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MILANO | Palazzo Reale | 6 luglio 15 settembre 2019

Intervista a UGO NESPOLO di Matteo Galbiati

Il variopinto universo di Ugo Nespolo (1941) è ampiamente riassunto nella mostra Nespolo. Fuori dal coro, la grande antologica ospitata nell’estate da Palazzo Reale a Milano. Negli sfarzosi e ricchi ambienti dell’Appartamento dei Principi, quasi in contrasto netto con le opere del maestro, si susseguono opere, oggetti, lavori, progetti… che racchiudono tutta la sua esplosiva e prolifica creatività, da sempre impegnata in una multidisciplinarietà ampia che lo porta ad operare spaziando dalla pittura alla scultura, dal teatro al cinema, dal design alla grafica. In occasione di questa importante occasione espositiva abbiamo raggiunto il maestro nel suo studio torinese per questa breve intervista:

Nespolo. Fuori dal coro, veduta della mostra, Palazzo Reale, Milano

La mostra di Palazzo Reale riassume tutto il suo percorso creativo dagli anni Sessanta ad oggi ci racconta brevemente le tappe della sua ricerca e le persone che sono state per lei determinanti, sia dal punto di vista critico che artistico?
Questa mostra riassume un po’ il mio percorso producendo un itinerario che si snoda attraverso isole temporali e tematiche dal passato al presente. Si inizia con i lavori della fine degli Anni ’60, quando, con la mostra nella Galleria di Arturo Schwarz avviai un certo percorso già anticipatore dell’Arte Povera, seguirono poi mostre in Belgio a New York in cui ho sempre mostrato la mia visione non lineare. Potrei dire di avere una modalità di lavoro e ricerca “instabile”, non ho mai voluto, fin dall’inizio, fossilizzarmi su un tema preciso e mi sono connotato per un eclettismo nobile, ragionato. Un eclettismo che non mi ha portato alla deriva del caso, ma che, nella sua variabilità, mi mi ha concesso la libertà di interpretare forme, materiali e concetti. È sempre stata una scelta consapevole.
Il primo che ha sostenuto il mio lavoro è stato Pierre Restany che ha colto subito l’essenza della mia ricerca, poi ho lavorato con Enrico Crispolti, Renato Barilli, Edoardo Sanguineti. A Torino poi viveva una compagine di intellettuali di assoluto spessore che ha costituito il mio retroterra culturale, il luogo in cui mi sono formato e in cui ho sviluppato il mio pensiero.
Mi sono laureato in Lettere, poi in Filosofia e, in fine, in Pittura all’Accademia Albertina: ho sempre creduto che un artista dovesse essere in primo luogo un intellettuale, padrone di strumenti e conoscenze per pensare e ragionare; per poter essere, in questo modo, incisivo sul suo mondo. Non credo nell’artista come mero esecutore materiale, non basta saper fare.

Con che occhi deve porsi lo spettatore che affronta il viaggio, davvero immersivo, nella sua opera, offerto da questa esposizione?
In mostra ho voluto pensare ad un percorso in tappe suddiviso cronologicamente, però ho dovuto restringere il campo, attuare scelte e tagliare molto per riassumere la mia ampia e diversificata ricerca. Credo che tutto il mio lavoro si proponga secondo un taglio “giovane”, indirizza ad un’immagine fresca per stimolare la curiosità. Le tipologie diverse di intervento esplorano mondi e tematiche diverse e, come diceva Gianni Vattimo, paiono la ricostruzione dei tasselli del mondo.

Nespolo. Fuori dal coro, veduta della mostra, Palazzo Reale, Milano

Una delle caratteristiche fondamentale della sua attitudine artistica, che emerge ampiamente dai lavori esposti, è la poliedricità della sua visione, come riesce a mantenere la coerenza del suo linguaggio in media ed esperienze molto diverse che vanno dal film al design, dalle arti visive al teatro?
Si torna sempre al punto di partenza: se penso alle Avanguardie storiche queste avevano tutte la concezione che l’arte dovesse espandersi oltre i suoi canonici confini, che potesse, in tal modo, avvicinarsi maggiormente alla gente. Questa impostazione ha imposto – soprattutto col Futurismo – all’artista di doversi impegnare con media differenti senza fossilizzarsi in alcun modo solo su una tecnica o un linguaggio precisi. Prescindendo il materiale,  si deve trovare il modo di esprimersi con forza e coerenza, ampliando lo spettro della propria azione e presenza.

Linearità ed eclettismo sembrano, quindi, essere i due estremi che inquadrano il suo sguardo…
Sì assolutamente: penso con convinzione che l’eclettismo abbia una sua direttrice precisa e ti porta a misurarti con cose che puoi anche non conoscere bene, ma che poi, alla fine, convergono – se sostenuti da un pensiero consapevole e attento – sempre su un punto preciso. Dice bene quando parla di linearità ed eclettismo insieme: potrebbero esse due concetti opposti e in contraddizione, invece sono le due facce di una stessa medaglia. Da artista non ho mai pensato di dovermi curare troppo della riconoscibilità che, spesso, rinchiude e inquadra; ho sempre cercato, in questo senso, di tenermi al di fuori di un certo sistema proprio perché impone dei valori e dei modi, definisce etichette e gusti.

Nespolo. Fuori dal coro, veduta della mostra, Palazzo Reale, Milano

La riconoscibilità della sua cifra stilistica si associa quasi esclusivamente alla tecnica della “frammentazione”, come è nata e come la riesce a rinnovare nel tempo senza sottrarle quella caratteristica e connotante energia propulsiva?
Mi chiedono sempre della mia tecnica frammentata, non è stata pianificata, è nata da un artificio artistico: in un’estate torrida passata in città – un tempo Torino come molte altre grandi città si svuotava completamente – la guardavo vuota e silenziosa, volevo ricreare quell’immagine lì. Un’immagine pulita, “sharp” come dicono gli inglesi, con la giustapposizione perfetta dei suoi colori e delle sue atmosfere. Ho provato a incastonare singoli elementi e in questa possibilità combinatoria mi si è aperto l’orizzonte di un nuovo mondo. Questa tecnica l’ho definita e adottata proprio perché mi concede un ampliamento infinito della gamma di immagini, che risultano sempre sottratte alla banale ripetizione. Costruire e deostruire ha poi un certo gusto ludico che non disconosco affatto. È piaciuta subito e ha riscosso grande interesse.

Quasi in concomitanza con la mostra è uscito il suo libro Maledette belle arti” (edito da Skira n.d.r.): in questo testo non fa sconti rispetto ad un severo (ma anche ironico) giudizio sull’arte di oggi e il suo “sistema”, come è nato questo saggio e quali sono i tratti significativi che ha voluto dare? Quali interrogativi solleva e che risposte ci consegna?
Questo libro raccoglie un anno di articoli che ho scritto per Il Foglio. Avevo questa bella collezione di interventi pungenti, scritti proprio per sollecitare il mondo dell’arte, cui ho voluto dare una forma organica e coerente affinché potessero ulteriormente vivacizzare un dibattito. I contenuti toccano i temi cruciali e, spesso, poco commentati dell’arte di oggi e del suo sistema. Assumo anche posizioni critiche esplicite, proprio perché credo fermamente che non si debba restare indifferenti e non si debba far finta di nulla: non sono mai stato, ad esempio, sostenitore dell’idea che “se costa tanto, allora vale tanto”. Bisogna trovare la ragione dell’arte, restituire un confronto preciso sulla figura dell’artista che, per me, deve restare in primis quella di un intellettuale, di qualcuno che ha qualcosa da dire, di chi ha una riflessione sul mondo. Il saper fare solo con le mani non basta a circoscrivere l’esperienza artistica.

Nespolo. Fuori dal coro, veduta della mostra, Palazzo Reale, Milano

Allora quanto conta oggi il pensiero di un artista che per lei deve essere necessariamente anche un intellettuale in un mondo di divismo facile e di successi a scadenza?
Non può non esserlo, anzi, lo deve essere. L’artista deve avere un impegno e una missione intellettuale e culturale. Come dicevo la mano che sa fare non basta altrimenti tutti potrebbero essere artisti. Non potendo discernere la “qualità” delle opere, giudizio sempre parziale e opinabile, nell’artista va riconosciuto qualcosa di più che scava nel profondo e si radica nell’animo e nel pensiero e che sa suscitare riflessioni, emozioni, interrogazioni.

Quali saranno i prossimi impegni per la nuova stagione espositiva? Che progetti l’attendono?
Ho numerosi progetti che iniziano con l’esposizione nella sede dalla Banca di Alba ad Alba (CN) dove ripropongo una parte della mostra di Palazzo Reale riveduta e integrata. Poi avrò molte mostre all’estero: in Messico a Guadalajara e Città del Messico; in Cina al Museo di Canton; a San Pietroburgo dove avrò una mostra-conferenza in collaborazione con l’Accademia Russa.

Nespolo. Fuori dal coro
a cura di Maurizio Ferraris
promossa e prodotta da Comune di Milano – Cultura, Palazzo Reale e Studio Nespolo
main sponsor Fondazione Bracco
catalogo Skira

6 luglio 15 settembre 2019

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12, Milano

Orari: lunedì 14.30-19.30; da martedì a venerdì e domenica 9.30-19.30; giovedì e sabato 9.30-22.30; ultimo ingresso un’ora prima della chiusura
Ingresso libero

Info: www.palazzorealemilano.it

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