lezione più importante che ci hanno tramandato gli artisti nel corso dei secoli.
Valentina Miorandi:
La storia dell’arte è vero, esiste. Quando mi pongo davanti ad un “modello” cerco di interagire, di dialogare: indago, cerco di sentire se esistono comuni intenzioni. E quando si instaura una comunicazione, che è come fosse una specie di muta complicità, la distanza temporale si arrotola su se stessa come quando il metro si riavvolge velocemente. Quando questo accade ha inizio un confronto “in contemporanea”, un dialogo dove il contesto perde il posto di primo piano. Per esempio, ecco una frase di Isgrò alla quale mi sento intimamente vicina: «Le provocazioni passano, mentre i nervi della nostra sensibilità rimangono ancora scoperti, e noi dobbiamo essere pronti a toccarli nel modo giusto, per porre finalmente agli uomini quelle domande che la scienza e l’economia non sono più in grado di porre, tanto meno la filosofia. Mentre l’arte è sempre lì, in agguato, a risvegliare il mondo che dorme ricoperto di scarafaggi».
Elena Monzo:
Il confronto con il passato ci accompagna ogni istante, gli artisti più o meno consapevoli possono soltanto farsi attraversare dalle vibrazioni del contemporaneo, dalla tecnologia poco gestibile, che cresce incontrollata e dal passato che riemerge riportandoci alle nostre origini.

La mostra in breve:
Affinità Elettive
a cura di Luigi Meneghelli
Arte Boccanera Contemporanea
Via Milano 128/130, Trento
Info: +39 0461 984206
www.arteboccanera.com

Artisti in mostra:
Stefano Abbiati / Giuseppe Penone
Pierluca Cetera / Bill Viola
Valentina Miorandi / Emilio Isgrò
Elena Monzo / Alighiero Boetti

8 aprile – 30 giugno 2011

Dall’alto:
Emilio Isgrò, “È ammessa l’unità nazionale”, 2010, acrilico su tela montata su legno, cm 50×70
Valentina Miorandi, “Inno nazionale d’Italia 2011”, 2010-2011, incisione sonora su vinile 33 giri, 1’49”


Bill Viola, “The Passing (still)”, 1991, video b/n, mono, 54’
Pierluca Cetera, “Il Bosco (i mostri della ragione generano sonno)”, 2010, olio su tela, installazione luminosa, cm 158×183

Alighiero Boetti, “Senza titolo (Pesci spada)”, 1988, tecnica mista su carta, cm 70×100
Elena Monzo, “Boetti 1”, 2011, incisione acquaforte, filo di lana, cm 50×59


Giuseppe Penone, “Senza titolo”, 1987, tecnica mista su carta, cm 60×50, collezione privata, Trento
Stefano Abbiati, “Natura su natura 1”, 2011, tecnica mista su tavola, cm 100x100x6

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